Avvocati contro. Rivolta per le adozioni alle coppie gay

Una lettera aperta, che ha già ricevuto quasi 200 sottoscrizioni da parte di altrettanti avvocati, prende le distanze e critica duramente un documento in tema di adozione. Il documento è quello dall’Organismo Unitario dell’Avvocatura (Oua) che apre alle adozioni di coppie non sposate, gay e single.

di Tommaso Scandroglio (07-08-2016)

Una lettera aperta dall’avvocato Loretta Lombardelli, che ha già ricevuto quasi 200 sottoscrizioni da parte di altrettanti avvocati e che è si appella ad altre adesioni (si può inviare mail a loretta.lombardelli@gmail.com indicando il proprio nominativo e il foro di appartenenza e scrivendo “aderisco al documento Non condivisione posizione Oua su adozioni”), prende le distanze e critica duramente un documento in tema di adozione.

Il documentto è stato licenziato dall’Organismo Unitario dell’Avvocatura (Oua) – cioè l’organismo di rappresentanza politica dell’avvocatura italiana – e consegnato dallo stesso alla Camera in occasione dell’audizione del 13 giugno scorso di alcuni suoi membri presso la Commissione Giustizia in merito all’indagine conoscitiva sullo stato di attuazione delle disposizioni legislative in materia di adozione ed affido.

Molti i punti controversi di questo documento, ma il più grave, che andremo qui ad analizzare e a censurare, è l’apertura che l’Oua fa all’adozione a favore di coppie non sposate, di quelle omosessuali e di persone single. Da qui la proposta di una modifica della legge 184/83 che disciplina l’adozione. Il punto fondamentale per comprendere la posizione assunta dall’Oua è il suo orientamento proprio dell’etica fenomenologica. Il documento afferma che la società è in continua evoluzione anche sul piano familiare e quindi gli avvocati non possono che prenderne atto. Dalla corretta registrazione di un dato sociologico si passa indebitamente all’avvallare giuridicamente tale dato anche se dal punto di vista antropologico ed etico più che una evoluzione si tratta di una involuzione.

Il percorso per arrivare all’adozione gay e per cestinare il requisito del vincolo di coniugio degli adottanti è il seguente. In primis il concetto di famiglia fondata sul matrimonio non ha più ragion d’essere. Innanzitutto per un primo dato giuridico: «la riforma in tema di filiazione (legge 219/12) […] non attribuisce più al matrimonio lo scopo primario della collocazione dei figli: il matrimonio oggi è sostanzialmente irrilevante, elemento neutro nei confronti dei figli». Tale legge aveva ultimato un processo assai censurabile: l’equiparazione totale dei figli naturali con quelli legittimi.

Non c’è qui lo spazio per entrare nel dettaglio (per un minimo approfondimento clicca qui e qui), ma tale riforma aveva fatto sì che, tra gli altri aspetti, si perdesse la distinzione tra famiglia fondata sul matrimonio e unioni di fatto. Tutti i figli nati fuori o dentro il matrimonio sono figli allo stesso modo e quindi il matrimonio diventa elemento giuridico quasi accessorio. Ciò comporta che l’essere coniugati in merito alla filiazione non deve avere più importanza e dunque il rapporto di coniugio non può essere più criterio privilegiato se non esclusivo (eccetto i casi previsti dall’art. 44 della legge sull’adozione) per adottare. Ergo sia gli uniti civilmente omosessuali che i conviventi dovrebbero accedere all’istituto dell’adozione.

C’è poi un secondo dato giuridico ancora più importante: l’esistenza della neo-legge sulle unioni civili. In tal senso vero è che il minore ha il diritto ad avere una famiglia ma «la novità più rilevante in questo ambito», spiega il documento, «è che non è più solo la coppia di coniugi che garantisce l’adeguatezza al soddisfacimento di questo diritto. Si dovrà riscrivere il diritto di famiglia anche con la nuova disciplina delle unioni civili», tenendo altresì conto delle indicazioni della Corte europea dei diritti dell’uomo la quale ha affermato che non si possono accettare discriminazioni a danno delle coppie omosessuali e che dunque queste devono essere trattate al pari di quelle etero-coniugate anche in tema di adozioni.

Un terzo dato giuridico porta acqua al mulino delle adozioni a favore delle coppie non coniugate. Si individua nella legge 40/04 – legge che ha legittimato la fecondazione artificiale – il puntello normativo che ha scisso la genitorialità dalla biologia, perché tramite l’eterologa il figlio di un altro entra nella relazione a due – coppia anche convivente – e i genitori che educano possono essere diversi da quelli biologici. In parole povere, come nell’eterologa si educa un figlio non geneticamente proprio e nessuno questiona sullo status matrimoniale della coppia, così dovrebbe avvenire anche con l’adozione.

Ma il dato più importante per affermare che “famiglia” non è più solo quella formata da due persone sposate è quello sociologico: la proliferazione delle convivenze e l’aumento delle coppie gay sono realtà che si impongono all’attenzione del legislatore. Ciò che rileva per l’Oua non è più quell’insieme di peculiari doveri che contraddistingue il matrimonio, da cui discendono i relativi diritti, bensì una situazione di fatto. I fatti che generano sul piano giuridico “famiglia” e “genitorialità” e che dunque legittimano l’adozione anche da parte dei non coniugati e delle coppie gay sono: l’esistenza di una relazione affettiva con il minore.

Così il documento: «la genitorialità si costruisce nella relazione, anche al di fuori della duplice figura uomo-donna, coniugi-conviventi, single». Poi l’esistenza di una relazione tra gli adottanti: «la relazione di coppia è affare privato dei coniugi o dei non coniugi che sono liberi di porvi fine e, prima ancora, liberi di evitarlo, con una relazione che, con riguardo ai figli, assume nella sostanza la stessa efficacia giuridica del matrimonio». Notare l’irrilevanza sotto l’angolatura pubblica del legame di coppia, ridotta solo alla sfera privata.

In terzo luogo abbiamo l’idoneità affettiva di cui all’art. 6 l.184/83 e questo non esclude che la possano offrire anche i non coniugati o uniti dello stesso sesso o i single”. La stabilità del rapporto tra gli adottanti: «naturalmente è imprescindibile [per la richiesta di adozione] che debba esistere, in termini di fatto, comunque, una certa durata del rapporto per un minimo di stabilità». Tutti questi fatti psicologici-sociali si possono condensare in una nuova espressione che è la reductio ad nihil del matrimonio, ossia la sua sostituzione con una forma invertebrata e liquidissima di rapporto di coppia, il ground zero della socialità: il “contatto sociale”.

Così l’Oua: «La famiglia e la filiazione sono dei contatti sociali da cui sorgono anche delle responsabilità contrattuali: responsabilità da “contatto sociale” per nuove figure di famiglia e di genitori biologici o sociale dove da una relazione affettiva qualificata, dal consenso prestato ad un progetto di procreazione, nascono diritti e doveri» in merito ai figli. Lo ripetiamo: «la famiglia e la filiazione sono dei contatti sociali», nulla più.

Un ulteriore fatto costituisce fonte della famiglia: la volontà di essere genitore, l’autodeterminazione familiare. Il nuovo modello a cui ispirarsi è l’«assunzione volontaria della genitorialità». E dunque, «superato il profilo della discendenza biologica, per la identificazione di un rapporto di genitorialità si dà preponderanza alla scelta di voler essere genitori. Vi è il nuovo genitore sociale, non biologico, intenzionale, etero od omosessuale». Il genitore è quello che, etero o omo che sia, abbia condiviso con l’altro partner un “progetto genitoriale”. Dopo il genitore nato per “contatto sociale”, ecco il padre e la madre “intenzionale”: il desiderio di essere genitore, espresso da chicchessia (single e omosessuali compresi) non può che essere sempre avvallato dall’ordinamento giuridico.

E, infatti, non si può che concludere che «il principio di autodeterminazione diventa il criterio fondante di un nuovo modello di famiglia: […] paternità e maternità che prescindono dal vincolo di sangue per acquistare un connotato volontaristico dove la famiglia assurge a valore […] come affermazione naturale del sé, dei propri desideri, del proprio progetto di vita e del bisogno insopprimibile di avere una discendenza». La famiglia è diventata una spa dove investire le nostre quote per vedere crescere, in senso egoista e individualista, il nostro benessere personale, la nostra realizzazione personale. Non più un progetto teso alla felicità del coniuge e dei figli, bensì un progetto in cui partner e figli sono strumento dei miei desiderata. Tra questi spicca il «bisogno insopprimibile di avere una discendenza».

E’ il famigerato “diritto al figlio” mascherato sotto la più mite espressione «diritto dell’adulto ad una famiglia» che non può intendersi come diritto di coniugio perché il documento si sta riferendo alle unioni civili e alle convivenze. Ma, e qui si inserisce la critica, tutti questi fatti sono irrilevanti se non ci sono le assunzioni di quei doveri che solo il matrimonio può garantire. Al diritto poco importa la relazione di fatto, il contatto sociale, i desideri, gli affetti, i bisogni insopprimibili. Contano le assunzioni di responsabilità per incrementare il bene comune e il rispetto della dignità della persona. Tutto il resto è ininfluente.

Ora se “famiglia” nasce da un mero desiderio e da un non meglio precisato “contatto sociale”, “famiglia” è la coppia di conviventi, la coppia omosessuale e pure i single. Ergo anche tutti costoro possono adottare. E dunque in tema di filiazione vale solo un principio: «il riconoscimento del diritto del figlio ad una famiglia, a prescindere dal modello». In merito poi al pregiudizio che il minore subirà allorché venga inserito in una rapporto omosex in cui manca la figura materna o paterna, l’Oua dichiara che «d’altra parte senza dati scientifici che per quanto riguarda i genitori di fatto, omogenitoriali o monogenitoriali, comprovino che l’inserimento di un minore in tali contesti crei pregiudizio, tali possibilità non possono essere escluse neanche normativamente, per non incorrere in una legge discriminatoria». Peccato che esista una montagna di dati scientifici che asseriscono proprio il contrario (clicca qui).

Infine, c’è però un passaggio che ci sentiamo di condividere con gli avvocati di Oua, organismo sulla cui vera rappresentatività della realtà forense c’è da dubitare: è «necessario abbandonare le ideologie in funzione della ricerca di come tutelare anche normativamente l’interesse della persona vulnerabile». Parole sante.

FONTE: lanuovabq.it

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