Mohammed Alì, un mito ma non “il più grande”

La morte di quello che fu Cassius Clay ne ha rilanciato l’immagine leggendaria, ma di immagine soprattutto si tratta. Molto dotato fisicamente e innovatore nella boxe, deve la sua fortuna mediatica al fatto — lui nero, islamico, pacifista — di avere incarnato un simbolo. Ma sulla tecnica pugilistica molto ci sarebbe da discutere.

di Roberto Marchesini (05-06-2016)

A causa delle conseguenze del morbo di Parkinson, malattia che lo affliggeva dagli anni Ottanta, è morto a settantaquattro anni Mohammed Alì (nato Cassius Marcellus Clay Junior), il pugile autoproclamatosi «il più grande».

PCCASSIUSSe i media hanno accettato di incoronare Alì con questo titolo (the greatest), qualche perplessità resta a chi di pugilato se ne intende. Fisicamente molto dotato (alto, agilissimo, con braccia esageratamente lunghe), l’unico pugno che ci abbia mai fatto vedere in tutta la sua carriera è, sostanzialmente, il jab, con il quale martellava gli avversari per tutta la durata dell’incontro tenendoli a distanza. Quando l’avversario si avvicinava, lo abbracciava impedendogli di boxare e costringendo l’arbitro a fermare l’azione. Ogni tanto, quando l’avversario era poco lucido (per la rabbia di non aver potuto boxare), esausto per i continui attacchi fermati dall’arbitro e con il volto massacrato, si esibiva in una serie di «sventole», schiaffoni dati con l’interno del guantone – proibiti dal regolamento – che solo un profano può scambiare per dei ganci (per un approfondimento sulla boxe di Mohammed Alì e sul suo significato clicca qui).

E qui la faccenda si fa interessante. Come mai Alì è stato così protetto e vezzeggiato dai media, dal mainstream e dagli arbitri? Com’è possibile che un nero, nell’America dei conflitti razziali, che si era per di più rifiutato di partecipare alla guerra del Vietnam, sia divenuto quella icona che abbiamo conosciuto?

Tutti, probabilmente, abbiamo visto il documentario Quando eravamo re, che racconta lo straordinario incontro tra Muhammed Alì e George Foreman tenutosi nel 1974 in Zaire. In questo documentario compare una intervista al giornalista e scrittore Norman Mailer. In realtà Mailer è più di una comparsa: egli è l’autore del libro The fight, che ha dato il tono epico all’incontro ed è stato sostanzialmente la sceneggiatura del documentario. Si potrebbe addirittura affermare che Norman Mailer sia l’uomo che ha costruito il mito Muhammad Alì.

E chi sarebbe questo Mailer? Fu forse uno dei più importanti spin doctor americani, responsabile di molti stati d’animo degli Stati Uniti dell’epoca. Crebbe all’interno della comunità ebraica di Brooklyn, dove rimase fino a quando non divenne il portavoce della beat e della hipster generation, contribuendo ad esempio alla creazione del mito del Greewich Village, la comunità hippy di New York. Nel 1965 scrisse il saggio Il negro bianco, che può essere considerato il punto d’inizio del movimento per i diritti civili delle minoranze nere negli USA. In questo saggio Mailer descrive – non senza una punta di involontario razzismo – il negro come un concentrato di sessualità disordinata e prorompente, emarginazione insolubile, violenza bestiale; e accomuna l’hipster bianco al negro. Da questo momento l’emarginazione del negro americano divenne un punto d’orgoglio, di opposizione all’America tradizionalista e conservatrice.

È più o meno nello stesso periodo che a Cassius Clay, vincitore della medaglia d’oro per i pesi mediomassimi alle olimpiadi di Roma nel 1960, viene affiancato l’allenatore (e ghost-writer) nero ma ebreo Drew Bundini Brown. Da quel momento Clay cessa di essere uno sportivo e diventa un simbolo.

Nel 1964 divenne campione del mondo battendo Sonny Liston, implicato con la mafia e le scommesse. Il giorno seguente si convertì all’islam, assunse legalmente il nome di Muhammed Alì e aderì alla Nation of Islam di Malcolm X (associazione che si è autodefinita «setta islamica militante»). Fu immediatamente fissata la rivincita con Liston, che Alì mise ko al primo round senza nemmeno averlo colpito (il famoso «pugno fantasma»).

Nel 1967 rifiutò l’arruolamento per il Vietnam adducendo motivi religiosi. In seguito a questa presa di posizione fu privato del passaporto e della licenza di pugile professionista ma, sorprendentemente, nel 1971 la Corte Suprema degli Stati Uniti annullò all’unanimità la condanna.

Ottenuta nuovamente la licenza, Alì sfidò il campione Joe Frazier. Nonostante Frazier l’avesse sostenuto anche economicamente durante il periodo di sospensione della licenza, nei giorni precedenti l’incontro Alì lo insultò con epiteti razzisti simili a quelli che aveva riservato a Liston: scimmione, gorilla. Frazier vinse l’incontro.

Alla ribalta del pugilato mondiale stava però salendo un giovane atleta dal fisico impressionante, George Foreman. Così venne organizzato l’incontro più mediatico della storia del pugilato, The rumble in the jungle, tra Alì e Foreman, che si tenne a Kinshasa il trenta ottobre 1974. Alì, il ricco e famoso nero razzista, convertitosi all’islam, che piaceva all’establishment WASP (white anglo-saxon protestant) statunitense, fu immediatamente identificato come «il buono», «l’eroe» della battaglia che i media avevano trasformato in epica; il giovane, povero e altrettanto nero Foreman era il cattivo che doveva essere sconfitto. Non solo per il mondo bianco occidentale, ma anche per gli zairesi, tra i quali cominciò a diffondersi l’orripilante slogan «Alì, bomaye»: Alì, uccidilo. Slogan ancora più spaventoso se si pensa che lo stadio di Kinshasa, dove si tenne l’evento, era il posto dove il sanguinario dittatore Mobuto eseguiva le condanne a morte dei suoi oppositori…

Comunque sia, Alì vinse un incontro che sembra tratto da un copione hollywoodiano. Quello fu l’apice della sua carriera pugilistica e della sua fama. Da allora combatté ancora diversi incontri dal valore e dall’esito piuttosto controverso, e anche il suo status di simbolo della lotta per l’emancipazione nera cominciò a declinare. I media cominciarono a proporre un nuovo modello di nero americano: non più il giovane attivista, comunista e musulmano, orgoglioso della propria origine e del colore della pelle che lotta per i diritti civili; bensì il pappone. Intorno alla metà degli anni Settanta, infatti, Hollywood cominciò a diffondere una serie di film (il filone fu chiamato Blaxplotation) il cui protagonista era un uomo violento, dedito al crimine, al sesso e alla droga, che si fa mantenere dalle donne: Shaft, Superfly eccetera. Alì cessò così di essere il simbolo dei neri americani, sia per i ricchi liberal bianchi che per i giovani neri (con le conseguenze che conosciamo).

Nel 1984 gli fu diagnosticato il morbo di Parkinson. Nel 1996 commosse il mondo quando, ultimo tedoforo, accese tremante la fiaccola olimpica alle olimpiadi di Atlanta.

Ora Muhammed Alì è morto. Dubito che sul ring sia stato davvero «the greatest». Fuori dal ring, per i media e per coloro che li governano, è sicuramente stato molto importante.

FONTE: lanuovabq.it

Advertisements

Rispondi

Inserisci i tuoi dati qui sotto o clicca su un'icona per effettuare l'accesso:

Logo WordPress.com

Stai commentando usando il tuo account WordPress.com. Chiudi sessione / Modifica )

Foto Twitter

Stai commentando usando il tuo account Twitter. Chiudi sessione / Modifica )

Foto di Facebook

Stai commentando usando il tuo account Facebook. Chiudi sessione / Modifica )

Google+ photo

Stai commentando usando il tuo account Google+. Chiudi sessione / Modifica )

Connessione a %s...