La bottega dell’orefice. Il segreto delle fedi

Il matrimonio come via alla santità, come la vocazione alla verginità, è l’assunto centrale de La bottega dell’orefice, il magnifico testo teatrale di Karol Wojtyla, scritto nel 1960. Il futuro San Giovanni Paolo II ci comunica come l’amore coniugale sappia unire ciò che è diviso.

di Giovanni Fighera (28-08-2016)

Il matrimonio come via alla santità, al pari della vocazione alla verginità, è l’assunto centrale de La bottega dell’orefice, il magnifico testo teatrale di San Giovanni Paolo II, scritto nel 1960, quando Karol Wojtyla era ancora Vescovo di Cracovia.

La commedia ha una struttura tripartita. I tre atti si intitolano I richiami, Lo sposo, I figli. Tre dialoghi tra altrettante coppie si succedono secondo il ritmo paziente della coscienza che riflette sul passato e sulle scelte decisive per l’esistenza. Un personaggio accomuna le tre storie, quell’orefice che non prende mai direttamente la parola, che rappresenta la voce della legge naturale, il richiamo della coscienza, ma ancor più, credo, Gesù Cristo stesso, Colui che ha costituito il matrimonio sacramentale. La verità delle sue parole è rievocata solo nei dialoghi delle coppie.

bottegaKarol Wojtyla ci vuole comunicare come l’amore coniugale sappia unire ciò che è diviso, possa riempire di una presenza il desiderio umano e la domanda di compiutezza. L’unico amore che sa raccogliere in un solo volume, per usare le parole di Dante nel canto XXXIII del Paradiso, ciò che naturalmente è disperso, è l’amore di Dio. Ecco perché quando Karol Wojtyla descrive il rapporto coniugale come unità sta alludendo al mistero sacramentale del matrimonio. Nel matrimonio, il segno coincide con il Mistero, nell’unità degli sposi è presente Colui che rende possibile questa unità. Ciò che non è possibile agli uomini in Dio è possibile. Ora c’è un’analogia tra quell’amore umano così fragile, che lega un uomo e una donna nel matrimonio fino all’accoglienza dei figli, all’amore del Dio cristiano trinitario. Le fedi portate al dito «saranno loro a segnare il nostro destino. Ci faranno sempre rievocare il passato come fosse una lezione da ricordare. Ci spalancheranno ogni giorno di nuovo il futuro allacciandolo con il passato. E insieme, in ogni momento, serviranno a unirci invisibilmente come gli anelli estremi di una catena».

Nel primo atto sono presentati i primi due protagonisti, Andrea e Teresa, due giovani che si promettono per l’eternità. La donna ricorda la proposta di matrimonio avanzatale dal fidanzato che non le chiese «vuoi essere mia moglie?», ma «vuoi essere la compagna della mia vita?». Teresa avverte la profondità della domanda che allude alla «strada senza fine», prospettata nel caso in cui la sua risposta sia affermativa. «La risposta», comprende Teresa, «fu quasi scontata». Quando due decidono di sposarsi avvertono la naturalezza del promettersi per l’intera esistenza. Il dubbio e la paura non posso offuscare il desiderio evidente di rimanere insieme per sempre. Per questo l’esperienza umana dell’amore è quanto più ci avvicina alla condizione divina, nell’esperienza dell’amore l’uomo prende parte della natura divina. Non c’è parola, pronunciata in nome dell’amore, che possa avere una ristrettezza temporale o un limite spaziale. Nessuno potrebbe proferire con verità parole d’amore alla propria donna se non con il desiderio che esse abbiano valore per l’eternità. Ciò che è per poco tempo è fasullo, non dura, perché il sigillo della verità è la persistenza nel tempo. Eppure tanta cultura contemporanea sprona a vivere solo l’istante seguendo un becero e superficiale carpe diem («cogli l’attimo»).

Andrea ricorda il passato, le vie lunghe percorse attraverso le quali ha alla fine incontrato Teresa. Non sa neppure se sia stato amore a prima vista, ma ha ben presente che, ad un certo punto, quella ragazza «non usciva più dal cerchio» della sua «attenzione»: «Avrei potuto comportarmi diversamente, però mi pareva che sarebbe stato privo di senso […]. Teresa era un mondo intero distante allo stesso modo come ogni altro uomo, come ogni altra donna – eppure qualcosa mi permetteva di pensare che potevo gettare un ponte». Andrea descrive con estrema concretezza la natura dell’io come relazione. L’amore non sorge tra due anime gemelle, ma tra due esseri che si incontrano e decidono di muoversi verso l’altro, non cedendo «solo all’impressione e all’incanto dei sensi», ma imparando «ad apprezzare la bellezza percepibile con la ragione, cioè la verità». L’amore non può essere solo «passione», «desiderio dominante», concordanza sentimentale. Andrea comprende che «l’amore può essere anche uno scontro nel quale due esseri umani prendono coscienza che dovrebbero appartenersi, malgrado la mancanza di stati d’animo, e di sensazioni comuni. Ecco uno di quei processi che saldano l’universo, uniscono le cose divise, arricchiscono quelle grette e dilatano quelle anguste». Trascorsi alcuni anni, Andrea comprende quanto sarebbe stato facile allontanarsi tra loro due, soprattutto perché gli esseri umani avvertono in maniera viva «i contrasti tra il desiderio umano della felicità e la possibilità umana di raggiungerla». Spesso accade così che si attribuisca la tristezza del proprio animo, dovuta ad un desiderio di felicità infinita non colmabile con beni terreni, all’inadeguatezza del compagno o della compagna. Così, i due che si sono promessi per la vita, dopo alcune difficoltà, delusioni o insoddisfazioni, si lasciano.

Che cosa permette allora di superare le difficoltà? In primo luogo, le fedi, che fino a quando sono in vetrina «sono solo oggetti di metallo prezioso», ma una volta poste alle dita degli sposi rievocheranno «il passato come fosse una lezione da ricordare» e spalancheranno «ogni giorno di nuovo il futuro allacciandolo al passato». Le fedi da sole non hanno peso, non hanno valore, ricevono significato dalla comunione dei due sposi. Il peso delle fedi d’oro «è il peso specifico dell’essere umano». La fede è il segno di un amore che ha la portata di tutto il destino della coppia. Le fedi sono memoria dello sguardo dell’orefice, «mite e penetrante», uno sguardo capace di scrutare nella profondità del cuore.

In secondo luogo, la presenza dei segni, che spesso non siamo in grado di comprendere bene fino in fondo, ma che indicano la direzione lungo la quale mettersi in cammino. Nel tempo, i segni costituiscono un «filo» che diventa «l’ordito di tutta la vita».

Vedremo il prosieguo la prossima settimana.

FONTE: lanuovabq.it


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