A 125 anni dalla Rerum Novarum di Leone XIII vediamo i danni causati dal suo abbandono

Scritta da Leone XIII in un periodo in cui gli Stati europei stavano estromettendo la Chiesa dalla sfera pubblica, l’enciclica Rerum Novarum faceva parte di un disegno più ampio, volto a ristabilire il corretto rapporto fra fede e ragione e a riconquistare per Dio un ruolo nella sfera pubblica. Oggi possiamo valutare i danni dell’abbandono del progetto di Leone XIII.

di Stefano Fontana (24-04-2016)

La ricorrenza dei 125 anni della Rerum novarum (1891-2016) ci invita non solo a rileggere l’enciclica leonina, considerata la prima pietra nella costruzione della Dottrina sociale della Chiesa nella modernità, ma ci obbliga anche a riconsiderare l’insieme del progetto di Leone XIII, per chiedersi se sia ancora valido. La Rerum novarum, infatti, non è isolata nell’insegnamento di quel Pontefice, ma è inserita in un contesto di altre otto encicliche che costituiscono, insieme, un corpus unitario. Quello, e non solo la Rerum novarum, costituisce il progetto di Leone XIII.

389_001Vediamo innanzitutto il contesto da cui nasce quel progetto. Gli Stati europei, compreso quello italiano, avevano espulso la Chiesa da tre ambiti fondamentali per la sua missione storica: il matrimonio, l’educazione, la solidarietà nella società civile. La legislazione liberale sul matrimonio civile e il divorzio, la statalizzazione della scuola, l’abolizione delle corporazioni e delle opere pie avevano fatto piazza pulita della presenza della Chiesa nell’ambito pubblico. Molti Stati europei avevano poi perseguito iniziative anche più direttamente di vilipendio della religione cattolica, abolendo gli ordini religiosi contemplativi e incamerando i loro beni e avocando a se – con l’exequatur – l’approvazione delle nomine dei vescovi. Formalmente le costituzioni facevano ancora riferimento a Dio come fonte dell’autorità, ma le politiche si dissociavano da questo principio, cercando l’espulsione di Dio dall’ambito pubblico.

Il progetto di Leone XIII era di iniziare una fase storica in cui i cattolici riconquistavano per Dio un posto nell’ambito pubblico. La Dottrina sociale della Chiesa a questo doveva servire e a questo serve tuttora. Se lo si esclude, allora hanno ragione coloro – e sono tanti – che non giustificano l’esistenza stessa della Dottrina sociale della Chiesa.

389_002A riprova di ciò basta riflettere sulle prime parole della Rerum novarum: “L’ardente brama di novità (rerum novarum) che da gran tempo ha cominciato ad agitare i popoli, doveva naturalmente dall’ordine politico passare all’ordine simile dell’economia sociale”. L’enciclica non viene scritta per andare incontro alle novità moderne ma per dare loro contro. Le novità politiche createsi soprattutto dopo la rivoluzione francese hanno prodotto poi conseguenti novità sociali ed economiche, che hanno continuato a quei livelli l’espulsione di Dio dalla sfera pubblica. La Dottrina sociale della Chiesa doveva esprimere un progetto a ciò contrario e teso a ricollocare Dio al suo posto.

Leone XIII fu un grande filosofo della politica. Secondo Del Noce è stato il più grande filosofo cristiano del XIX secolo. La sua idea – ma altro non è che l’idea cattolica – era che la ragione fuori della fede si trasforma sempre in positivismo. È inevitabile che se tiriamo fuori la ragione dalla fede, essa, la ragione, perda consistenza in quanto ragione e diventi una anti-ragione, oltre che una anti-fede: il positivismo appunto. La ragione fuori della fede diventa una nuova religione antireligiosa. Leone XIII vedeva che l’attacco alla fede cattolica era molto radicale. Il positivismo era diventato ragione di Stato o, meglio, nuova religione civile dello Stato il cui sommo sacerdote in Italia era Achille Ardigò.

Per questo motivo la prima delle encicliche sociali di Leone XIII deve essere considerata l’Aeterni Patris (1879) con la quale viene ribadito il giusto rapporto tra ragione e fede nello sforzo di contrapporre al positivismo, insegnato nelle università e nei licei italiani come filosofia del regime crispino e carducciano, la filosofia eterna di San Tommaso d’Aquino. Dentro questo quadro si collocano poi le altre encicliche sociali di Leone XIII che chiariscono il senso della libertà cristiana, la fonte divina dell’autorità, il carattere pubblico e indissolubile del matrimonio, la costituzione cristiana degli Stati, il diritto della Chiesa ad una supremazia legislativa nel campo del matrimonio e dell’educazione. Dentro questa complessa e completa architettura trova luogo anche la Rerum novarum, che esamina le conseguenze economiche e sociali degli sconvolgimenti moderni per sostenere che “non c’è soluzione alla questione sociale fuori del Vangelo”. Con il che si ridà a Dio il suo giusto posto nel mondo.

Ricordare i 125 anni della Rerum novarum, richiede anche di riconsiderare l’intero progetto di Leone XIII, dal quale oggi sembra di essere molto lontani. Le sue esigenze, però, non possono essere liquidate semplicisticamente.

La Centesimus annus di Giovanni Paolo II, scritta al compimento del centesimo compleanno della Rerum novarum e che ricordiamo in questi giorni nei suoi 25 anni, è stata, tutto sommato, il tentativo di rilanciare il progetto leonino nella sua totalità. Mente l’Aeterni Patris aveva anticipato la Rerum novarum, la Fides et ratio di Giovanni Paolo II ha seguito la Centesimus annus, ma ciò non toglie che ambedue appartengano al medesimo quadro, insieme alla Veritatis splendor e alla Evangelium vitae. La Fides et Ratio ristabilisce il corretto rapporto cattolico tra fede e ragione, rifacendosi ampiamente alla filosofia dell’essere di san Tommaso d’Aquino, come aveva fatto l’Aeterni Patris. Ci sono delle diversità, intendiamoci, ma è ugualmente chiaro l’impegno per riprendere non segmenti particolari, ma un intero progetto. La Centesimus annus, infatti, riconferma che non c’è soluzione alla questione sociale fuori del Vangelo. Sia la Rerum novarum che la Centesimus annus intendono rivendicare lo statuto pubblico della Chiesa cattolica. Giovanni Paolo II riconferma che la ragione fuori della fede si trasforma in positivismo, ossia in una nuova religione atea.

Leone XIII aveva davanti a sé lo “scandalo” del matrimonio civile. Oggi noi ci troviamo davanti al matrimonio omosessuale. Se ci troviamo in queste condizioni dovremmo pur valutare cosa ne abbiamo fatto del progetto di Leone XIII. Un dato della sua attualità è certo: i danni causati dal suo abbandono.

FONTE: lanuovabq.it

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