«Santità, la prego risponda a queste tre domande sull’Amoris Laetitia»

«Con tutto il rispetto, l’affetto, e la devozione che sento per il Santo Padre gli direi: “Santità, chiarisca, per favore, questi punti”». Comincia così l’intervista che il cardinale Carlo Caffarra ha rilasciato a Maike Hickson e pubblicata l’11 luglio sul blog OnePeter5. Il tema è l’Amoris Laetitia di papa Francesco e l’interpretazione che recentemente ne ha dato il cardinale Schönborn.

di Maike Hickson (14-07-2016)

In una recente intervista Lei ha parlato dell’esortazione “Amoris Laetitia”, e ha detto che in particolare il capitolo 8 non è chiaro e ha già causato confusione anche tra i vescovi. Se avesse la possibilità di parlare con Papa Francesco su questo argomento, cosa vorreste dirgli? Quale sarebbe la vostra raccomandazione su ciò che Papa Francesco potrebbe o dovrebbe fare, dato che c’è tanta confusione?

Vaticano, 21 maggio 2015. Il card. Carlo Caffarra con papa Francesco.
Vaticano, 21 maggio 2015. Il card. Carlo Caffarra con papa Francesco.

In Amoris Laetitia [308] il Santo Padre Francesco scrive: “capisco coloro che preferiscono una pastorale più rigida che non dia luogo ad alcuna confusione”. Da queste parole deduco che anche Sua Santità si rendeva conto che l’insegnamento dell’Esortazione poteva dare origine a confusioni nella Chiesa. Personalmente, e così pensano tanti miei fratelli in Cristo cardinali, vescovi, e fedeli laici, desidero che la confusione sia tolta, ma non perché preferisco una pastorale più rigida, ma semplicemente preferisco una pastorale più chiara, meno ambigua. Ciò premesso, con tutto il rispetto, l’affetto, e la devozione che sento per il Santo Padre gli direi: “Santità, chiarisca, per favore, questi punti: 1) quanto Vostra Santità dice alla nota 351 del n°305, è applicabile anche ai divorziati risposati che intendono comunque continuare a vivere more uxorio; e pertanto quanto insegnato da Familiaris consortio n°84, da Reconciliatio et poenitentia n°34, da Sacramentum caritatis n°29, dal Catechismo della Chiesa Cattolica n°1650, dalla comune dottrina teologica, è da ritenersi abrogato? 2) l’insegnamento costante della Chiesa e ultimamente rinnovato da Veritatis splendor n°79, che esistono norme morali negative, che non ammettono eccezioni, in quanto proibiscono atti, quale per es. l’adulterio, intrinsecamente disonesti, è da ritenersi valido anche dopo Amoris Laetitia?”. Ecco questo direi al Santo Padre. Se poi il S. Padre, nel suo sovrano giudizio, avesse intenzione di intervenire pubblicamente per togliere confusione, ha a disposizione molti modi.

Lei è anche un teologo morale. Qual è il Suo consiglio per i cattolici confusi per quanto riguarda l’insegnamento morale della Chiesa cattolica sul matrimonio e la famiglia? Che cosa è una coscienza autorevole, ben formata, quando si tratta di questioni come la contraccezione, il divorzio e le seconde nozze, così come l’omosessualità?

La condizione in cui versa oggi in Occidente il matrimonio, è semplicemente tragica. Le leggi civili ne hanno cambiato la definizione, poiché lo hanno sradicato dalla dimensione biologica della persona umana. Hanno separato la biologia della generazione dalla genealogia della persona. Ma di questo parlerò dopo. Ai fedeli cattolici così confusi circa la dottrina della fede riguardo al matrimonio dico semplicemente: “Leggete e meditate il Catechismo della Chiesa Cattolica nn. 1601-1666. E quando sentite qualche discorso sul matrimonio, anche se fatto da sacerdoti, vescovi, cardinali, e verificate che non è conforme al Catechismo, non ascoltateli. Sono ciechi che conducono altri ciechi”.

Potrebbe spiegare, in questo contesto, il concetto morale che nulla di ciò che è ambiguo vincola la coscienza cattolica, e in modo particolare quando è dimostrato essere intenzionalmente ambiguo?

I logici ci insegnano che una proposizione è ambigua quando può essere interpretata in due significati diversi e/o contrari. E’ ovvio che una tale proposizione non può avere il nostro assenso teorico e/o pratico, perché non ha un significato certo.

Al fine di aiutare i cattolici in questo periodo di grande confusione, ci sarebbe qualcosa che papa Pio XII potrebbe ancora insegnare a noi, per quanto riguarda le questioni del matrimonio e del divorzio, la formazione dei bambini alla Vita Eterna, dal momento che ha così ampiamente scritto su queste cose?

Il magistero di Pio XII sul matrimonio e sull’educazione dei figli è stato molto ricco e frequente. E infatti, dopo la Sacra Scrittura è l’autore più citato dal Vaticano II. Mi sembra che ci siano due discorsi particolarmente importanti per rispondere alla sua domanda. Il primo è il Radiomessaggio sulla coscienza cristiana che deve essere rettamente educata nei giovani del 23 marzo 1952, in AAS vol. 44, 270-278. Il secondo è il Discorso in occasione del Congresso della Féderation mondiale des Jeunesses Fèminines Catholique, ibid. 413-419. Questo secondo è di grande importanza magisteriale: tratta dell’etica della situazione.

Klaus Mertes SJ
Klaus Mertes SJ

Il gesuita tedesco, padre Klaus Mertes, ha appena detto in un’intervista a un giornale tedesco che la Chiesa cattolica «dovrebbe aiutare a stabilire un diritto umano di omosessualità». Quale dovrebbe essere la corretta risposta della Chiesa a tale proposta?

Sinceramente non riesco a comprendere come un teologo cattolico possa pensare e scrivere di un diritto umano legato alla omosessualità. In senso preciso un diritto (soggettivo) è una facoltà moralmente legittimata e legalmente tutelata di compiere un’azione. L’esercizio dell’omosessualità è intrinsecamente irragionevole e quindi disonesta. Un teologo cattolico non può pensare che la Chiesa deve impegnarsi per “stabilire un diritto umano all’omosessualità”.

Più fondamentalmente, fino a che punto gli uomini possono avere un diritto umano, ad esempio, una richiesta di giustizia – per fare ciò che è sbagliato agli occhi di Dio, come, ad esempio, praticare la poligamia?

Il tema dei diritti soggettivi ha ormai cambiato in modo sostanziale di senso. Si identifica il diritto con i propri desideri. Ma non abbiamo qui lo spazio per affrontare questa tematica dal punto di vista del legislatore umano.

L’intervistatrice pone al cardinale due domande con tre quesiti, tutti riguardano l’insegnamento tradizionale della Chiesa circa i fini a cui è ordinato il matrimonio e il primato della procreazione e dell’educazione dei figli per il Cielo, NdR]

Il rapporto amore coniugale-procreazione/ educazione è una correlazione, direbbero i filosofi. Cioè: è un rapporto di interdipendenza fra due realtà distinte. L’amore coniugale sessualmente espresso quando i due coniugi diventano una sola carne, è l’unico luogo eticamente degno di dare origine ad una nuova persona umana. La capacità di dare origine ad una nuova persona umana è inscritta nell’esercizio della sessualità coniugale, la quale è il linguaggio sponsale della reciproca donazione fra gli sposi. In breve: coniugalità e dono della vita sono inscindibili. Che cosa è accaduto sopratutto dopo il Concilio? Contro l’insegnamento del Concilio stesso, si è talmente insistito sull’amore coniugale, da considerare la procreazione una semplice conseguenza collaterale dell’atto dell’amore coniugale. Il beato Paolo VI nell’Enciclica Humanae Vitae corresse questa visione, giudicandola contraria e alla retta ragione e alla fede della Chiesa. E San Giovanni Paolo II, nell’ultima parte delle sue stupende Catechesi sull’amore umano mostrò il fondamento antropologico dell’insegnamento del suo predecessore: l’atto della contraccezione è obbiettivamente una menzogna detta con il linguaggio sponsale del corpo. Quali le conseguenze di questo insegnamento? La prima e la più grave è stata la separazione tra sessualità e procreazione. Si è partiti dal sex without babies e si è arrivati al sex without sex: la separazione è completa. La biologia della generazione è separata dalla genealogia della persona. Si giunge così a “produrre” i bambini in laboratorio; e all’affermazione di un [supposto] diritto al figlio. Un non senso. Non esiste un diritto ad una persona, ma solo alle cose. A questo punto c’erano tutte le premesse per nobilitare la condotta omosessuale, perché non si vede più la sua intima irragionevolezza, e la grave intrinseca disonestà della congiunzione omosessuale. E così siamo giunti a cambiare la definizione di matrimonio, perché l’abbiamo sradicato dalla biologia della persona. Veramente l’Humanae Vitae è stata una grande profezia!

Che cos’è, nella sua essenza, il fine del matrimonio e della famiglia?

È l’unione legittima tra un solo uomo e una sola donna in vista della procreazione ed educazione dei figli. Se i due sono battezzati, questa stessa realtà – non un’altra – diviene il simbolo reale dell’unione Cristo-Chiesa. E li pone in uno stato di vita pubblico nella Chiesa, con un ministero loro proprio: la trasmissione della fede ai loro figli.

Nel contesto dell’attuale aumento di confusione morale: a che punto l’indifferentismo religioso può portare al relativismo morale (per esempio, l’affermazione che si può essere salvi in qualsiasi religione)? Per essere più precisi, se una religione favorisce la poligamia, ma si afferma che è salvifica, non si arriva quindi alla conclusione che la poligamia, dopo tutto, non è illecita?

Il relativismo è come una metastasi. Se accetti i suoi principi, ogni esperienza umana sia personale che sociale viene corrotta. L’insegnamento del beato J.H. Newman è al riguardo di grandissima attualità. Egli verso la fine della sua vita, disse che il germe patogeno che corrompe il senso religioso e la coscienza morale, è il “principio liberale”, così egli lo chiama. E cioè: la convinzione che in ordine al culto che dobbiamo a Dio, è indifferente ciò che pensiamo di Lui; la convinzione che tutte le religioni hanno lo stesso valore. Newman giudica il principio così inteso completamente contrario a ciò che chiama “il principio dogmatico”, il quale sta alla base della proposta cristiana. Dal relativismo religioso al relativismo morale il passo è breve. Non c’è nessun problema nel fatto che una religione giustifichi la poligamia, ed un altra la condanni. Non esiste infatti nessuna verità assoluta riguardo a ciò che è bene/male.

Come commenterebbe la recente asserzione del cardinale Christoph Schönborn secondo cui la “Amoris Laetitia” è una dottrina obbligante e tutti i precedenti documenti del magistero su matrimonio e famiglia devono ora essere letti alla luce di “Amoris Laetitia”?

Rispondo con due semplici osservazioni. La prima. Non si deve solo leggere il precedente magistero sul matrimonio alla luce di Amoris Laetitia, ma si deve leggere anche Amoris Laetitia alla luce del magistero precedente. La logica della vivente tradizione della Chiesa è bipolare. Ha due direzioni, non una. La seconda è più importante. Il mio caro amico cardinale Schönborn nell’intervista a La Civiltà Cattolica non tiene conto di un fatto che sta accadendo nella Chiesa dopo la pubblicazione di Amoris Laetitia. Vescovi e molti teologi fedeli alla Chiesa e al magistero sostengono che su un punto specifico ma molto importante non esiste continuità, ma contrarietà tra Amoris Laetitia e il precedente magistero. Questi teologi e filosofi non dicono questo con spirito di contestazione al Santo Padre. Ed il punto è questo: Amoris Laetitia dice che, date alcune circostanze, il rapporto sessuale fra divorziati-risposati è lecito. Anzi applica a questi, a riguardo delle intimità sessuali, ciò che il Concilio Vaticano II dice degli sposi [cfr. nota 329]. Pertanto o è lecito un rapporto sessuale fuori del matrimonio: affermazione contraria alla dottrina della Chiesa sulla sessualità; o l’adulterio non è un atto intrinsecamente disonesto, e quindi possono darsi delle circostanze a causa delle quali esso non è disonesto: affermazione contraria alla tradizione e dottrina della Chiesa. E quindi in una situazione come questa il Santo Padre, come già scrissi, deve secondo me chiarire. Se dico “S è P” e poi dico “S non è P”, la seconda proposizione non è uno sviluppo della prima, ma la sua negazione. Né si risponda: la dottrina resta, si tratta di prendersi cura di alcuni casi. Rispondo: la norma morale “non commettere adulterio” è una norma negativa assoluta, che non ammette eccezioni. Ci sono molti modi fare il bene, ma c’è un solo modo di non fare il male: non fare il male.

In generale, qual è la sua raccomandazione di pastore per noi laici su ciò che dobbiamo fare ora, al fine di preservare la fede cattolica, tutta e intera, e in ordine al crescere i nostri figli per la vita eterna?

Le dirò molto sinceramente che non vedo altro luogo in cui possa trasmettersi la fede che si deve credere e vivere, all’infuori della famiglia. Ciò che in Europa durante il crollo dell’impero romano e le invasioni barbariche hanno fatto i monasteri benedettini, oggi nell’impero della nuova barbarie spirituale-antropologica lo possono fare le famiglie credenti. E grazie a Dio esistono ancora. A questa riflessione mi stimola un piccolo poema di Chesterton, scritto all’inizio del XX secolo: La ballata del cavallo bianco. È una grande meditazione poetica su un fatto storico. È l’anno 878. Il re d’Inghilterra Alfredo il Grande aveva appena sconfitto il re di Danimarca Guthrum, che aveva invaso l’Inghilterra. È dunque un momento di pace e serenità. Ma durante la notte dopo la vittoria, il re Alfredo ha un terribile sogno: vede l’Inghilterra invasa da un altro esercito, così descritto. “…arriveranno con carta e penna [uno strano esercito che non ha armi, ma carta e penna]/ e avranno l’aspetto serio e pulito dei chierici,/ da questo segno li riconoscerete,/ dalla rovina e dal buio che portano;/ da masse di uomini devoti al Nulla/…riconoscerete gli antichi barbari,/ saprete che i barbari sono tornati”. Le famiglie credenti saranno le vere fortezze. E il futuro è nella mani di Dio.

FONTE: lanuovabq.it

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One thought on “«Santità, la prego risponda a queste tre domande sull’Amoris Laetitia»

  1. Ecco, la “devozione al Nulla’ (in maiuscolo solo perché esprime una personificazione) di qualcuno è l’espressione che rende perfettamente i motivi del buio nel quale ci vogliono sprofondare.

    Altro che ‘non facciamoci rubare la speranza’, quasi che i colpevoli siano sempre i cosiddetti altri.

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