La Dottrina sociale strumento di evangelizzazione

Nell’impegno sociale i cattolici non possono collaborare con quanti perseguono fini contrari alla religione e al bene comune o che richiedono di censurare la propria identità cattolica. La lezione di Leone XIII (Rerum Novarum), rilanciata dall’arcivescovo Crepaldi, è particolarmente attuale nell’impegno per lo sviluppo e la pace.

di Stefano Fontana (10-06-2016)

Nel 125° anniversario dell’enciclica Rerrum novarum di Leone XIII, l’Arcivescovo Giampaolo Crepaldi, ha riletto e attualizzato un passo “minore” dell’enciclica ma denso di importanti indicazioni per l’oggi. Lo ha fatto nella lezione tenuta ieri alla Scuola di Dottrina sociale della Chiesa della Diocesi di Trieste.

Nel paragrafo 40 dell’enciclica, Leone XIII, dopo aver indicato la doverosità della formazione di associazioni per la tutela dei giusti diritti degli operai, avverte che però molte di queste associazioni sono «rette da capi occulti, con organizzazione contraria allo spirito cristiano e al bene pubblico». Per questo motivo: «In tale stato di cose gli operai cristiani non hanno che due vie: o iscriversi a società pericolose per la religione, o formarne di proprie e unire così le loro forze per sottrarsi coraggiosamente a sì ingiusta e intollerabile oppressione. Ora, potrà mai esitare sulla scelta di questo secondo partito, chi non vuole mettere a repentaglio il massimo bene dell’uomo?».

35Anni_01_00_LeoneMa c’è anche qualcosa di più. Leone XIII sostiene che tra i fini delle associazioni cattoliche, accanto alla soluzione dei problemi concreti degli operai, c’è anche l’evangelizzazione: «Ne seguirà poi un altro vantaggio, quello cioè di infondere speranza e facilità di ravvedimento a quegli operai ai quali o manca la fede o la buona condotta secondo la fede».

L’Arcivescovo Crepaldi nella sua lezioni attualizza queste due importanti indicazioni. Infatti oggi si tende a dire che i cattolici possano collaborare con tutti e che impegnarsi anche con l’intento di evangelizzare significa fare proselitismo. Pensare di influire sui costumi e le leggi di una società, sui provvedimenti e le scelte politiche viene interpretato spesso come basso proselitismo, come tentativo di accaparrarsi fette di potere “cattolico”, come volontà di mettere la propria bandierina su un ambito della società, come conquista anziché come servizio. Il proselitismo in questi casi – così si dice spesso – trasforma la fede in ideologia.

Ma collaborare con tutti, al di fuori di criteri di ragione e di fede non è ammissibile. Nel campo dell’assistenza internazionale le Ong cattoliche si trovano a collaborare con altre Ong o con organismi e agenzie internazionali che non condividono la stessa antropologia. In questi casi si pone il problema segnalato sopra: le Ong cattoliche possono collaborare? Ove il fine buono è scorporabile da quello cattivo sì, ma in altri casi no. Oppure è il caso della militanza cattolica per l’ambiente o per la pace, anche in collaborazione con altre organizzazioni che dell’ambiente danno una versione solo naturalistica e della pace danno una versione solo sociologica. Ci si chiede: i cattolici non dovrebbero collaborare? Bisogna dire che in certi casi l’impegno per l’ambiente e la pace è talmente carico di significati panteisti, naturalisti, animalisti, ideologici che la collaborazione risulta improponibile. In qualche caso essa è possibile, a patto che i cattolici non dimentichino di apportare la loro specificità. Per l’ecologia questa specificità consiste nel parlare non della natura ma del creato, per la pace questa specificità consiste nel dire che il mondo non se la può dare da sé.

Quanto al possibile proselitismo l’Arcivescovo Crepaldi sostiene che lavorare nella società solo per i cattolici, dare assistenza solo ai cattolici e indurre a farsi cattolico per usufruire di aiuti e benefici sarebbe una inaccettabile forma di proselitismo. La carità cristiana non si fa solo ai “tesserati” o agli “iscritti”. Però aprirsi alla carità per tutti non vuol dire censurarsi dall’esprimere la propria identità cattolica. Un’associazione cattolica che distribuisce pasti ai bisognosi non deve nascondere di essere cattolica e di farlo perché è cattolica, non deve tirar via dalle pareti i simboli cattolici e non deve tirarsi indietro, una volta stabilito un rapporto umano con i beneficiati, di fare loro anche la proposta cattolica, non come condizione per usufruire di servizi ma come frutto e sviluppo di un incontro.

Con quell’appello a “infondere speranza e facilità di ravvedimento” ai compagni di lavoro, Leone XIII presentava già la Dottrina sociale della Chiesa come “strumento di evangelizzazione”, come dirà poi Giovanni Paolo II, e come annuncio di Cristo nelle realtà temporali. Certamente non si tratta di fare proselitismo, ossia di scambiare la solidarietà sociale, che va data a tutti, con l’adesione alla religione cattolica, ma di dare testimonianza e di annunciare, anche all’interno dell’azione sociale, economica e politica, la fede cattolica in tutte le sue esigenze. Interessante che Leone XIII parli qui sia di ravvedimento morale che di ravvedimento religioso che gli operai cattolici potrebbero indurre nei loro compagni di lavoro, tenendo quindi unite le due cose.

FONTE: lanuovabq.it

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