Una via cattolica a difesa del mercato: parla Sirico

La Nuova BQ intervista il fondatore dell’Acton Institute, padre Sirico. Mercato, sussidiarietà, economia: «Chiedere da subito l’intervento dello Stato vuol dire escludere gli obblighi morali che si hanno nei confronti del prossimo. Privando l’uomo delle opportunità di scelta, non solo gli si nega il vizio, ma anche la virtù».

di Stefano Magni (19-06-2016)

Il padre Robert Sirico è il fondatore dell’Acton Institute, centro studi di Grand Rapids che promuove la piena conciliazione di fede cattolica e libertà di mercato. L’edizione estiva dell’Acton University, quella in cui incontriamo Robert Sirico, ha superato la soglia dei 1100 allievi, da Africa, Asia, Europa e Americhe, adulti e giovani, donne e uomini di ogni estrazione culturale. Sirico non nasconde la sua soddisfazione per la capacità crescente del suo istituto di attrarre interesse in tutto il mondo. Eppure, in un periodo prolungato di crisi economica e incertezza politica, proprio il sistema economico di libero mercato e i suoi difensori — variamente ribattezzati neoliberisti o mercatisti dai loro detrattori — sono sotto attacco, accusati di ogni male della società contemporanea, non solo dalla sinistra post-marxista, ma anche da buona parte dell’ambiente cattolico.

Padre Robert Sirico
Padre Robert Sirico

Per difendere le sue tesi, che oggi appaiono assolutamente controcorrente, Sirico ha scritto A Difesa del Mercato, che sarà prossimamente pubblicato in lingua italiana dall’editore Cantagalli.

Padre Sirico, si è diffusa l’idea che un vero cristiano debba essere favorevole a politiche statali di redistribuzione della ricchezza e assistenza dei poveri. Essere favorevoli al libero mercato è poco cristiano?

Dobbiamo partire da una serie di distinguo. Affermare che lo Stato debba aiutare i poveri vuol dire saltare l’inizio della questione e partire dalla metà del discorso. L’inizio della questione è: chi è l’essere umano e quale diritto può rivendicare. Il diritto dell’uomo è derivato dalla sua stessa natura. Quando si parla del modo in cui questi diritti vengono garantiti, abbiamo già compiuto un secondo passo. Tutti hanno bisogno di sfamarsi, di proteggersi dalle intemperie, di essere vestiti, ma non è automatico capire come questi bisogni possano essere soddisfatti, se con la carità privata, con i sussidi pubblici, con le tasse… tutti questi metodi rispondono ad una domanda più pratica. Il principio di sussidiarietà ci dice che lo Stato non è mai il primo benefattore che soddisfa i nostri bisogni. Prima viene la persona stessa con il suo lavoro e i suoi mezzi di sostentamento, poi la sua famiglia, la comunità più vicina alla persona, infine la società che lo circonda a livello locale. Lo Stato viene in aiuto alla persona in seconda o terza battuta, quando non si può fare altro. Chiedere da subito l’intervento dello Stato, invece, vuol dire escludere gli obblighi morali che si hanno nei confronti del prossimo più vicino. Stabilire per principio la priorità dello Stato può condurre al totalitarismo ed escludere la creatività della società.

La sussidiarietà si basa sulla fiducia di piccole comunità, ma i principali critici del mercato constatano che le compagnie private sono sempre più grandi e internazionali, calpestano le piccole comunità e le sfruttano. Lei crede che sia un pericolo reale?

In un’economia di mercato, quando un’azienda ha successo e si espande, vuol dire che sta servendo bene la gente. Sempre che sia emersa in una competizione libera, in un sistema decentrato in cui nessuno pianifica l’economia. Diverso è il caso del consociativismo, quando un’azienda emerge e stabilisce la sua posizione dominante grazie all’aiuto delle autorità politiche. Ma a questo punto il potere è lo Stato che stabilisce una posizione dominante, vietando ai concorrenti di competere. Molto spesso, i critici del capitalismo puntano inconsapevolmente il dito contro il consociativismo, dunque contro lo Stato. Non è certo questo il modello che io intendo difendere. Quel che mi interessa è l’azienda indipendente che opera in un sistema di libero scambio.

Da un punto di vista morale, alcuni intellettuali italiani individuano nel mercato libero il principale nemico della famiglia, perché il mercato esige individui “soli e nomadi”, “privi di relazioni stabili”. Lo ritiene un parere fondato?

No, questo è precisamente l’argomento di Marx ed Engels contro il capitalismo, letto alla rovescia. Nel XIX Secolo, Engels scriveva che la proprietà privata e il mercato producevano la famiglia borghese. Dunque intendeva distruggere il sistema capitalista, a partire dalla distruzione della famiglia borghese. Oggi si ribaltano i termini, ma il vizio di fondo di questo argomento è sempre lo stesso. L’enciclica Rerum Novarum vede nel mercato uno strumento di sostegno della famiglia. Bisogna dunque stabilire bene che cosa sia il mercato: è un metodo di scoperta, prima di tutto, e un sistema nel quale le scelte sono lasciate direttamente alle persone. Affermare che il mercato è nemico della famiglia è come dire che il corteggiamento è nemico del matrimonio. Il mercato non fa che mettere a disposizione di ciascuno varie scelte, alcune di valore, altre no. Per evitare che la gente compia scelte cattive occorre una più profonda educazione morale, non certo una restrizione delle opportunità di scelta. Privando l’uomo delle opportunità di scelta, non solo gli si nega il vizio, ma anche la virtù. Il mercato serve anche a servire il prossimo, serve a procurare le risorse per mantenere la famiglia. E poi, chi dovrebbe mai decidere su chi ha bisogno di cosa? Chi conosce meglio le esigenze mie e della mia famiglia? Il politico al governo? Ogni persona conosce al meglio i propri bisogni e può compiere le scelte più responsabili.

Anche l’utero in affitto e la pratica della maternità surrogata sono spesso attribuite al mercato e alla logica del profitto…

Credo che questa sia una distorsione della realtà del mercato, che può esistere solo all’interno di una cornice morale. Il mercato non detta la morale, non può materialmente farlo. I difensori della libertà di scambio non dicono affatto che tutto debba essere trasformato in merce. Nessuno sta più difendendo la schiavitù, per esempio. La vita umana, che sia maternità surrogata, sessualità o schiavitù, non può essere offerta sul mercato. Sarebbe idolatria dei soldi, quella che Papa Francesco condanna a più riprese. C’è da dire che si tende troppo spesso a confondere l’idolatria dei soldi con i soldi in sé. I soldi, in sé, sono uno strumento utile a misurare il valore. L’abuso di un oggetto non rende malvagio l’oggetto in sé. Abusus non tollit usum (l’abuso non vieta l’uso) come recita la massima del diritto antico.

Sia la sinistra laica che i cattolici più attenti ai temi ambientali criticano il mercato perché non garantirebbe uno “sviluppo sostenibile” e rovinerebbe l’ambiente. È vero?

Penso sia vero proprio il contrario. Prima di tutto, se per “sostenibilità” noi intendiamo un utilizzo delle risorse saggio ed efficiente, privo di sprechi e di abusi, allora mi chiedo: come possiamo sapere se una risorsa ha valore o no? In un’economia di mercato, è il prezzo che ci dà la risposta. Se restringi la libertà di mercato, imponendo tasse, regole, divieti, sussidi, hai meno possibilità di conoscere il reale valore delle cose. Induci le persone a buttar via ciò che, magari, può ancora avere una sua utilità, oppure produrre in eccesso beni che non servono più. Sarebbe un’induzione allo spreco e all’utilizzo insostenibile delle risorse. Ed è quello che realmente accade nei sistemi socialisti. Dove l’economia è altamente regolamentata o addirittura pianificata, dove non è rispettato il diritto individuale alla proprietà privata, troviamo molto più inquinamento e spreco di risorse rispetto ai paesi capitalisti. Dove l’economia è libera, invece, la gente tenderà a sprecare meno.

“Beati siano i poveri”, ma se i poveri diventano ricchi?

I poveri saranno sempre con noi. Anche perché non dobbiamo pensare sempre e solo in termini di povertà e ricchezza materiali. Povertà e ricchezza sono anche e soprattutto da intendersi in termini spirituali. Dobbiamo porre il mondo materiale nella sua corretta prospettiva: un mezzo per raggiungere il Regno di Dio e non un fine in sé. Vale lo stesso principio per la sessualità: usata male porta al vizio, usata in modo appropriato è un sacramento.

FONTE: lanuovabq.it

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