“Non ti condanno… Non peccare più!”

V Domenica del Tempo di Quaresima. Anno C.

Dal Vangelo secondo Giovanni (8,1-11).

In quel tempo, Gesù si avviò verso il monte degli Ulivi. Ma all’alba si recò di nuovo nel tempio e tutto il popolo andava da lui ed egli, sedutosi, li ammaestrava. Allora gli scribi e i farisei gli conducono una donna sorpresa in adulterio e, postala nel mezzo, gli dicono: «Maestro, questa donna è stata sorpresa in flagrante adulterio. Ora Mosè, nella Legge, ci ha comandato di lapidare donne come questa. Tu che ne dici?». Questo dicevano per metterlo alla prova e per avere di che accusarlo. Ma Gesù, chinatosi, si mise a scrivere col dito per terra. E siccome insistevano nell’interrogarlo, alzò il capo e disse loro: «Chi di voi è senza peccato, scagli per primo la pietra contro di lei». E chinatosi di nuovo, scriveva per terra. Ma quelli, udito ciò, se ne andarono uno per uno, cominciando dai più anziani fino agli ultimi. Rimase solo Gesù con la donna là in mezzo. Alzatosi allora Gesù le disse: «Donna, dove sono? Nessuno ti ha condannata?». Ed essa rispose: «Nessuno, Signore». E Gesù le disse: «Neanch’io ti condanno; va’ e d’ora in poi non peccare più».


 

Queste parole sono piene della forza disarmante della verità, che abbatte il muro dell’ipocrisia e apre le coscienze a una giustizia più grande, quella dell’amore, in cui consiste il pieno compimento di ogni precetto.

Benedetto XVI


 

Tutti hanno commesso adulterio con il demonio separandosi da Dio

di Don Antonello Iappica (11-03-2016)

Una “donna”, senza nome, puoi mettere il tuo, posso mettere il mio. Un peccato, l’adulterio, il mio e il tuo. Sembrava amore e invece era solo passione, gli ormoni a dettare legge per fuggire da un matrimonio che non aveva più nulla da dire; magari il marito è da un secolo che la stava trascurando, chiuso nella sua banale superficialità.

E una “donna”, si sa, ha bisogno d’essere considerata, corteggiata, ne va della sua femminilità. Forse l’aveva tradita, e non poteva sopportarlo, doveva fargliela pagare. O forse era stata solo una sbandata, un fremito, di quelli che ti prendono quando qualcuno ti fa sentire importante; quelle parole che nessuno le aveva mai detto, e sembrava capire tutto di lei, s’era accorto addirittura che aveva cambiato rossetto.

L’occasione aveva bussato, e l’aveva trovata indifesa, incapace di resistere. Quel volto, e quella voce d’uomo, proprio in quel momento, proprio sulla soglia della depressione, una vita spesa tra lavoro, fornelli e bucati; e lo dicono anche gli psicologi, e poi i film, le canzoni, la televisione, non si può perdere così la dignità, da troppo tempo aveva dimenticato d’essere una “donna”, di quelle vere, autodeterminate; non era mica nata per fare solo la madre e la moglie, altro che sottomissione…

Ecco, quell’uomo che le si avvicinava le aveva improvvisamente incendiato l’orgoglio. E’ lì, nel fondo melmoso del cuore, dove s’agita il demone più feroce, che sempre tutto ha inizio. Di colpo s’era trovata dinanzi all’albero, come la prima delle “donne”, con un futuro di libertà e felicità da cogliere senza pensarci troppo.

E’ vero che qualcosa le diceva che no, non era proprio così, che s’era sposata perché lo aveva desiderato e deciso, che, pur tremando, la fedeltà l’aveva promessa felice per tutti i giorni della sua vita; che quei bambini erano la luce dei suoi occhi, e che era orgogliosa che portassero il nome di suo marito, che le piaceva perfino che gli assomigliassero.

Ma sottomessa no; quello sguardo dolce, quelle parole a pranzo, quella presenza improvvisa le stavano finalmente indicando la ragione del sottile malessere che l’aveva afferrata da tempo: il limite, il sacrificio, l’obbedienza e il dono di sé, tutto era troppo, si sentiva frustrata, quanto era che non usciva con un’amica per fare shopping? In fondo lui non era neanche bello; intelligente e comprensivo si dice, ma nulla di più.

Non era di lui che s’era invaghita accidenti, non era passione per un uomo, checchè ne dicesse la sua collega. Di se stessa s’era innamorata, e questo si chiama superbia. Lui era solo uno sguardo e una voce prestate al serpente; lei desiderava un’altra se stessa, perché quegli occhi e quelle parole che l’avevano turbata, i complimenti e le gentilezze che le scompensavano gli ormoni, in fondo la stavano disprezzando senza pietà.

Quell’uomo stava stracciando e buttando nella spazzatura ciò che lei era stata sino a quel momento: donna, sposa e madre. Insinuandole una menzogna la stava spingendo a tradire se stessa, perché ciò che era non valeva, non serviva. Doveva essere la sua amante per valere. Come fece con Eva, il demonio le stava dipingendo il quadro della “donna” che non sarebbe mai stata: servita, obbedita, valorizzata, rispettata, amata, non perché “donna”, e sposa, e madre, non perché immagine della Chiesa per la quale Cristo ha offerto se stesso, ma perché sarebbe divenuta come dio.

A questa menzogna aveva legato il suo cuore, e ogni abbraccio, ogni bacio, ogni amplesso, ogni parola e ogni istante passato con l’amante era un frammento di morte che si impadroniva di lei. E ora era lì, come Eva, “sorpresa in flagrante adulterio”; e “Mosè, nella Legge, ha comandato di lapidare donne come questa”. Era giusto così, perché la pioggia di pietre le avrebbe solo dato pubblicamente la morte che il suo cuore e la sua carne avevano scelto e consumato nel segreto.

Per questo era lì “nel mezzo”, come un esempio per quanti avevano in animo di peccare. Gli “scribi e i farisei”, del resto, avevano già condannato l’adultera; ma avevano bisogno di lei per condannare il Signore. Il suo adulterio, infatti, sarebbe servito per “mettere alla prova Gesù e avere di che accusarlo”.

Ma proprio qui appare la Pasqua, il mistero che ci stiamo preparando a celebrare. La Pasqua che stravolge tutto: proprio il desiderio di accusare Gesù avrebbe salvato quella donna! Gesù stava “insegnando” la Torah, la Legge sulla quale venivano a metterlo alla prova: “tu che ne dici?”. Forse stava spiegando perché in Galilea aveva predicato che bastava uno sguardo di concupiscenza per commettere adulterio con una donna nel proprio cuore. Che è da lì che iniziamo a tradire Dio, noi stessi e gli altri…

Ma ora, misteriosamente, non dice nulla, “si china”, e comincia a “scrivere in terra con il dito”. Fa un segno, e nessuno lo capisce. Il suo dito sembra sfiorare così la debolezza di quella donna, fatta di “terra” come tutti quelli che erano lì, il popolo giustiziere, gli scribi sapienti e i farisei integerrimi.

Il suo dito era una carezza che annunciava la verità: la Legge, la libertà, l’amore, il cammino della vita, tutto è scritto sulla polvere che è il cuore di ogni uomo. Un po’ di vento cavalcato dalla tentazione, e la vita scappa via. Per questo Gesù ci dice oggi: “chi di voi è senza peccato, getti per primo la pietra contro di lei”. Tutti hanno peccato. Tutti hanno commesso adulterio con il demonio separandosi da Dio. Tutti hanno creduto alla menzogna e hanno pensato di poter essere diversi, come Dio. E tutti sono morti.

Allora, che fate? Vi cominciate a prendere a sassate fino a che non vi ammazzate tutti? E’ questo che diceva Mosè? No, perché la Torah parla di me, in ogni sua pagina. Annuncia che davvero i vostri peccati sarebbero stati la mia accusa e la mia condanna, scritti tutti sulla Croce. Annuncia il perdono per ogni peccato, l’unico giudizio capace di estirpare il male e scrivere la Legge nel cuore.

Guardiamoci dentro allora, e non potremo far altro che “tornare a casa”, a cominciare dai più “vecchi”, arrugginiti nei peccati. E convertirci e chiedere perdono a quanti abbiamo giudicato, anche alla moglie adultera, anche al marito assente che ha tradito. “Dove sono gli accusatori?” Dov’è il documento che ci condanna? Quando, ogni giorno, vibra nel cuore il giudizio inclemente verso se stessi e verso gli altri, emerge il giudizio di Dio che è la misericordia. Dove tutti ci abbandonano, dove tutto, giustamente e ragionevolmente, ci condanna, il suo amore è l’ultima Parola.

Gesù, il comandamento del Padre scritto sulla terra della nostra esistenza, il Cielo inciso sul nostro cuore, la misericordia nella nostra debolezza; Gesù, che ci ripete oggi: “neanche io ti condanno”. Chi ha incontrato l’amore gratuito di Cristo, chi ha sperimentato che “nessuno” l’ha condannato, “va, cammina nella Chiesa in una vita nuova, la vita di Cristo, e per questo non pecca più“; guarda l’altro con gli occhi e il cuore di Cristo, e gli ripete le stesse parole: neanche io ti condanno.

Una “donna” che incontra Cristo cesserà di tradire Dio, se stessa, suo marito e suoi figli. In Lui che consegna se stesso per lei ha, infatti, trovato lo Sposo che la ama così come è. In Lui può essere “donna”, moglie e madre sino in fondo, sottomessa per amore a Cristo al marito che non sa più condannare… E come lei ciascuno di noi in questa Pasqua, perdonati per accogliere tutti nella misericordia.

Fonte: zenit.it


 

Commenti patristici

San Beda il Venerabile (Dall’Omelia I, 25)

Con tanto maggiore impegno dobbiamo considerare questa lettura del Vangelo, fratelli carissimi, e tenerla sempre a mente, quanto più grande ci presenta la grazia del nostro Creatore. Ecco infatti che quando gli empi accusatori gli portarono innanzi la donna peccatrice, egli non comandò di lapidarla secondo la Legge, ma disse che gli stessi accusatori prima esaminassero se stessi e poi esprimessero il giudizio sulla peccatrice, perché dalla considerazione della propria fragilità comprendessero di quanta misericordia dovessero avere degli altri. …

Ben a ragione dunque il testo dice che quando Gesù sedutosi insegnava, tutto il popolo venne a lui, perché dopo che con l’umiltà della sua incarnazione egli si avvicinò agli uomini, furono molti che accolsero volentieri le sue parole, ma furono di più a disprezzarle con empia superbia. Ascoltarono infatti i mansueti e si rallegrarono magnificando il Signore col salmista ed esaltando a gara il suo nome (cfr. Sal 33, 3-4). Ascoltarono gli invidiosi e furono confutati, ma non si pentirono, lo tentarono, lo derisero, stridettero contro di lui con i loro denti (cfr. Sal 34, 16). Infatti proprio per tentarlo portarono a lui la donna sorpresa in adulterio e gli chiesero che cosa comandasse di fare di lei, dato che Mosè aveva comandato di lapidare una tale: se anch’egli avesse detto di lapidarla, lo avrebbero deriso in quanto si dimenticava della misericordia che aveva sempre insegnato; se invece avesse vietato di lapidarla, si sarebbero scagliati contro di lui e lo avrebbero condannato giustamente, secondo loro, in quanto promotore di scelleratezza e avverso alla Legge. Ma non sia mai che la stoltezza terrena trovi che dire e la sapienza divina non abbia come rispondere; non sia mai che la cieca empietà impedisca al sole di giustizia di risplendere al mondo.

Gesù allora inchinatosi scriveva a terra col dito. L’inchinarsi di Gesù esprime l’umiltà; il dito, che è flessibile per le articolazioni, la sottigliezza del discernimento; la terra indica il cuore degli uomini che rende frutti sia di buone che di cattive azioni. Il Signore, richiesto di giudicare la peccatrice, non dà subito il giudizio, ma prima chinatosi scrive a terra col dito; finalmente, richiesto con insistenza, giudica proprio noi in quanto ci ammonisce simbolicamente che, quando vediamo qualcosa di sbagliato nel prossimo, non dobbiamo giudicarlo sfavorevolmente, se prima non abbiamo esaminato con umiltà e discolpato con accurata valutazione la nostra coscienza, se prima non abbiamo attentamente esaminato ciò che in essa piace o non piace al nostro Creatore, secondo le parole dell’apostolo: Fratelli, se l’uno viene sorpreso in qualche fallo, voi che siete spirituali, correggetelo con spirito di dolcezza, e bada bene a te stesso perché anche tu puoi essere tentato (Gal 6, 1).

… Vuoi apprendere la misura della pietà? Chi di voi è senza peccato. Vuoi apprendere la giustizia del giudizio? Scagli la prima pietra. Se Mosè vi ha ordinato di lapidare una donna di tal genere, lo ha comandato ai giusti e non ai peccatori. Perciò realizzate prima voi la giustizia della Legge e poi con mani innocenti e cuore puro correte a lapidare la colpevole. Realizzate prima le opere spirituali della Legge, fede, misericordia e carità, e poi volgetevi a giudicare le cose della carne.

Espresso il suo giudizio, il Signore chinatosi di nuovo scriveva sulla terra. … Nel chinarsi a scrivere in terra prima e dopo la sentenza, egli ci fa capire che sia prima di punire uno che incorre nel peccato sia dopo averlo meritatamente punito, dobbiamo esaminare umilmente noi stessi se per avventura non fossimo incorsi nelle stesse malefatte che riprendiamo in quello o in altri. Accade più volte, per esempio, che quelli che giudicano un omicida colto in flagrante non hanno coscienza di essere essi stessi interiormente devastati dall’odio in modo ancora peggiore; quelli che accusano l’adultero non si accorgono della peste della superbia, per cui inorgogliscono della loro castità; quelli che condannano l’ubriaco non scorgono il veleno dell’invidia dal quale sono consunti. Ma allora per sfuggire a questi pericoli, che ci resta da fare se non, a vedere un altro che pecca, volgere lo sguardo in basso, cioè considerare umilmente quanto in basso siamo gettati dalla condizione della nostra fragilità, se non ci sorregge la divina pietà? …

Possiamo anche interpretare rettamente che il Signore, sul punto di concedere il perdono alla peccatrice, volle scrivere a terra, per far vedere che egli era colui che aveva scritto sulla pietra il decalogo della Legge col suo dito, cioè con l’opera dello Spirito Santo. E se a ragione era stata scritta sulla pietra la Legge, che era data per domare il cuore di un popolo duro e contumace, a ragione scrive in terra il Signore, sul punto di dare la grazia del perdono ai contriti e agli umili di cuore in modo che potessero portare frutto di salvezza. Ben a ragione chinatosi scrive a terra col dito egli che, apparso una volta in alto sul monte, aveva scritto sulla pietra, perché in virtù dell’umiliazione dell’umanità assunta infonde nel fertile cuore dei fedeli lo spirito della grazia egli che, apparendo in alto in figura di angelo, aveva dato duri precetti a quel popolo che allora era duro di cuore. Ben a ragione, dopo essersi chinato a scrivere in terra, pronuncia eretto parole di misericordia, egli che, per la partecipazione all’umana debolezza, ha promesso il dono della pietà agli uomini e lo ha elargito con l’efficacia della divina potenza.

Alzatosi Gesù le chiese: “Dove sono donna quelli che ti accusavano? Nessuno ti ha condannata?”. Ella rispose: “Nessuno, Signore”. Nessuno osò condannare la peccatrice, poiché ognuno cominciò a riconoscere in sé ciò che meritava condanna anche maggiore. Ma colui che aveva messo in fuga la folla degli accusatori presentando il peso della giustizia, vediamo con quanta misericordia conforti l’accusata.

Segue: Gesù le disse: “Neppure io ti condannerò; va’ e d’ora in poi non peccare più”. Si adempì così la parola del salmista, che a lode del Signore aveva cantato: Procedi con prosperità e regna con virtù, mansuetudine e giustizia e la tua destra ti guiderà mirabilmente (Sal 44, 5). Il Signore regna con verità perché, predicando alle folle dei credenti la gloria del suo regno, apre al mondo la via della verità. Regna con mansuetudine e giustizia perché molti si sottomettono al suo regno, conoscendolo mansueto nel liberare dai peccati quelli che si pentono e giusto nel condannare i contumaci nel peccato, mansueto nell’elargire la grazia della fede e delle virtù celesti, giusto nel rendere ricompensa perpetua per la lotta della fede e delle virtù celesti. Lo ha condotto mirabilmente la sua destra, perché Dio, abitando nell’uomo, lo ha fatto apparire mirabile in tutto quello che faceva e insegnava, tale che eludeva sempre le insidie che gli astuti nemici potevano escogitare.

Neppure io, disse, ti condannerò; va’ e d’ora in poi non peccare più. Poiché pio e misericordioso rimette i peccati passati, poiché è giusto e ha amato la giustizia, le vieta di peccare ancora.


 

La donna adultera siamo tutti noi

Sant’Agostino (Omelia 33)

Il Signore ha condannato il peccato, non l’uomo. Bisogna tenerne conto per non separare, nel Signore, la verità dalla bontà. Il Signore è buono e retto. Amalo perché è buono, temilo perché è retto.

1. La vostra Carità ricorda che nel precedente discorso, prendendo spunto dal brano evangelico, vi abbiamo parlato dello Spirito Santo. Il Signore aveva invitato i credenti in lui a bere lo Spirito Santo, parlando in mezzo a coloro che avevano intenzione di prenderlo e volevano ucciderlo, ma non ci riuscivano perché egli ancora non voleva. Appena ebbe detto queste cose, nacque tra la folla un forte dissenso intorno a lui. Alcuni sostenevano che egli era il Cristo, mentre altri facevano osservare che il Cristo non poteva venire dalla Galilea. Coloro poi che erano stati mandati ad arrestarlo, ritornarono con le mani pulite e pieni di ammirazione per lui. Resero, anzi, testimonianza alla sua divina dottrina, quando alla domanda di quelli che li avevano mandati: Perché non lo avete condotto?, essi risposero: Nessun uomo ha mai parlato come parla costui. Egli infatti aveva parlato così perché era Dio e uomo. Tuttavia i farisei, rifiutando la testimonianza delle guardie, replicarono: Anche voi siete stati sedotti? Vediamo infatti che vi siete deliziati dei suoi discorsi. C’è forse alcuno dei capi o dei farisei che gli abbia creduto? Ma questa gentaglia, che non conosce la legge, è maledetta! (Gv 7, 45-49). Quelli che non conoscevano la legge, credevano in colui che aveva dato la legge; egli invece veniva disprezzato da quelli che insegnavano la legge, affinché si adempisse ciò che il Signore stesso aveva detto: Io sono venuto perché vedano quelli che non vedono e quelli che vedono diventino ciechi (Gv 9, 39). Ciechi infatti son diventati i dottori farisei, mentre sono stati illuminati i popoli che non conoscevano la legge, ma che hanno creduto nell’autore della legge.

2. Tuttavia uno dei farisei, Nicodemo – quello che si era recato da Gesù di notte, e che probabilmente non era incredulo ma soltanto timido, e perciò si era avvicinato alla luce di notte, perché voleva essere illuminato pur avendo paura di essere riconosciuto -, rispose ai Giudei: La nostra legge giudica forse un uomo prima di averlo ascoltato e di sapere ciò che fa? Perversi com’erano, volevano condannarlo prima di conoscerlo. Nicodemo infatti sapeva, o almeno era persuaso, che se essi avessero avuto soltanto la pazienza di ascoltarlo, probabilmente avrebbero fatto come quelli che, mandati per arrestarlo, avevano preferito credere in lui. Gli risposero, seguendo i pregiudizi del loro animo: Saresti anche tu galileo? Cioè, anche tu sei stato sedotto dal Galileo? Il Signore infatti era chiamato Galileo, perché i suoi genitori erano di Nazaret. Ho detto genitori riferendomi a Maria, non al padre: Gesù ha cercato in terra solo una madre, poiché aveva già in cielo il Padre. La sua nascita infatti fu mirabile in ambedue i sensi: divina senza madre e umana senza padre. E cosa dissero quei sedicenti dottori della legge a Nicodemo? Studia le Scritture, e vedrai che non sorge profeta dalla Galilea. Ma il Signore dei profeti era sorto proprio dalla Galilea. E ciascuno – nota l’evangelista – tornò a casa sua (Gv 7, 50-53).

3. Gesù, poi, se ne andò al monte degli Ulivi, al monte dei frutti, al monte dell’olio, al monte dell’unzione. Poteva trovare, il Cristo, per insegnare, luogo più adatto del monte degli Ulivi? Il nome Cristo infatti viene dalla parola greca chrisma, che tradotto significa “unzione”. Egli infatti ci ha unti per fare di noi dei lottatori contro il diavolo. All’alba, però, era di nuovo nel tempio e tutto il popolo andava da lui ed egli, seduto, insegnava ad essi (Gv 8, 1-2). E nessuno poteva prenderlo perché non era ancora giunta l’ora della sua passione.

Verità, bontà e giustizia

4. Osservate ora fino a che punto i suoi nemici misero alla prova la mansuetudine del Signore. Allora gli scribi e i farisei gli conducono una donna sorpresa in adulterio e, postala nel mezzo, gli dicono: Maestro, questa donna è stata colta in flagrante adulterio. Ora Mosè, nella legge, ci ha comandato di lapidarle queste tali. Tu che cosa dici? Questo dicevano per metterlo alla prova, onde avere di che accusarlo (Gv 8, 3-6). Accusarlo di che? Forse che avevano sorpreso pure lui in qualche delitto, oppure si poteva dire che quella donna aveva avuto a che fare con lui? In che senso allora essi volevano metterlo alla prova, per avere di che accusarlo? Abbiamo modo di ammirare, o fratelli, la straordinaria mansuetudine del Signore. Anche i suoi avversari fecero esperienza della sua grande mitezza, della sua mirabile mansuetudine, secondo quanto di lui era stato predetto: Cingiti la spada al fianco, potentissimo; e maestoso t’avanza, cavalca, per la causa della verità e della mansuetudine e della giustizia (Sal 44, 4-5). Egli ci ha apportato la verità come dottore, la mansuetudine come liberatore, la giustizia come giudice. Per questo il profeta aveva predetto che il suo regno sarebbe stato totalmente sotto l’influsso dello Spirito Santo. Quando parlava, trionfava la verità; quando non reagiva agli attacchi dei nemici, risaltava la mansuetudine. E siccome i suoi nemici, per invidia e per rabbia, non riuscivano a perdonargli né la verità né la mansuetudine, inscenarono uno scandalo per la terza cosa, cioè per la giustizia. Che cosa fecero? Siccome la legge ordinava che gli adulteri fossero lapidati, e ovviamente la legge non poteva ordinare una cosa ingiusta, chiunque sostenesse una cosa diversa da ciò che la legge ordinava, si doveva considerare ingiusto. Si dissero dunque: Egli si è considerato amico della verità e passa per mansueto; dobbiamo imbastirgli uno scandalo sulla giustizia; presentiamogli una donna sorpresa in adulterio, ricordiamogli cosa stabilisce in simili casi la legge. Se egli ordinerà che venga lapidata, non darà prova di mansuetudine; se deciderà che venga rilasciata, non salverà la giustizia. Ma per non smentire la fama di mansuetudine che si è creata in mezzo al popolo, certamente – essi pensavano – dirà che dobbiamo lasciarla andare. Così noi avremo di che accusarlo, e, dichiarandolo colpevole di aver violato la legge, potremo dirgli: sei nemico della legge, devi rispondere di fronte a Mosè, anzi, di fronte a colui che per mezzo di Mosè ci ha dato la legge; sei reo di morte e devi essere lapidato anche tu assieme a quella. Con tali parole e proposito, s’infiammava l’invidia, ardeva il desiderio di accusarlo, si eccitava la voglia di condannarlo. Ma tutto questo contro chi? Era la perversità che tramava contro la rettitudine, la falsità contro la verità, il cuore corrotto contro il cuore retto, la stoltezza contro la sapienza. Ma come gli avrebbero potuto preparare dei lacci in cui non sarebbero essi stessi caduti per primi? Il Signore, infatti, risponde in modo tale da salvare la giustizia senza smentire la mansuetudine. Non cade nella trappola che gli è stata tesa, ci cadono invece quegli stessi che l’hanno tesa: gli è che non credevano in colui che li avrebbe potuti liberare da ogni laccio.

La miseria e la misericordia

5. Cosa rispose dunque il Signore Gesù? Cosa rispose la verità? Cosa rispose la sapienza? Cosa rispose la stessa giustizia contro la quale era diretta la calunnia? Non disse: Non sia lapidata! Si sarebbe messo contro la legge. Ma si guarda bene anche dal dire: Sia lapidata! Egli era venuto, non a perdere ciò che aveva trovato, ma a cercare ciò che era perduto (cf. Lc 19, 10). Cosa rispose dunque? Guardate che risposta piena di giustizia, e insieme piena di mansuetudine e di verità! Chi di voi è senza peccato – dice – scagli per primo una pietra contro di lei (Gv 8, 7). O risposta della Sapienza! Come li costrinse a rientrare subito in se stessi! Essi stavano fuori intenti a calunniare gli altri, invece di scrutare profondamente se stessi. Si interessavano dell’adultera, e intanto perdevano di vista se stessi. Prevaricatori della legge, esigevano l’osservanza della legge ricorrendo alla calunnia, non sinceramente, come fa chi condanna l’adulterio con l’esempio della castità. Avete sentito, o Giudei, avete sentito, farisei e voi, dottori della legge, avete sentito tutti la risposta del custode della legge, ma non avete ancora capito che egli è il legislatore. Che altro vuol farvi capire, scrivendo in terra col dito? La legge, infatti, fu scritta col dito di Dio, e fu scritta sulla pietra per significare la durezza dei loro cuori (cf. Es 31, 18). Ed ora il Signore scriveva in terra, perché cercava il frutto. Avete dunque sentito il verdetto? Ebbene, si applichi la legge, si lapidi l’adultera! E’ giusto, però, che la legge della lapidazione venga eseguita da chi dev’essere a sua volta colpito? Ciascuno di voi esamini se stesso, rientri in se stesso, si presenti al tribunale della sua anima, si costituisca davanti alla propria coscienza, costringa se stesso alla confessione. Egli sa chi è, poiché nessun uomo conosce le cose proprie dell’uomo, fuorché lo spirito dell’uomo che è in lui (cf 1 Cor 2, 11). Ciascuno, rivolgendo in sé lo sguardo, si scopre peccatore. Proprio così. Quindi, o voi lasciate andare questa donna, o insieme con lei subite la pena della legge. Se dicesse: Non lapidate l’adultera! verrebbe accusato come ingiusto; se dicesse: Lapidatela! non si mostrerebbe mansueto. Ascoltiamo la sentenza di colui che è mansueto ed è giusto: Chi di voi è senza peccato, scagli per primo una pietra contro di lei. Questa è la voce della giustizia: Si punisca la peccatrice, ma non ad opera dei peccatori; si adempia la legge, ma non ad opera dei prevaricatori della legge. Decisamente, questa è la voce della giustizia. E quelli, colpiti da essa come da una freccia poderosa, guardandosi e trovandosi colpevoli, uno dopo l’altro, tutti si ritirarono (Gv 8, 9). Rimasero soltanto loro due: la misera e la misericordia. E il Signore, dopo averli colpiti con la freccia della giustizia, non si fermò a vederli cadere, ma, distolto lo sguardo da essi, si rimise a scrivere in terra col dito (Gv 8, 8).

6. Quella donna era dunque rimasta sola, poiché tutti se ne erano andati. Gesù levò gli occhi verso di lei. Abbiamo sentito la voce della giustizia, sentiamo ora la voce della mansuetudine. Credo che più degli altri fosse rimasta colpita e atterrita da quelle parole che aveva sentito dal Signore: Chi di voi è senza peccato, scagli per primo una pietra contro di lei. Quelli, badando ai fatti loro e con la loro stessa partenza confessandosi rei, avevano abbandonato la donna col suo grande peccato a colui che era senza peccato. E poiché essa aveva sentito quelle parole: Chi di voi è senza peccato, scagli per primo una pietra contro di lei, si aspettava di essere colpita da colui nel quale non si poteva trovar peccato. Ma egli, che aveva respinto gli avversari di lei con la voce della giustizia, alzando verso di lei gli occhi della mansuetudine, le chiese: Nessuno ti ha condannato? Ella rispose: Nessuno, Signore. Ed egli: Neppure io ti condanno, neppure io, dal quale forse hai temuto di esser condannata, non avendo trovato in me alcun peccato. Neppure io ti condanno. Come, Signore? Tu favorisci dunque il peccato? Assolutamente no. Ascoltate ciò che segue: Va’ e d’ora innanzi non peccare più (Gv 8, 10-11). Il Signore, quindi, condanna il peccato, ma non l’uomo. Poiché se egli fosse fautore del peccato, direbbe: neppure io ti condanno; va’, vivi come ti pare, sulla mia assoluzione potrai sempre contare; qualunque sia il tuo peccato, io ti libererò da ogni pena della geenna e dalle torture dell’inferno. Ma non disse così.

7. Ne tengano conto coloro che amano nel Signore la mansuetudine, e temano la verità. Infatti dolce e retto è il Signore (Sal 24, 8). Se lo ami perché è dolce, devi temerlo perché è retto. In quanto è mansueto dice: Ho taciuto; ma in quanto è giusto aggiunge: Forse che sempre tacerò? (Is 42, 14 sec. LXX). Il Signore è misericordioso e benigno. Certamente. Aggiungi: longanime, e ancora: molto misericordioso, ma tieni conto anche di ciò che è detto alla fine del testo scritturale, cioè verace (Sal 85, 15). Allora infatti giudicherà quanti l’avranno disprezzato, egli che adesso sopporta i peccatori. Forse che disprezzi le ricchezze della sua bontà, della sua pazienza, della sua longanimità, non comprendendo che questa bontà di Dio ti spinge solo al pentimento? Con la tua ostinatezza e con il tuo cuore impenitente accumuli sul tuo capo l’ira per il giorno dell’ira, quando si manifesterà il giusto giudizio di Dio, il quale renderà a ciascuno secondo le sue opere (Rm 2, 4-6). Il Signore è mansueto, il Signore è longanime, è misericordioso; ma è anche giusto, è anche verace. Ti dà il tempo di correggerti; ma tu fai assegnamento su questa dilazione, senza impegnarti a correggerti. Ieri sei stato cattivo? oggi sii buono. Anche oggi sei caduto nel male? almeno domani cambia. Tu invece rimandi sempre e ti riprometti moltissimo dalla misericordia di Dio, come se colui che ti ha promesso il perdono in cambio del pentimento, ti avesse anche promesso una vita molto lunga. Che ne sai cosa ti porterà il domani? Giustamente dici in cuor tuo: quando mi correggerò, Dio mi perdonerà tutti i peccati. Non possiamo certo negare che Dio ha promesso il perdono a chi si corregge e si converte; è vero, puoi citarmi una profezia secondo cui Dio ha promesso il perdono a chi si corregge; non puoi, però, citarmi una profezia secondo cui Dio ti ha promesso una vita lunga.

Tra la speranza e la disperazione

8. Gli uomini corrono due pericoli contrari, ai quali corrispondono due opposti sentimenti: quello della speranza e quello della disperazione. Chi è che s’inganna sperando? chi dice: Dio è buono e misericordioso, perciò posso fare ciò che mi pare e piace, posso lasciare le briglie sciolte alle mie cupidigie, posso soddisfare tutti i miei desideri; e questo perché? perché Dio è misericordioso, buono e mansueto. Costoro sono in pericolo per abuso di speranza. Per disperazione, invece, sono in pericolo quelli che essendo caduti in gravi peccati, pensano che non potranno più essere perdonati anche se pentiti, e, considerandosi ormai destinati alla dannazione, dicono tra sé: ormai siamo dannati, perché non facciamo quel che ci pare? E’ la psicologia dei gladiatori destinati alla morte. Ecco perché i disperati sono pericolosi: non hanno più niente da perdere, e perciò debbono essere vigilati. La disperazione li uccide, così come la presunzione uccide gli altri. L’animo fluttua tra la presunzione e la disperazione. Devi temere di essere ucciso dalla presunzione: devi temere, cioè, che contando unicamente sulla misericordia di Dio, tu non abbia ad incorrere nella condanna; altrettanto devi temere che non ti uccida la disperazione; che temendo, cioè, di non poter ottenere il perdono delle gravi colpe commesse, non ti penti e così incorri nel giudizio della Sapienza che dice: anch’io, a mia volta, godrò della vostra sventura (Prv 1, 26). Come si comporta il Signore con quelli che sono minacciati dall’uno o dall’altro male? A quanti rischiano di cadere nella falsa speranza dice: Non tardare a convertirti al Signore, né differire di giorno in giorno; perché d’un tratto scoppia la collera di lui, e nel giorno del castigo tu sei spacciato (Sir 5, 8-9). A quanti sono tentati di cadere nella disperazione cosa dice? In qualunque momento l’iniquo si convertirà, dimenticherò tutte le sue iniquità (cf. Ez 18, 21-22 27). A coloro dunque che sono in pericolo per disperazione, egli offre il porto del perdono; per coloro che sono insidiati dalla falsa speranza e si illudono con i rinvii, rende incerto il giorno della morte. Tu non sai quale sarà l’ultimo giorno; sei un ingrato; perché non utilizzi il giorno che oggi Dio ti dà per convertirti? E’ in questo senso che il Signore dice alla donna: Neppure io ti condanno: non preoccuparti del passato, pensa al futuro. Neppure io ti condanno: ho distrutto ciò che hai fatto, osserva quanto ti ho comandato, così da ottenere quanto ti ho promesso.


“Donna, nessuno ti ha condannato?”

San Giovanni Paolo II (Omelia del 1° aprile 2001)

1. “Grandi cose ha fatto il Signore per noi” (cfr Sal 125 [126], 3). Queste parole, che abbiamo ripetuto come ritornello al Salmo responsoriale, costituiscono una bella sintesi dei temi biblici proposti dall’odierna quinta Domenica di Quaresima. Già nella prima Lettura, tratta dal cosiddetto “Secondo Isaia”, l’anonimo Profeta dell’esilio babilonese annuncia la salvezza da Dio preparata per il suo popolo. L’uscita da Babilonia e il ritorno in patria saranno come un nuovo e più grande Esodo.

Allora Dio aveva liberato gli ebrei dalla schiavitù d’Egitto, superando l’ostacolo del mare; ora Egli riporta il suo popolo nella terra promessa, tracciando nel deserto una strada sicura. “Ecco faccio una cosa nuova: proprio ora germoglia, non ve ne accorgete? Aprirò anche nel deserto una strada, immetterò fiumi nella steppa” (Is 43,18-19).

«Una cosa nuova»: noi cristiani sappiamo che, quando nell’Antico Testamento si parla di «realtà nuove», il riferimento ultimo è alla vera grande «novità» della storia: Cristo, venuto nel mondo a liberare l’umanità dalla schiavitù del peccato, del male e della morte.

2. “Donna… nessuno ti ha condannato? … neanch’io ti condanno; va’ e d’ora in poi non peccare più” (Gv 8,10-11). Gesù è novità di vita per chi gli apre il cuore e, riconoscendo il proprio peccato, accoglie la sua misericordia che salva. Nell’odierna pagina evangelica, il Signore offre questo suo dono d’amore all’adultera, perdonata e ricondotta alla sua piena dignità umana e spirituale. Lo offre anche ai suoi accusatori, ma il loro spirito resta chiuso e impermeabile.

C’è qui un invito a meditare sul paradossale rifiuto del suo amore misericordioso. E’ come se già iniziasse il processo contro Gesù, che rivivremo tra pochi giorni negli eventi della Passione: esso sfocerà nella sua ingiusta condanna a morte sulla croce. Da una parte, l’amore redentore di Cristo, gratuitamente offerto a tutti; dall’altra, la chiusura di chi, mosso dall’invidia, cerca una ragione per ucciderlo. Accusato addirittura di porsi contro la Legge, Gesù è «messo alla prova»: se assolve la donna sorpresa in flagrante adulterio, si dirà che ha trasgredito i precetti di Mosè; se la condanna, si dirà che è stato incoerente col messaggio di misericordia verso i peccatori.

Ma Gesù non cade nel tranello. Col suo silenzio, invita ciascuno a riflettere su se stesso. Da una parte, invita la donna a riconoscere la colpa commessa; dall’altra, invita i suoi accusatori a non sottrarsi all’esame di coscienza: “Chi di voi è senza peccato, scagli per primo la pietra contro di lei” (Gv 8,7).

Grave è certo la situazione della donna. Ma proprio da questo scaturisce il messaggio: qualunque sia la condizione in cui uno può venirsi a trovare, gli è sempre possibile aprirsi alla conversione e ricevere il perdono dei peccati. “Neanch’io ti condanno; va’ e d’ora in poi non peccare più” (Gv 8,10-11). Sul Calvario, con il sacrificio supremo della vita, il Messia suggellerà per ogni uomo e ogni donna il dono infinito del perdono e della misericordia di Dio.

3. Carissimi Fratelli e Sorelle! Sono lieto di essere oggi qui con voi, in questa vostra Parrocchia di recente fondazione. Sorta dalla fusione delle Parrocchie di “Nostra Signora del Suffragio” e di “Sant’Agostino di Canterbury”, essa è stata consacrata un anno fa dal Cardinale Vicario, che saluto con affetto. Saluto insieme a lui Mons. Vicegerente, il vostro caro Parroco, Don Giulio Ramiccia, e i sacerdoti collaboratori. Un grazie cordiale esprimo a quanti mi hanno dato il benvenuto a nome vostro, all’inizio della Santa Messa.

Un pensiero riconoscente va alle Religiose che vivono e operano in questo territorio: le Suore Minime di Nostra Signora del Suffragio, le Suore Figlie del Sacro Cuore, le Suore della Congregazione della Madre del Carmelo, le Suore Ospedaliere della Misericordia e la Comunità Adsis. Abbraccio con affetto quanti sono ospitati nei luoghi di cura presenti nell’ambito parrocchiale e chi è al loro quotidiano servizio. Saluto i membri del Consiglio Pastorale e di quello per gli Affari Economici, come pure i componenti dei vari gruppi e associazioni della vostra comunità. Saluto voi, bambini, ragazzi, ragazze e tutti i presenti, estendendo il mio ricordo agli abitanti dell’intero quartiere di Torre Maura.

4. Vengo tra voi nella Domenica che la nostra Diocesi dedica in modo particolare alla testimonianza della carità. Anche nella vostra Parrocchia, come in altre zone periferiche della Città, non mancano situazioni di disagio: dal fenomeno della tossicodipendenza all’usura, dalla prostituzione al disagio giovanile, dalla disoccupazione alla non sempre facile integrazione degli immigrati.

Su questi fronti la vostra comunità è assai attiva e cerca di dare risposte concrete a chi vive in gravi difficoltà. Intensificate, carissimi, in questo tempo di Quaresima, l’attenzione per chi è nel bisogno. Insieme al digiuno e alla preghiera, la carità è uno degli elementi caratteristici dell’itinerario quaresimale. Diffondete, pertanto, sempre più il bene e fate dell’attenzione per gli «ultimi» uno dei cardini della vostra azione pastorale.

Con ogni mezzo aiutate, poi, gli abitanti della vostra zona a scoprire che Cristo e il suo Vangelo rispondono ai reali bisogni dell’uomo e della famiglia. Da questo spirito sia animata l’iniziativa delle visite alle famiglie, cominciata in occasione della Missione cittadina e che ora state opportunamente proseguendo.

Penso adesso con speciale affetto a voi, cari giovani, che siete stati protagonisti della passata Giornata Mondiale della Gioventù, nel cuore del Grande Giubileo. So che avete accolto, nell’ambito della parrocchia, circa 1500 giovani provenienti da varie parti del mondo. Mi congratulo con voi per quanto avete compiuto con spirito di abnegazione, dando anche agli adulti una testimonianza di buona volontà. Continuate a incidere nella comunità con la vostra fedeltà evangelica, perché molti vostri coetanei, grazie a voi, possano incontrare Gesù. Vi aspetto giovedì prossimo, insieme a tutti i giovani di Roma, in Piazza San Pietro, per prepararci a celebrare la Giornata Mondiale della Gioventù che, come voi sapete, sarà domenica prossima, Domenica delle Palme.

5. “Tutto io reputo una perdita di fronte alla sublimità della conoscenza di Cristo Gesù, mio Signore” (Fil 3,8). Conoscere Cristo! In questo ultimo tratto dell’itinerario quaresimale siamo ancor più stimolati dalla liturgia ad approfondire la nostra conoscenza di Gesù, a contemplare il suo volto dolente e misericordioso, preparandoci a sperimentare il fulgore della sua risurrezione. Non possiamo restare in superficie. E’ necessario fare esperienza personale e profonda della ricchezza dell’amore di Cristo. Solo così, come afferma l’Apostolo, arriveremo a “conoscere Lui, la potenza della sua risurrezione, la partecipazione alle sue sofferenze, diventandogli conformi nella morte, con la speranza di giungere alla risurrezione dai morti” (Fil 3,10).

Come Paolo, ogni cristiano è in cammino; la Chiesa è in cammino. Non fermiamoci, Fratelli e Sorelle, né rallentiamo il passo. Al contrario, protendiamoci con tutte le forze verso la meta a cui Dio ci chiama. Corriamo verso la Pasqua ormai vicina. Ci guidi e ci accompagni, con la sua protezione, Maria, la Vergine del Cammino. Sia Lei, la Madonna che qui venerate come “Nostra Signora del Suffragio”, a intercedere per noi, ora e nell’ora del nostro incontro supremo con Cristo. Amen!


 

FONTE: vangelodelgiorno.blogspot.it

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