Amoris laetitia, il discernimento sia conforme agli insegnamenti della Chiesa

Il professor Angel Rodríguez Luño, insegnante di Teologia morale presso la Pontifica Università della Santa Croce in Roma, è uno dei più autorevoli teologi riconosciuti in questo campo. Autore, tra l’altro, di uno dei più diffusi manuali in materia. In questi giorni, sul sito web che gestisce insieme ad altri insegnanti, ha pubblicato le sue riflessioni sull’esortazione apostolica Amoris laetitia.

rodriguez-lunoA proposito del lavoro di “accompagnare, discernere e integrare la fragilità” il professor Luño cita il n.300 di AL, laddove il Papa ricorda che nella “legge non c’è gradualità (cf. Familiaris consortio, 34)”, quindi il “discernimento non potrà mai prescindere dalle esigenze di verità e di carità del vangelo proposte dalla Chiesa”.

“Sembra utile”, dice perciò Luño, “ricordare alcuni punti, da tener presenti perché il processo di discernimento sia conforme agli insegnamenti della Chiesa, punti che il Santo Padre presuppone e che non intende affatto cambiare.” Riportiamo di seguito due ampi stralci dell’intervento del professore (i titoletti sono nostri).

LA CONFESSIONE VALIDA

Il primo aspetto che viene sottolineato riguarda il sacramento della Riconciliazione, la confessione. “Se fosse del tutto assente la contrizione perfetta o imperfetta (attrizione), che comprendono il proposito di cambiare vita e di evitare il peccato, i peccati non potrebbero essere perdonati, e se ciononostante l’assoluzione venisse data, essa sarebbe invalida.”

LA COERENZA CON LA DOTTRINA DELL’INDISSOLUBILITA’ DEL MATRIMONIO

L’idea che le relazioni sessuali, nel contesto di una seconda unione civile, siano lecite, comporta che questa seconda unione venga considerata un vero matrimonio. Ma allora, si entra in oggettiva contraddizione con la dottrina sulla indissolubilità, secondo la quale il matrimonio rato e consumato non può essere sciolto, neppure dalla potestà vicaria del Romano Pontefice; se, invece, si riconosce che la seconda unione non è un vero matrimonio, perché vero matrimonio è e continua ad essere solo la prima unione, allora si assumono uno stato e una condizione di vita che “contraddicono oggettivamente a quell’unione di amore tra Cristo e la Chiesa, significata e attuata dall’Eucaristia”. Se, inoltre, la convivenza more uxorio nella seconda unione viene considerata moralmente accettabile, si negherebbe un principio fondamentale della morale cristiana, secondo il quale le relazioni sessuali sono lecite soltanto all’interno del matrimonio legittimo. Per questa ragione, la Lettera della Congregazione per la Dottrina della Fede del 14 settembre 1994 diceva: “Il fedele che convive abitualmente «more uxorio» con una persona che non è la legittima moglie o il legittimo marito, non può accedere alla Comunione eucaristica. Qualora egli lo giudicasse possibile, i pastori e i confessori, data la gravità della materia e le esigenze del bene spirituale della persona e del bene comune della Chiesa, hanno il grave dovere di ammonirlo che tale giudizio di coscienza è in aperto contrasto con la dottrina della Chiesa”.

Papa Francesco ricorda giustamente che possono darsi azioni gravemente immorali dal punto di vista oggettivo che, sul piano soggettivo e formale, non siano imputabili o non lo siano pienamente, a causa dell’ignoranza, della paura o di altre circostanze attenuanti, che da sempre la Chiesa ha preso in considerazione. Alla luce di questa possibilità, non si potrebbe affermare che colui che vive in una situazione matrimoniale cosiddetta “irregolare” oggettivamente grave, sia necessariamente in stato di peccato mortale. La questione è delicata e difficile, perché sempre si è ammesso che“de internis neque Ecclesia iudicat”, sullo stato più intimo della coscienza neppure la Chiesa può giudicare. Per questa ragione, la Dichiarazione del Pontificio Consiglio per i Testi Legislativi circa il canone 915, citata da Papa Francesco, nella quale veniva precisato che nel divieto di ricevere l’Eucaristia sono compresi anche i fedeli divorziati risposati, spiegò accuratamente che cosa si doveva intendere per peccato grave nel canone 915. Il Testo della Dichiarazione dice: “La formula «e gli altri che ostinatamente perseverano in peccato grave manifesto» è chiara e va compresa in un modo che non deformi il suo senso, rendendo la norma inapplicabile. Le tre condizioni richieste sono: a) il peccato grave, inteso oggettivamente, perché dell’imputabilità soggettiva il ministro della Comunione non potrebbe giudicare; b) l’ostinata perseveranza, che significa l’esistenza di una situazione oggettiva di peccato che dura nel tempo e a cui la volontà del fedele non mette fine, non essendo necessari altri requisiti (atteggiamento di sfida, ammonizione previa, ecc.) perché si verifichi la situazione nella sua fondamentale gravità ecclesiale; c) il carattere manifesto della situazione di peccato grave abituale.

La stessa Dichiarazione aggiunge che non si trovano in tale situazione di peccato grave abituale i fedeli divorziati risposati che, non potendo interrompere la convivenza per cause gravi, si astengono dagli atti propri dei coniugi, rimanendo l’obbligo di evitare lo scandalo, dato che il fatto di non vivere more uxorio è di per sé occulto. Negli altri casi, nell’accompagnamento pastorale di questi fedeli bisogna tener presente anche che sembra molto difficile che coloro che vivono in una seconda unione possano avere la certezza morale dello stato di grazia, poiché solo mediante l’interpretazione di segni oggettivi tale stato potrebbe essere conosciuto dalla propria coscienza e dal confessore. Inoltre, si dovrebbe distinguere tra una vera certezza morale soggettiva e un errore di coscienza che il confessore ha il dovere di correggere, come si è detto prima, poiché nell’amministrazione del sacramento il confessore è non solo padre e medico, ma anche maestro e giudice, compiti questi che certamente deve svolgere con la massima misericordia e rispetto, e cercando innanzitutto il bene spirituale di colui che si accosta alla confessione.

FONTE: sinodo2015.lanuovabq.it

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