L’acqua santa no: Cgil manda il sindaco a farsi benedire

Cgil contro il sindaco di Bologna per le benedizioni pasquali nella sede distaccata del Comune. «Indebita ingerenza!», addirittura «una forma di malcostume!», hanno ululato. Qualcuno dovrà spiegar loro che è finito il tempo in cui Bologna era la Mosca d’Italia, perché la capitale russa è adesso San Pietroburgo.

di Rino Cammilleri (08-03-2016)

Chi qui mi legge sa che abbondo di aneddoti personali, perché l’esperienza è meglio della teoria. Sono fortunato, alla mia età: anziché assillare qualche passante seduto su una panchina ai giardinetti a colpi di «dotto’, la mia vita è un romanzo!», posso offrire scampoli di vissuto a chi vuol leggerli, senza l’imbarazzo di dovermi dire «scusi, ma ho fretta». Ecco qua.

Al liceo avevo un preside che i vizi etero li aveva tutti, nessuno escluso. Però, quando si avvicinava il tempo del Precetto Pasquale, faceva il giro delle classi, una a una, e ci minacciava: guai a chi non si fosse presentato in giacca e cravatta. Lui stesso, sulla porta della cattedrale, controllava. Ma, non essendo credente, non entrava. Incoerenza? No, giustamente stimava che la religione (cattolica) è “coronamento” (lo dice la Costituzione) dell’educazione; anzi, ne è il fondamento. Un liceale, dunque, doveva sorbirsela tutta e fino in fondo, perché un adolescente non è ancora in grado di prendere decisioni su un tema di cotale importanza. Dopo, quando la sua formazione di base sarà completa, sceglierà. Ma almeno con un minimo di cognizione di causa.

La cosa mi torna in mente ogni volta che qualche giudice vieta la benedizione nelle scuole (altro che Precetto) o qualche nullafacente adisce i tribunali perché un preside o direttore ha osato “indottrinare” il pupo. No, il pupo deve essere indottrinato solo da lui, il giudice o il nullafacente, non dal prete. L’ultima è la Cgil contro il Comune di Bologna (supportata, cela va sans dire, dalla solita Uaar) per le benedizioni pasquali previste dal 14 al 16 marzo p.v. nella sede distaccata. «Indebita ingerenza!», addirittura «una forma di malcostume!», hanno ululato. Sì, perché nel Liber Paradisus (così si chiama la sede distaccata del municipio) ci devono entrare solo comunisti, laicisti e lgbt. Il Libro Paradiso per loro, che figurati se sanno di latino, è Libero Paradiso, magari il paradise now! dei lisergici anni Settanta.

Qualcuno dovrà spiegar loro, stancamente, che è finito il tempo in cui Bologna era la Mosca d’Italia, perché la capitale russa è adesso San (san!) Pietroburgo e il Sol dell’Avvenire si è ridotto a sfilare nei gay pride in tanga e boa di piume. Certo, il famoso vecchietto sulla panchina potrebbe dire: ecchè, hanno paura di due gocce d’acquasanta? Il fatto è che forse sì. A certi soggetti l’acqua benedetta fa davvero paura, ma non è questa la sede per rinvestigare; i curiosi si rivolgano a padre Amorth. Vedete, per molti (i più) è anche una questione di trend.

Il mio parroco, per esempio, lascia nelle portinerie dei condomini l’avviso che verrà a benedire le case il tal giorno alla tal ora, e un blocchetto di foglietti autoadesivi da mettere sulle porte con la scritta: desidero che la mia casa venga benedetta. Chi non lo desidera non deve fare altro che astenersi dall’appendere il foglietto. Ebbene, alcuni lo appendono e ci aggiungono a penna un vistoso “non”, così che la frase diventa «non desidero che la mia casa venga benedetta». E che gli vuoi dire, a questi qui? Sarebbe interessante indagare sugli studi insonni e sulle ponderate riflessioni che hanno indotto costoro all’ateismo. Direte: forse sono agnostici, o buddisti, o testimoni di geova o rastafariani… No, questi non avrebbero perso tempo col biglietto. Invece si tratta proprio di gente che vuole che la sua casa resti maledetta, e se si va davvero a investigare si scopre che, spesso e volentieri, lì dentro tutto regna tranne i «frutti dello Spirito» (concordia, armonia, pace, benevolenza, carità etc.). Contenti loro, contenti tutti.

Certo, a voler giocare con le stesse regole, ci si potrebbe chiedere che cosa diavolo (è il caso di dirlo) c’entra un sindacato (Confederazione Generale Italiana dei Lavoratori) con un rito religioso fisicamente innocuo (infatti, due gocce d’acqua non hanno lo stesso impatto sulla salute del non mangiar carne di maiale nelle mense pubbliche, siano scolastiche che di lavoro). Passi per i fissati dell’Uaar, che statutariamente non hanno altro da fare, ma la Cgil? Niente, un riflesso pavloviano dei tempi di Peppone. Il quale però non ricorreva al Tar contro don Camillo. Si sarebbe vergognato.

FONTE: lanuovabq.it

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