Chi ascolta i figli dei separati? Le ferite in una ricerca

Per il figlio la rottura del matrimonio dei genitori si pone all’origine della sua vita, evoca l’angoscia della possibilità stessa di sopravvivenza e assume il significato di una rottura di un’unità originaria.

di Francesca Pannuti (28-06-2016)

Il 16 giugno scorso Papa Francesco ai partecipanti al Convegno ecclesiale della diocesi di Roma, tenuto a San Giovanni in Laterano sul tema: “La letizia dell’amore: il cammino delle famiglie a Roma alla luce dell’Esortazione Apostolica Amoris laetitia di Papa Francesco” ha detto che quanto trattato nel Sinodo “esigeva (ed esige) … non un rispetto diplomatico o politicamente corretto ma un rispetto carico di preoccupazioni e domande oneste che miravano alla cura delle vite che siamo chiamati a pascere”.

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La professoressa Raffaella Iafrate

Tra queste, occupano un posto di rilievo le apprensioni riguardo ai danni provocati dal divorzio sui figli. I figli dei divorziati vivono in genere una situazione di disagio? La Nuova BQ lo ha chiesto alla professoressa Raffaella Iafrate, Ordinario di Psicologia sociale e membro del Comitato direttivo del Centro d’Ateneo Studi e Ricerche sulla Famiglia dell’Università Cattolica del Sacro Cuore di Milano, che ha collaborato alla realizzazione del libro L’olio sulle ferite. Una risposta alle piaghe dell’aborto e del divorzio, Ed. Cantagalli, Siena 2009.

“Dalla letteratura scientifica e dall’esperienza clinica — spiega — emerge che l’evento separazione, in quanto imprevedibile e traumatico per i figli, poiché stravolgente l’ordine familiare, comporta sempre una quota significativa di sofferenza e una necessità di cambiamento a livello affettivo ed organizzativo, anche quando, nella migliore delle ipotesi, non si rilevano effetti di conclamato disagio o patologia. Per il figlio la rottura di tale unione, che si pone all’origine della sua vita, evoca l’angoscia della possibilità stessa di sopravvivenza e assume il significato di una rottura di un’unità originaria di cui è il segno”.

Iafrate prosegue dicendo che “dalle ricerche si evince inoltre con sempre maggior chiarezza come sia necessario non limitarsi ad osservare gli “effetti” della separazione in termini di “comportamenti” o di “indicatori di adattamento sociale” del figlio, ma come occorra spostare l’attenzione ai suoi sentimenti e alle sue emozioni e percezioni, che più sembrano risentire dell’aspetto traumatico dell’evento. Più spesso si tratta di un disagio fortemente interiorizzato, espresso, di solito, attraverso segnali più sottili, quali ansia, bassa autostima e tendenza alla depressione, che va codificato e fatto emergere perché possa essere «trattato»”.

Quali possono essere gli effetti “a lungo termine” che la separazione può esercitare sui figli?

La letteratura degli ultimi anni è concorde nel rilevare come molti problemi che sembrano contenuti o del tutto assenti in età prescolare e scolare possono letteralmente “esplodere” in adolescenza o in età giovane-adulta, quando cioè i figli si trovano spesso come “bloccati” sia sul piano affettivo, sia professionale.

In che modo?

In particolare, per i figli giovani adulti, rilevante sembrerebbe essere la percezione del sentimento di ingiustizia, quella cioè, di non avere dai genitori il sostegno a cui sentono che avrebbero diritto e di essere spesso costretti all’inversione dei ruoli che viene vissuta come pesante da gestire. Le evidenze empiriche più ricorrenti mostrerebbero soprattutto una minor capacità da parte dei figli di separati, rispetto ai coetanei di famiglie “intatte”, ad impegnarsi in relazioni affettive durature ed una maggior tendenza a sperimentare precocemente rapporti affettivi e sessuali occasionali, come pure maggiori difficoltà dal punto di vista della progettualità professionale e del raggiungimento di uno status economico stabile. L’esperienza della separazione coniugale dei genitori sembra dunque lasciare nei figli da un lato il timore di ripetere il loro “fallimento”. D’altra parte, emerge il loro bisogno di riscattare l’immagine di unità familiare perduta, investendo dunque precocemente e massicciamente, anche in modo idealizzato, in un proprio futuro familiare”.

Da quanto avete appurato col lavoro della Sua équipe in Cattolica, per la valutazione dell’“idoneità” di un genitore o di entrambi i genitori sono sufficienti criteri socio-economici?

L’idoneità di un genitore non è ovviamente riducibile a criteri socio-economici, ma nemmeno a sue caratteristiche di personalità. Oggi, grazie ad una visione familiare del problema introdotta già a partire dagli anni ’80 dalle ricerche di Cigoli, Scabini e collaboratori si è giunti progressivamente a ritenere fondamentale (salvo casi estremi) garantire l’accesso del figlio anche al genitore non convivente, secondo il criterio della “continuità” entro una logica generazionale riferita cioè non solo ai genitori ma anche alle stirpi materna e paterna. “Creare uno spazio per l’assente” e garantire l’accesso all’altro genitore, può significare allora aprire una porta sul dolore o sul conflitto, ma anche consentire al figlio di appropriarsi realisticamente della propria storia. Per i figli è a rischio la concezione stessa di persona come potenzialmente generativa di legami benefici e duraturi.

Quali conseguenze può provocare la privazione della continuità del legame genitoriale?

La negazione di questo diritto è uno dei più grandi gesti di ingiustizia che un genitore solo possa compiere contro il proprio figlio. Un possibile drammatico esito di un non rispetto di tale compito genitoriale è rappresentato dalla Sindrome di Alienazione Parentale che si incontra nei bambini che, entro una separazione altamente conflittuale, rifiutano perentoriamente i rapporti con uno dei due genitori. Tale disturbo, sul quale abbiamo posto l’attenzione in alcune nostre recenti ricerche, è infatti frutto di un’operazione di sistematica squalifica e denigrazione da parte di un genitore – generalmente l’affidatario – nei confronti dell’altro genitore. L’altro genitore viene quindi sminuito, come “svuotato” del suo ruolo genitoriale, irriso e “buttato fuori” dalla relazione con il figlio: viene escluso dalla relazione educativa.

“Molti psicologi, educatori e assistenti all’infanzia hanno il brutto vizio di proporsi ai loro assistiti come un sostituto del genitore, … aumentando in questo modo la distanza tra genitore e figlio” si legge nella prefazione del libro Nidi violati, (genitoriparma@.it, ed. Il Torchio). Come valuta il contributo della società in relazione alla famiglia?

Penso che sia fondamentale che il mondo sociale offra alle famiglie percorsi di accompagnamento verso la realizzazione dei sui compiti: promuovendo esperienze di gruppi di genitori separati, o Percorsi di Enrichment Familiare, che facciano leva sulle risorse ancor più che sui bisogni di queste persone e consentano di uscire dall’isolamento nelle quali sono spesso relegate. O anche incoraggiando il ricorso alla Mediazione Familiare che consente alla coppia genitoriale di prendere accordi per la riorganizzazione delle relazioni familiari e favorendo la realizzazione di Gruppi di Parola per i figli di genitori separati. I figli devono sentirsi ascoltati e poter cercare strategie per migliorare il dialogo con gli adulti.

FONTE: lanuovabq.it

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