Dio, l’uomo, i terremoti: appunti per non smarrirsi

Se c’è una cosa che il terremoto nell’Italia centrale ha messo chiaramente a nudo è lo stato confusionale in cui versa la nostra società, in cui si è perso il senso del rapporto fra Dio, l’uomo e la natura. Così che, anche in chiesa, mentre non si parla più di Gesù Cristo, si cercano risposte al “grido della terra”.

di Riccardo Cascioli (01-09-2016)

Se c’è una cosa che il terremoto nell’Italia centrale ha messo chiaramente a nudo è lo stato confusionale in cui versa la nostra società. Ogni cultura, ogni civiltà, ogni popolo si forma infatti attorno a una concezione di Dio, dell’uomo, della natura e del rapporto tra di loro. E proprio in una situazione così drammatica come quella di un terremoto devastante – in cui sono in gioco al massimo grado tutti e tre gli attori – si è visto il disorientamento, l’incapacità di giudizio, l’impotenza a dare un senso vero agli avvenimenti; facendo salva la istintiva generosità e senso di solidarietà di un popolo che – piaccia o no, consapevolmente o meno – vive ancora dell’eredità lasciata dalla civiltà cristiana.

È così che si sono sentite le banalità più atroci su Dio (dove sta, cosa fa, ed eventualmente, ha un po’ di tempo libero per noi?), ma anche sull’uomo (da vittima a responsabile di tutto) mentre la natura assurge incontrastata al ruolo di Madre (con la m maiuscola, Avvenire docet). Pare di vivere un ritorno alla cultura pagana, tanto che anche il vescovo di Rieti ha accennato nell’omelia del funerale ad atteggiamenti superstiziosi davanti a queste tragedie.

Tale disorientamento arriva anche tra i cristiani se è vero che anche nelle omelie pronunciate dai vescovi per l’occasione ci si è riferiti a un Dio generico, mai identificato come il “Padre del Signore nostro Gesù Cristo”, quel Gesù Cristo che ha portato su di sé, innocente, tutti i peccati del mondo. E che ad ogni buon conto è ciò che la Chiesa è chiamata ad annunciare; ma ci si è vergognati delle «cose che dicono i preti». Eppure è a lui, alla sua indicibile sofferenza che dobbiamo guardare se vogliamo dare un senso alla nostra, di sofferenza.

Ad ogni modo la confusione nella relazione tra Dio, uomo e natura è sintetizzata dalla frase pronunciata dal vescovo di Rieti, che ha dato ieri il titolo a tutti i giornali: «Il terremoto non uccide. Uccidono le opere dell’uomo!». Era chiara l’intenzione del vescovo di condannare quelle malefatte nella costruzione e ristrutturazione degli edifici di cui tanto si parla in questi giorni e che hanno certamente aggravato il bilancio del sisma. E nei passaggi precedenti dell’omelia era chiaro il tentativo di offrire un’altra prospettiva nel giudicare i terremoti, una positività della creazione: «I paesaggi che vediamo e che ci stupiscono per la loro bellezza sono dovuti alla sequenza dei terremoti. Le montagne si sono originate da questi eventi…». Ciò non toglie che quella frase, rilanciata su tutti i media, offra una visione irrealistica della natura e dell’uomo in rapporto con essa, cosa su cui è opportuno riflettere proprio oggi che la Chiesa celebra la Giornata per la salvaguardia del Creato. «La Misericordia del Signore, per ogni essere vivente» è il titolo del messaggio che la Conferenza episcopale Italiana (CEI) ha pubblicato per l’occasione, dando ampio spazio al “grido della terra”: anche qui la terra è descritta «oppressa e devastata» ovviamente a causa dell’uomo, neanche un cenno al peccato originale.

Purtroppo, per quanto possiamo essere debitori ai terremoti per la graziosa configurazione dei nostri territori, bisogna dire che il terremoto uccide e come! Così come uccidono il caldo e il freddo, le inondazioni, gli eventi meteo estremi, e così via. La storia dell’uomo è anche il progressivo affrancarsi dalla schiavitù della natura, quella natura che, così come ci offre nutrimento, allo stesso modo ci uccide. Nel corso dei secoli l’uomo ha imparato via via – attraverso le conoscenze scientifiche acquisite e il miglioramento delle condizioni di vita – a difendersi dalla violenza della natura così da riuscire a vivere anche in situazioni e territori non certo favorevoli all’insediamento umano.

Nel caso del terremoto, sicuramente gli abusi e le truffe – ammesso che siano provate in sede di giudizio – hanno contribuito ad appesantire il bilancio delle vittime, ma è gravemente fuorviante lasciar pensare che con i morti la violenza della natura non c’entri nulla. Non solo: se ci sono edifici che hanno ucciso i loro abitanti, ci sono edifici che invece li hanno salvati. Vale a dire che a uccidere non sono le opere dell’uomo, ma le opere dell’uomo fatte male (qualsiasi sia il motivo), mentre quelle fatte bene sono provvidenziali.

Piuttosto bisognerebbe avere l’onestà e il coraggio di riconoscere che solo lo sviluppo permette di essere meno vulnerabili ai terremoti così come a qualsiasi evento naturale o alle malattie. Nel caso di terremoti, uragani e compagnia si muore molto di più nei paesi poveri rispetto ai paesi sviluppati proprio perché la mancanza di soldi e di conoscenze tecniche e scientifiche rende queste popolazioni indifese davanti ai disastri naturali.

Perché ci vuole onestà e coraggio? Perché l’ideologia ecologista, che ormai domina anche nella Chiesa, obbliga a pensare che tutti i mali dell’ambiente vengano dai paesi sviluppati, proprio in quanto sviluppati. La realtà ci dice invece il contrario: laddove c’è sviluppo c’è tendenzialmente anche il miglioramento degli indici ambientali; mentre l’inquinamento, ad esempio, è più grave nei paesi poveri e dove la corruzione è favorita dalla mancanza dello stato di diritto.

FONTE: lanuovabq.it

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