Si scrive gay pride, si legge odio alla fede

Un comune denominatore unisce i gay pride: l’odio alla fede. Con travestimeti blasfemi, immagini irriverenti e giornali inneggianti a “Viva Cristo gay” l’ideologia omosessuale mostra il feroce odio anticattolico perché la Chiesa è l’unica che si oppone all’impero gay. E per questo va punita o addomesticata.

di Andrea Zambrano (06-07-2016)

Si scrive Gay Pride, si legge attacco alla fede. Ci sarebbe da riflettere, e magari domandarsi seriamente chi deve chiedere scusa a chi, nel passare in rassegna la carrellata di bestialità blasfeme e irrisioni al sentimento della fede, con le quali i gay pride si sono presentati nelle piazze di mezzo mondo. Dal Perù alla Spagna, dalla Colombia all’Italia, nelle ultime due settimane sono andati in scena più o meno dappertutto.

Con un unico comune denominatore: l’attacco alla Chiesa e alla fede cattolica: prostitute travestite da Madonne benedicenti, Madonne sacre che si baciano, cartelli osceni contro la Chiesa, persino un Sacro cuore arcobaleno. Il tutto in un aperto ed ostentato livore verso il sentimento religioso che da solo dovrebbe spiegare sufficientemente che se l’orgoglio di essere omosessuali si traduce nella bestemmia, c’è molto da riflettere da parte della comunità Lgbt su quelli che sono i capisaldi della convivenza.

Ed eventualmente anche da parte dei giornali che fanno da grancassa ai carnevali arcobaleno dipingendoli come innocue e folcloristiche manifestazioni di appartenenza. E quando qualcuno si azzarda a presentare denunce per offesa al sentimento della religione, ecco che c’è sempre un giudice pronto a derubricare la cosa a legittima satira.

Le radici anticristiane e smaccatamente blasfeme del gay pride non sono più nascoste. Non c’è solo il caso dello spot del Pride di Cagliari finito nel mirino della Procura della Repubblica dopo l’esposto dei senatori di Idea Giovanardi e Quagliarello (clicca qui). In giro per il mondo la parola d’ordine che ha fatto da leit motiv del caravanserraglio di piumini e drag queen è sempre uno: l’attacco alla Chiesa.

Il catalogo è questo, anzi sarebbe meglio chiamarlo il cahiers des doléances, un quaderno delle lamentele perché non è giusto che poi alla fine si debba sempre stare zitti: alzare la voce a volte può servire almeno per non sembrare proni ad una dittatura ormai imperante che pretende di zittire.

ITALIA

Del caso del video del gay pride di Cagliari finito con un esposto è stato detto abbondantemente. Basta solo aggiungere che l’irrisione alla Chiesa era rappresentata dalla madre del piccolo bambino irretito dipinta come una stagionata e isterica bigotta. Ma in Italia c’è un gay pride permanente, almeno nel periodo estivo, che non ha bisogno di scendere in piazza perché occupa, con il patrocinio della Regione Lazio, uno spazio fisso. Si tratta del gayvillage di Roma, mega festival della cultura Lgbt nato da Vladimir Luxuria e Imma Battaglia: lustrini, feste alcoliche e conferenze fanno da sfondo ad un cartellone estivo con la presenza del jet set dello spettacolo italico.

Ma nel suo fondo le motivazioni che lo animano non sono quelle dell’orgoglio, bensì quelle del risentimento anticattolico. In un articolo nella sezione più “culturale” del sito del gay village un attivista dallo pseudonimo decisamente provocatorio, Ezio Cristo, elenca le motivazioni dell’orgoglio gay in un mix di generici risentimenti che segnano le tappe del movimento gay moderno iniziato nel 1969 a New York. C’è un aspetto religioso nell’aneddotica Lgbt, con un mix di riti e di martiri riconosciuti che vanno onorati.

Perché se da un lato si vuole abbattere la religione cattolica dall’altro se ne vuole edificare un’altra all’insegna dell’omosessualismo. Un vitello d’oro che però deve trovare la sua ragione di sfogo e di rabbia nella Chiesa. Infatti tra i “martiri” ricordati, oltre al celebre Mario Mieli (attivista teorizzatore della pedofilia morto suicida) compare anche il nome di Alfredo Ormando “che nel 1998 si diede fuoco in Piazza San Pietro a Roma per andare contro una Chiesa che discriminava fortemente l’omosessualità”. Contro la Chiesa. Tutto chiaro, lustrini e paillettes sono solo lo specchietto per le allodole con il quale i giornali confezionano di buoni sentimenti un’iniziativa che ha nell’odio alla fede la sua principale ragione d’essere.

La strategia di attacco però è anche nel tentativo di addomesticare ai propri interessi la Chiesa stiracchiandola di qua e di là. Su youtube (clicca qui) una coppia di omosessuali, Damiano e Sergio, che ha già ricevuto una benedizione presso una chiesa Battista, annuncia le proprie nozze per settembre, sperando di poterlo fare anche in chiesa con una cerimonia cattolica. “Il nostro amore l’ha voluto Dio, ed è costruito sulla solida roccia. Siamo cristiani, ci confessiamo e facciamo la comunione regolarmente nella nostra parrocchia”. Su quali basi? “Darci dei sodomoti o dei contronatura è offensivo e sbagliato e non ha più senso dato che si tratta di parole pronunciate 2000 anni fa”. San Paolo ringrazierà e chissà, forse anche il loro parroco.

SPAGNA

Terra di frontiera per le sperimentazioni più aberranti, dopo l’attacco al cardinal Cañizares il gay pride di giugno nella sua Valencia si è svolto all’insegna dell’attacco sfrontato alla Chiesa e alle sue iconografie più sacre. I lettori ricordano il manifesto del pride spagnolo con le due Madonne (la Vergine degli indifesi di Valencia e la Virgen morenita di Barcellona) impegnate in un raccapricciante bacio saffico.

Ebbene, dopo la denuncia alle autorità presentata da un’associazione locale di fedeli, il giudice ha archiviato la denuncia considerando che l’immagine ha un “indubitabile sentimento satirico e provocatore”. Dunque nessun reato di vilipendio o di offesa al sentimento religioso. Con buona pace del cardinale arcivescovo che parlava di dittatura dell’impero gay, se non è un regime totalitario, che cosa è?

Ma la novità di questi giorni è una copertina di una rivista di ultra sinistra diretta da Gonzalo Boye, un imprenditore condannato in passato a 14 anni di carcere per aver collaborato con l’Eta e con simpatie in gioventù per il Mir cileno (Movimento Izquierda Revolucionaria). La rivista si chiama “Mongolia” e nella sua ultima copertina reca l’immagine di un Gesù che strizza l’occhio sinistro mentre al posto del Sacro Cuore compare un cuore arcobaleno coronato di spine.

Ma ciò che ha urtato di più i fedeli è stato il titolo: “¡Viva Cristo Gay!”, evidente parodia del grido dei cristeros con il quale affrontarono in Messico il martirio. Anche qui, perché pure queste bestemmie hanno bisogno di una ritualità, il richiamo al religioso serve alla causa tanto per attaccare la Chiesa quanto per appiattirla sulle proprie posizioni. Ma siamo di fronte ad un “intellò” che si era già distinto in passato per aver definito Madre Teresa di Calcutta “miserabile”.

PERU’

Andando dall’altra parte dell’Atlantico incontriamo in Perù un pride decisamente sopra le righe dove la protagonista, oltre al primo ministro che ha partecipato, era lei: Angela Villon, prostituta già candidata al congresso che ha sfilato travestita da Vergine Maria e benedetto gli astanti. La manifestazione, chiamata Orgullo gay è servita anche per promuovere la depenalizzazione dell’aborto, che in Perù è ancora reato, tanto che diversi parlamentari e persino ministri hanno fatto capolino. Inutile aggiungere il solito elenco di cartelli contro la Chiesa e la fede.

COLOMBIA

Il giorno dopo, il 3 luglio a Bogotà in Colombia è stata la volta dell’orgullo locale chiamato “pace nella dignità”. Corteo incentrato sul massacro di Orlando, che di omofobico ormai abbiamo visto non aveva nulla, ma aveva altre genesi. Però l’occasione per attaccare la Chiesa era troppo ghiotta. Così si sono visti molti cartelli contro la religione definita “la principale fonte di omofobia”.

CILE

Appena terminato l’orgullo di Santiago, la presidente Michelle Bachelet ha pensato bene di escludere la Chiesa cattolica tra le realtà invitate al tavolo di concertazione per il disegno di legge sul matrimonio omosessuale che sarà discusso in parlamento. Una decisione provocatoria e unilaterale, perché se è vero che la Chiesa avrebbe portato al dibattitto il suo no fermo e deciso, è anche vero che nelle intenzioni del governo c’era l’idea di arrivare ad una decisione il più condivisa possibile sentendo anche le voci contrarie e ascoltando le loro ragioni.

Pochi giorni fa la marcia indietro: la Chiesa e le associazioni del laicato cattolico pro life inizialmente invitate sono state estromesse tanto che i giornali hanno titolato: “La legge sul matrimonio gay sarà imposta”. Ma la decisione viene dall’alto. Due anni fa il Cile ha ricevuto la visita della commissione per i diritti umani che fa capo all’Organizzazione degli Stati Americani (Osa), che hanno sezionato il tenore di vita degli indios Mapuche per contestare al governo maggiore apertura.

Ma uno dei crucci principali della piccola Onu americana è proprio l’attuazione delle politiche Lgbt. Infatti al Cile è stato fatto notare che anche favorire politiche Lgbt rientra nel novero del rispetto dei diritti umani. Con queste premesse, chi potrà salvarsi dall’accusa di voler attentare ai diritti fondamentali della persona?

FONTE: lanuovabq.it

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