Sui divorziati-risposati il papa frena, i suoi consiglieri no

Dopo il gesuita Spadaro anche il vescovo Semeraro spinge perché sia data loro la comunione. Ma con argomenti molto discutibili. Qui confutati da un esperto di pastorale familiare, Juan José Pérez-Soba.

di Sandro Magister (23-02-2016)

La pubblicazione dell’attesissima esortazione post-sinodale è ormai vicina. «Forse prima di Pasqua», ha detto Francesco. Sale quindi la febbre su ciò che il papa dirà sul punto più controverso, la comunione ai divorziati-risposati.

Papa-Francesco-in-Messico-il-programma-del-viaggio_articleimageIn Messico, a Tuxtla, il papa è rimasto molto colpito dalla testimonianza di una di queste coppie “irregolari”. Humberto e Claudia – questi i nomi – non hanno affatto preteso la comunione sacramentale, che ritengono giustamente a loro preclusa. Ma hanno invece raccontato che la “comunione” la fanno con opere di carità. Francesco, ascoltandoli, annuiva convinto. Al termine li ha additati alla folla come esempio positivo. E poi si è rivolto a loro così:

«Voi vi siete fatti coraggio, e voi pregate, voi state con Gesù, voi siete inseriti nella vita della Chiesa. Avete usato una bella espressione: “Noi facciamo comunione con il fratello debole, il malato, il bisognoso, il carcerato”. Grazie, grazie!».

Il testo completo della testimonianza di Humberto e Claudia, nell’originale spagnolo, è in questo post di Settimo Cielo> In Messico i divorziati-risposati fanno la comunione così.

Ma non è tutto. L’esempio di questa coppia deve aver talmente impressionato Francesco che egli vi ha fatto di nuovo riferimento durante la conferenza stampa sul volo di ritorno dal Messico a Roma. Con queste parole testuali:

«Nell’incontro con le famiglie, a Tuxtla. c’era una coppia di risposati in seconda unione, integrati nella pastorale della Chiesa. E la parola chiave che ha usato il sinodo – e io la riprenderò – è “integrare” nella vita della Chiesa le famiglie ferite, le famiglie di risposati».

Anne Thompson, di NBC News, chiese a questo punto al papa: “Significa che potranno fare la comunione?”. E Francesco:

«Questo è il punto di arrivo. Integrare nella Chiesa non significa “fare la comunione”, perché io conosco cattolici risposati che vanno in chiesa una volta l’anno, due volte, [e dicono]: “Ma, io voglio fare la comunione!”, come se la comunione fosse un’onorificenza. È un lavoro di integrazione, tutte le porte sono aperte, ma non si può dire: da ora in poi possono fare la comunione. Questo sarebbe una ferita anche ai coniugi, alla coppia, perché non farà compiere loro quella strada di integrazione. E questi due [di Tuxtla] erano felici! E hanno usato un’espressione molto bella: “Noi non facciamo la comunione eucaristica, ma facciamo comunione nella visita all’ospedale, in questo servizio, in quello…”. La loro integrazione è rimasta lì. Se c’è qualcosa di più, il Signore lo dirà a loro, ma… è un cammino, è una strada».

Se il sentire di papa Francesco è questo, c’è quindi da presumere che, nell’esortazione postsinodale, egli non identificherà necessariamente con la comunione eucaristica quella “più piena partecipazione alla vita della Chiesa” che i padri sinodali hanno auspicato per i divorziati risposati.

Resta tuttavia il fatto che alcune delle persone che sono più vicine a Jorge Mario Bergoglio e più si fanno interpreti del suo pensiero hanno fatto presagire da parte del papa una diversa soluzione, più “aperta”.

Uno di questi è il gesuita Antonio Spadaro, direttore de La Civiltà Cattolica, il quale ha dato per certo che “circa l’accesso ai sacramenti il sinodo ordinario ne ha effettivamente posto le basi, aprendo una porta che invece nel sinodo precedente era rimasta chiusa”, e il papa ne trarrà le conseguenze: > Francesco tace, ma un altro gesuita parla per lui (7.11.2015).

Un altro è il vescovo di Albano Marcello Semeraro, che Bergoglio ha chiamato vicino a sé come segretario del consiglio dei nove cardinali che assistono il papa nel governo della Chiesa e come membro del sinodo sulla famiglia, tra gli incaricati della scrittura della relazione finale.

Nello spiegare ai suoi diocesani i risultati del sinodo, in una conferenza raccolta poi in un libretto, Semeraro ha anzitutto insistito sul “primato della grazia, che è come dire della misericordia”, e sulla “novità” del “passaggio dalla morale della legge alla morale della persona”.

E poi, per quanto riguarda la comunione ai divorziati risposati, ha rimandato a due lettere del 1973 e del 1975 della congregazione per la dottrina della fede, per mostrare che già allora la Chiesa incoraggiava “una particolare sollecitudine verso coloro che vivono in una unione irregolare, applicando nella soluzione di tali casi, oltre ad altri giusti mezzi, l’approvata prassi della Chiesa in foro interno”.

A giudizio di Semeraro quella “approvata prassi” consentiva in quegli anni anche la comunione, che solo successivamente fu proibita da Giovanni Paolo II a tutti i divorziati risposati, salvo che a quelli che si impegnavano a vivere “in piena astinenza”.

Si tratterebbe quindi di tornare alla disciplina precedente. Cosa che il sinodo avrebbe già reso possibile, tacendo sulle restrizioni introdotte di Giovanni Paolo II e quindi “lasciando ‘aperto’ un testo che ha voluto affidare a un nuovo discernimento del sommo pontefice”.

A sostegno delle sue tesi, Semeraro ha citato anche un celebre teologo moralista di quegli anni, Bernhard Häring, secondo il quale l’obbligo della “totale astinenza”, per accedere alla comunione, valeva allora non per i divorziati risposati in genere, ma solo per i sacerdoti che avevano avuto dei figli da una donna sposata civilmente.

In un post di Settimo Cielo del 4 gennaio si è già mostrata l’inconsistenza di questi rimandi storici: > Leggende metropolitane. La “misericordia” dei felici anni Settanta.

Ma ora, a confutare le tesi di Semeraro, interviene con ampiezza di argomenti uno specialista della materia, Juan José Pérez-Soba Diez del Corral, sacerdote della diocesi di Madrid e professore di pastorale familiare nel Pontificio Istituto Giovanni Paolo II per Studi su Matrimonio e Famiglia, presso la Pontificia Università del Laterano. Il testo integrale del suo intervento, con le note, è in quest’altra pagina di http://www.chiesa: > Dopo i sinodi sulla famiglia. Interpretare a partire dal cuore del Vangelo.

Qui di seguito ne è riprodotto un ampio estratto, la cui lettura è quanto mai d’attualità, nell’imminenza della pubblicazione da parte di papa Francesco dell’esortazione post-sinodale. Mentre questo è il link alla Relatio offerta dal sinodo al papa, al quale l’autore rimanda più volte: > Relazione finale.


Interpretare a partire dal cuore del Vangelo

di Juan José Pérez-Soba

La fine dei Sinodi sulla famiglia ha lasciato, nella Chiesa, l’impressione di una sorta di delusione. […] Dopo due anni carichi di lavoro, di consultazioni e di dialogo, le grandi aspettative che si erano create non hanno trovato una valida risposta. La Chiesa attende dunque l’autorevole voce di papa Francesco affinché colmi le carenze emerse in quest’ultima assemblea, relativamente a una conversione pastorale nell’ambito della famiglia. […] È proprio la vita delle famiglie alla luce del Vangelo a dover essere il criterio pastorale fondamentale. […] Questo significa andare sempre all’essenziale, per poi chiarire le molteplici circostanze mutevoli che necessitano di questa luce. È quanto intendiamo fare qui, ricorrendo a sei punti chiave.

1. Esiste il Vangelo della famiglia

È l’affermazione fondamentale che emana dal Sinodo. […] Questa convinzione essenziale è la luce primigenia necessaria per discernere il cammino che ogni famiglia concreta deve percorrere nella propria esistenza, ricca di molteplici realtà e varietà, che trovano unità partendo dal disegno divino nell’unica missione di Cristo, nella comunione della Chiesa. […]

2. È necessaria un’interpretazione morale dei numeri 85-86 della Relatio

Dopo i dibattiti che ci sono stati, è facile comprendere l’importanza decisiva racchiusa nella parte che tratta dell’attenzione alle persone in “situazioni complesse” e, in particolare, ai divorziati che hanno contratto una nuova unione. Nelle diverse spiegazioni che sono state date – ad esempio quella del vescovo Marcello Semeraro nella conferenza tenuta nella sua diocesi di Albano – emerge sempre più l’importanza che il discernimento, spesse volte menzionato dal Sinodo, sia, in realtà, morale. […] Il rinnovamento morale è del tutto necessario per il tema in questione. Devono essere dei principi chiari della morale cristiana a spiegare come accompagnare le persone in queste situazioni. Sorprende quindi che, come grande “novità”, si dica che bisogna passare “dalla morale della legge alla morale della persona”. Presa in questi termini, l’espressione appare come la scoperta del Mediterraneo. La stragrande maggioranza dei moralisti, da cinquant’anni ormai, ha adottato questo compito come missione propria fornendo grandi contributi in merito. Non si parte da zero, né si può considerare questa una novità richiesta da papa Francesco. […] Dopo il Concilio, è praticamente unanime l’idea di fondare la morale sull’uomo, ribadendo che la legge è fatta per tutelare il bene della persona. […] La legge di Dio è interna al cuore dell’uomo e riflette una sapienza circa la verità del bene che unisce gli uomini in un unico cammino. Per questa ragione fondamentale, il Sinodo ha negato con decisione qualsivoglia gradualità della legge (n. 86) ossia l’intento di misurare la legge a partire dalle possibilità soggettive della persona in ogni situazione. […] Da qui deriva un modo sbagliato di comprendere questa “morale della persona”: come possibilità di prevedere un’eccezione alla legge nel caso di atti intrinsecamente cattivi. […] Lo si è visto nel passo dell’Instrumentum laboris circa la Humanae vitae (n. 137) che seguiva questa interpretazione e che è poi stato eliminato nella Relatio finale (cfr. n. 63). Quest’ultima ha voluto citare esplicitamente l’enciclica Veritatis splendor (nn. 54-64) che si pone dunque come quadro di comprensione del rapporto tra legge e coscienza, a cui il Sinodo fa riferimento. […] Ecco perché non è possibile prevedere un’eccezione per quanto riguarda i comandamenti del decalogo. Non esiste un adulterio permesso o un aborto valido, così come non esiste nessun atto possibile di pedofilia: tutti questi atti offendono sempre e comunque la dignità della persona, in primo luogo di colui che li commette. Certo, tutto questo appare difficilmente comprensibile in una società relativista, giacché oggi gran parte degli uomini giudica la bontà degli atti emotivamente, ovvero mediante l’emozione positiva o negativa che questi suscitano in loro. È quello che la teoria morale chiama: soggetto emotivo. Di conseguenza, per un’autentica evangelizzazione non basta ricordare i comandamenti, ma è necessario accompagnare le persone affinché si affranchino da questo emotivismo. Tale principio, così importante al giorno d’oggi, è ancora praticamente ignorato dalla stragrande maggioranza dei pastori, sebbene sia così fondamentale per l’evangelizzazione della famiglia. […]

3. Imputabilità e irresponsabilità

Adottando questa visione rinnovata, è facile vedere quanto sia limitata la menzione dell’imputabilità delle azioni nella “Relatio” (n. 85). Si tratta dell’imputabilità morale, che non ha nulla a che vedere con la questione giuridica alla quale si riferisce invece il testo ivi citato del pontificio consiglio per i testi legislativi del 24 giugno 2000. Sorprende che in uno stesso paragrafo si mescolino due diverse considerazioni di imputabilità. Questo accade spesso nei documenti redatti velocemente, inducendo molta confusione. […] Si allude a un atto non pienamente umano e, di conseguenza, non imputabile alla persona. […] In realtà, applicare questo principio al caso dei divorziati risposati equivale, ai miei occhi, a considerarli persone irresponsabili, incapaci di compiere un atto pienamente umano, come se fossero persone piene di paure, pressioni o inconsapevoli, tanto da portare a considerare che i loro atti non sono imputabili. Una visione così negativa della loro situazione non corrisponde veramente alla realtà pastorale, che è invece molto diversa. Vanno viste come persone in difficoltà, bisognose di aiuto e soprattutto di una guarigione interiore, ma non le si può considerare irresponsabili affinché una legge non li colpisca. […] In ogni caso, qualsiasi azione pastorale dovrebbe far sì che queste persone escano quanto prima da questa povera situazione di irresponsabilità e di non imputabilità che non porta loro nessun beneficio, sempre tenendo in considerazione la legge della gradualità circa la conoscenza del bene.

4. Il fondamento della grazia

La morale della persona ha il proprio culmine nella nuova legge di Cristo. […] Papa Francesco la riconosce con grande fermezza, poiché la cita esplicitamente in “Evangelii gaudium” come base per la nuova evangelizzazione: “L’elemento principale della nuova legge è la grazia dello Spirito Santo, che si manifesta nella fede che agisce per mezzo dell’amore” (EG 37). La novità della grazia è, in realtà, la guida dello Spirito Santo che, mediante la sua azione, modifica le nostre disposizioni interiori. […] Ecco il riferimento fondamentale di Cristo quando parla di se stesso come di Colui che permette di superare la durezza del cuore che impedisce all’uomo di vivere il disegno di Dio. È importante osservare che questo lo fa in riferimento al divorzio (cfr. Mt 19,8) attribuendogli dunque un’importanza decisiva fortemente legata al cuore del Vangelo. Vediamo, infatti, come la liberazione da questa terribile schiavitù dell’uomo che si manifesta soprattutto nell’impossibilità di vivere un amore che permane per sempre, che “non avrà mai fine” (1 Cor 13,8). Ecco perché è assolutamente assurdo l’estremo di coloro (si è addirittura alzata una voce in questo senso nel Sinodo) che, opponendosi alla logica del testo e alla verità teologica più elementare, hanno sostenuto che Cristo volesse giustificare la durezza del cuore. Questo equivale a negare l’instaurazione della nuova legge promessa. […] Per avvicinare le persone alle fonti della grazia mediante un accompagnamento personale, bisogna avere la sensibilità di vedere mediante la fede il modo in cui la grazia le trasforma interiormente. Già la prima comunità cristiana era molto sensibile a questo punto e, di conseguenza, era molto attenta ad accompagnare i catecumeni nel processo di iniziazione per il battesimo. […] Erano convinti della necessità di un sostegno in questo mutamento così radicale ed impegnativo in un ambiente pagano molto lontano dal cristianesimo. Basandosi su questa tradizione, il Concilio di Trento conclude che l’osservanza dei comandamenti è un segno necessario della conversione cristiana. […] Il riferimento alla grazia, ben lungi dal giustificare un’eccezione ai comandamenti, si fonda proprio su questa osservanza, come manifestazione reale della trasformazione in Cristo. […]

5. L’accompagnamento, in foro interno

Quel luogo speciale nel quale l’uomo apre la propria coscienza ad un’altra persona per poter essere consigliato e sostenuto è ciò che la Chiesa chiama il foro interno e che, in quanto legato all’intimità della coscienza, esige un rispetto molto speciale. Nella “Relatio” si parla del foro interno al numero 86, in continuità con quanto precedentemente affermato circa l’attenzione pastorale ai divorziati risposati. […] Ma ancora una volta, osserviamo che per quanto riguarda le “esigenze di verità e di carità” che debbono guidare questo discernimento, è stata fornita un’interpretazione molto lontana dalla verità dei fatti. Sorprendentemente, è stata tirata fuori la spiegazione che Bernhard Häring offre in merito, ripresa poi da Alberto Bonandi nel libro promosso dal pontificio consiglio per la famiglia: Famiglia e Chiesa: un legame indissolubile. Il professore tedesco […] afferma che il fatto di vivere “come fratello e sorella” non era tradizionale, ma da considerare soltanto nei casi di concubinato dei sacerdoti secolarizzati. Sostiene, inoltre, che ai tempi di Paolo VI sarebbe stata permessa una prassi diversa priva di tale requisito e che, pertanto, la sua l’inclusione da parte di Giovanni Paolo II sarebbe stata un’esigenza innovativa. Come prova, egli adduce la nota della congregazione per la dottrina della fede del 1973 in cui si intima di seguire la “approvata prassi della Chiesa in foro interno” e la successiva lettera del suo segretario Hamer che spiega tale indicazione dicendo: “La frase va intesa nel contesto della teologia morale tradizionale”. A dire il vero, quello che realmente spaventa è la parzialità assoluta con la quale ha operato questo noto moralista, occultando alcuni dati fondamentali che ben conosce. Di fatto, quegli interventi della congregazione per la dottrina della fede sono dovuti a una richiesta proveniente dalla conferenza episcopale degli Stati Uniti. […] Dal 1866, infatti, negli Stati Uniti vigeva la pena della scomunica per i divorziati risposati civilmente, situazione vigente fino al cambiamento di disciplina giuridica sulla convivenza avvenuto nel 1977. In questo contesto di cambiamento, si era osservata la necessità di far sì che, oltre alle disposizioni giuridiche, vi fosse un consiglio rivolto ai fedeli in foro interno, con particolare insistenza sull’eventualità di richiedere, se del caso, il riconoscimento di nullità del proprio matrimonio. Nel 1969, la Canon Law Society of America organizzò un congresso proprio su questo tema nel quale, tra gli altri, intervenne lo stesso Häring. In quell’occasione, furono trattati approfonditamente tutti i temi. Riguardo all’aspetto storico della questione, appare esplicitamente un riferimento documentato alla prassi di esigere un comportamento da “fratello e sorella”, definito già allora come la “soluzione cattolica”. Si ricorda inoltre una discussione tra Rossino e McCormick ai tempi del Concilio. È evidente che, in un certo qual modo, questi termini erano già ritenuti “tradizionali”, ben noti e considerati come i referenti normali rispetto al foro interno. Quello che tale congresso valuta invece come del tutto “innovativo”, è la pratica contraria. […] E la ragione sulla quale si basavano i sostenitori di tale novità è innanzitutto un cambiamento profondo nella considerazione dell’indissolubilità. Lo stesso Häring si colloca in questa linea mediante il riferimento alla “morte morale” del matrimonio, sulla scia della prassi ortodossa. Di conseguenza, risulta impossibile l’interpretazione secondo cui le espressioni “approvata prassi” e “morale tradizionale” emanati dalla congregazione per la dottrina della fede possano far riferimento a queste evidenti “novità”. Häring, presente a quel congresso, ne era profondamente consapevole, ma nel suo libro mantiene in proposito un assoluto silenzio e, addirittura, lascia volutamente sottintendere un’interpretazione del tutto diversa. È davvero triste dover ricorrere a fantasmi di questo genere, senza verificare seppur minimamente le fonti di quanto affermato. L’interpretazione che si impone è piuttosto quella secondo cui è stata fatta dalla congregazione per la dottrina della fede una prima affermazione temporanea, al fine di lasciare la pratica tradizionale in attesa di un chiarimento successivo, divenuto sempre più necessario a causa delle critiche radicali opposte alla prassi tradizionale. La risposta arrivò con Giovanni Paolo II e la Familiaris consortio, in una perfetta continuità magisteriale. L’interpretazione definitiva del foro interno deve dunque seguire la spiegazione data da Josef Ratzinger nell’introduzione al libro di commenti sulla lettera della congregazione per la dottrina della fede circa l’accostarsi alla comunione eucaristica da parte dei divorziati risposati. Secondo la sua perfetta analisi, questa va intesa come l’aiuto di cui tali persone hanno bisogno per poter rispettare l’esigenza di vivere “in piena continenza”. Si tratta di qualcosa che può essere verificato soltanto in questo foro interno e in modo squisitamente pastorale.

6. La verità pastorale come difesa dinanzi all’ideologia arbitraria

In virtù di quanto appena detto, la richiesta di Semeraro circa i “criteri per il discernimento” è particolarmente opportuna, come sostiene lo stesso cardinale Walter Kasper nella sua relazione: “Anche se una casistica non è possibile e neppure auspicabile, dovrebbero valere ed essere pubblicamente dichiarati dei criteri vincolanti”. […] Il problema però rimane, poiché nella “Relatio”, dopo due anni di dibattiti, non si è esplicitata nessuna ragione in virtù della quale si possa dare la comunione ai divorziati risposati che non rispettano le esigenze presentate in Familiaris consortio, n. 84, che è il documento da considerare a tutti gli effetti come l’interpretazione tradizionale della prassi ecclesiale. In assenza di tali ragioni, il campo rimane aperto a una totale arbitrarietà, che non spiega perché ad alcune persone sia consentito di accostarsi alla comunione e ad altre no, suscitando sconcerto generalizzato. Si tratta di qualcosa di ancor più grave poiché riguarda una questione così delicata come il divorzio, minacciata da numerose ideologie e da una fortissima pressione esercitata dai mezzi di comunicazione. La “colonizzazione ideologica” è una realtà innegabile a cui bisogna rispondere con il Vangelo della famiglia, come afferma papa Francesco. […] Il compito dei teologi è proprio quello di aiutare ad interpretare correttamente le indicazioni che papa Francesco ci propone come insegnamento, seguendo la continuità del magistero, per poter portare a termine la “conversione pastorale” nella famiglia che egli auspica.

FONTE: chiesa.espresso.repubblica.it

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