Fidanzate uccise, il problema è nella coppia

Dopo Sara, Karen: uccisa a 15 anni dal fidanzato per essersi sottratta a un rapporto sessuale. Ma parlare di femminicidio è solo retorica; è ormai comune un attaccamento morboso all’interno della coppia, figlio di una errata concezione dell’amore che privilegia il proprio desiderio anziché la vocazione dell’altro.

di Benedetta Frigerio (03-06-2016)

Karen
Karen

Karen Perez, quindicenne americana di South Houston. Violentata e strangolata ieri per essersi sottratta a un rapporto sessuale con il fidanzatino. Prima di lei Sara di Pietrantonio, 22enne romana. Bruciata viva domenica scorsa dall’ex fidanzato. Impazzito quando ha saputo che frequentava un altro ragazzo ha preferito vederla morta piuttosto che viva ma lontana da lui.

Ovviamente i casi si ripetono così, come un ritornello martellante dell’allarme “femminicidio”, il male dei mali causato dalla natura, giudicata di per sé violenta, del maschio. Eppure la retorica in voga non spiega molte cose. Come ad esempio il fatto che tante vittime tendano a cercare “uomini da salvare” per esercitare una sorta di dominio pericoloso. Lo spiega bene lo psichiatra Alessandro Meluzzi nel suo libro Il maschio fragile, ricordando inoltre che gli abusi poco riportati dai giornali riguardano anche gli uomini e che «il problema è la coppia» e non l’uomo soltanto.

Inoltre, «alla base di questo tipo di raptus, entrano in gioco fattori che non si possono racchiudere soltanto nella sfera delle psicopatologie. Quale il ruolo della società in questi casi?». Secondo lo psichiatra il divorzio, l’aborto, il gender che predicano la fluidità e l’incertezza dei rapporti, ponendo l’uomo in un perenne timore dell’abbandono, producono disturbi che generano sindromi da attaccamento morboso. Ma, soprattutto, mentre un tempo «la creazione della famiglia andava al di là della ricerca della felicità dei singoli», il problema diffuso oggi è che «la coppia si basa sull’idea un po’ maniacale che quella persona debba essere la fonte di ogni mia felicità», intesa però mondanamente, come soddisfazione momentanea.

La felicità reale, infatti, è inseparabile dal sacrificio. Per questo Meluzzi afferma che occorre superare l’egoismo, aggiungendo senza vergogna che è possibile farlo davvero solo con il Dio che si è voluto eliminare dall’orizzonte moderno, motivo per cui «una famiglia e una coppia in cui Dio non è al primo posto non avrà mai niente a posto».

Il Dio Crocifisso, infatti, mostra che l’amore per diventare vero chiede la morte dell’ego. E che se non accetti di morire non è che non muori, ma non puoi risorgere. Non puoi ottenere l’eternità. É il paradosso della vita: chi la trattiene la perde, chi la vuole possedere la rovina. E questo vale per ogni uomo. Quando nasce un sentimento per una persona c’è un solo modo di rovinarlo facendolo scadere a un livello asfissiante: fermarsi a quello e piegare l’altro al proprio progetto, anziché combattere perché si elevi in amore.

Solo che per ottenere questo occorre volere che l’amato si realizzi dando se stessi per la sua felicità a costo di rimetterci il cuore. A costo che il cuore si spezzi sanguinando di un bene fecondo. È sempre questo che insegna il Vangelo di Gesù: «Non c’è amore più grande di dare la vita per i propri amici». E non è che i cristiani siano masochisti. Non è che Cristo è venuto a ricordarci che la croce è la condizione necessaria per ottenere o costruire il bello e il vero, perché è un Dio “pesante” e cattivo. Infatti, dopo aver accettato di donare la vita a suo discapito, è risorto e desidera lo stesso per noi, non volendo lasciarci marcire nella meschinità dei nostri piani, non volendo farci morire per sempre.

Lo spiega bene don Luigi Giussani che spesso sottolineava che per amare una persona occorre innanzitutto amare la sua vocazione. Ossia ciò a cui Dio la chiama, nel sacrificio quotidiano di non usare l’altro per soddisfare i nostri piccoli desideri. Eppure la nostra società, spesso anche quella cristiana, non distingue più l’amore dal mero istinto di possesso, accettando il “tutto è lecito” del mondo, per poi urlare allo scandalo quando accadono episodi di violenza brutale come quello che ha tolto la vita a Karen e Sara. Episodi che dimostrano l’illusione di una felicità che si compie nel possesso dell’altro, come un idolo che può farci felici e che invece produce una perenne frustrazione incapace di rispondere a pieno. Sempre don Giussani agli esercizi della fraternità di Cl, nel 1996, spiegò che «la cosa è così bella» e «sembra lì a portata di mano» ed è «così giusta» che «Dio mio come diventa difficile!». Ma è proprio lì che «occorre veramente desiderare il destino dell’altro», quello «a cui il Signore ha chiamato». Non è semplice, «cioè è una cosa semplice, ma non è una cosa facile: è morire, è morire!».

Eppure, senza questa morte momentanea, resta solo la violenza eterna. Al contrario, si riceve cento volte tanto.

FONTE: lanuovabq.it

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