La bottega dell’orefice: un amore eterno è possibile

Il secondo atto de La bottega dell’orefice vede protagonista una coppia in crisi: Stefano e Anna. Ed è proprio da questa crisi che il giovane Wojtyla prende spunto per affermare che l’eternità dell’uomo passa sempre attraverso l’amore, che la dimensione dell’amore l’eterno intercetta la storia e la vita umana.

di Giovanni Fighera (04-09-2016)

Il secondo atto de La bottega dell’orefice di Karol Wojtyla vede protagonista una coppia in crisi: Stefano e Anna. La donna ricorda gli attimi in cui confessò per la prima volta la propria amarezza e tristezza al marito, commiste di delusione e di disincanto che si erano insinuati gradualmente in lei. Il coniuge replicò come se fosse una conseguenza connaturata a un rapporto matrimoniale, senza mostrare preoccupazione e dolore per la moglie.

"La bottega dell'orefice", trasposizione cinematografica del capolavoro di Karol Wojtyla.
“La bottega dell’orefice”, trasposizione cinematografica del capolavoro teatrale del giovane vescovo Karol Wojtyla.

In Anna si aprì allora una ferita che non si sarebbe rimarginata. Quando scema l’affettività e si allenta la consapevolezza del posto che ciascuno dovrebbe occupare nella vita dell’altro, «rimane solo l’insieme dei doveri, un insieme convenzionale e mutevole, sempre più spoglio del puro sapore dell’entusiasmo». Anna ricorda anche quel giorno che si recò nella bottega dell’orefice per vendere la sua fede. Pesatala, l’orefice le rivelò: «Questa fede non ha peso, la lancetta sta sempre sullo zero e non posso ricavarne nemmeno un milligrammo d’oro. Suo marito deve essere vivo – in tal caso nessuna delle due fedi ha peso da sola – pesano solo tutte due insieme. La mia bilancia d’orefice ha questa particolarità che non pesa il metallo in sé ma tutto l’essere umano e il suo destino».

Un amico di Anna, di nome Adamo, le ricorda che l’amore «non può durare un solo momento. L’eternità dell’uomo passa attraverso l’amore. Ecco perché si ritrova nella dimensione di Dio – solo Lui è Eternità». Nell’esistenza dell’uomo non esistono solo il presente, il passato e il futuro, tre tempi che sant’Agostino riconduce nelle Confessioni all’unico tempo del presente: il passato è, infatti, il presente del passato, cioè la memoria, mentre il futuro è il presente del futuro, cioè l’attesa. C’è un quarto tempo, che è quello dell’amore: nella dimensione dell’amore l’eterno intercetta la storia e la vita umana. Per questo quando amiamo vorremmo che il rapporto con la persona amata durasse per sempre. Quando amiamo facciamo esperienza dell’eternità.

Nel Cantico dei cantici si legge: «Forte come la morte è l’amore». L’amore vince la morte. Invece, la tentazione che si insinua nel cuore dell’uomo, continua Adamo, è questa: «Esistere solo un attimo, solo adesso – e recidersi dall’eternità. Prendere tutto in un momento e tutto subito perdere. Ah, maledizione dell’attimo che arriva dopo e di tutti gli attimi che lo seguono». L’uomo cerca spesso gli amori dimenticandosi dell’Amore, di quell’Amore di cui sentiamo la nostalgia e che ci manca. L’amico Adamo sprona la donna a non fermarsi all’apparenza, bensì a guardare il desiderio profondo che alberga nel cuore dell’uomo. Al fondo di ogni amore c’è la nostalgia dello Sposo. Adamo cerca di persuadere Anna: «Al di là di tutti questi amori che ci riempiono la vita c’è l’Amore. Lo Sposo passa per questa strada e passa per tutte le strade! Come posso persuaderti che tu sei la Sposa. Bisognerebbe adesso perforare la crosta della tua anima».

Adamo adduce l’esempio delle vergini sagge, che hanno tenuta accesa la lampada e hanno aspettato lo Sposo, a differenza di quelle stolte che si sono addormentate lasciando assopire la loro luce. Ad Anna viene annunciato che lo Sposo le sta finalmente venendo incontro. La donna scorge allora la sua faccia e si rende conto che ha il volto del marito Stefano. Allora erompe nelle drammatiche domande: «Ma deve proprio avere per me quella faccia? Perché? Perché?». La relazione tra Anna e Stefano si interromperà. Due lampade si sono spente: «L’una non ha donato all’altra la fiamma. L’una non ha donato all’altra l’olio».

In loro non si è approfondita la consapevolezza che il desiderio umano di felicità non può essere colmato dalla persona che amiamo, ma non per questo lei vale di meno. L’entusiasmo iniziale si era illuso che il compagno o la compagna fosse la risposta all’umana sete di felicità. L’inganno, però, in poco tempo si è rivelato e consiste nel considerare il compagno come il fine, non come la strada vocazionale con cui si è chiamati a riconoscere Colui che è l’unica risposta per la sete di felicità dell’uomo, cioè lo Sposo, Cristo. Solo guardando a Lui si comprende che «amare vuol dire donare la vita attraverso la morte, amare vuol dire sprigionare dalle profondità dell’anima l’acqua viva della sorgente, l’anima che brucia, arde senza fiamma».

Nel terzo e conclusivo atto de La bottega dell’orefice incontreremo la terza coppia dell’opera teatrale: Monica e Cristoforo. Ne parleremo la prossima volta.

FONTE: lanuovabq.it

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