L’aberrazione del “matrimonio” gay – la parola alle vittime

Alcuni estratti dal recente libro del dr. Gerard van den Aardweg, Science say No. Traduzione della redazione di Chiesa e post-concilio.

Science-says-NO-coverNel suo più recente scritto, il pregnante, pungente e coraggioso saggio dell’anno scorso contro la bugia e l’infamia del c.d. ‘matrimonio’ gay, titolato: La scienza dice no. L’inganno del ‘matrimonio’ gay [lo abbiamo presentato quiqui un suo articolo], l’ottantenne dr. Gerard J.M. van den Aardweg, psicoterapeuta olandese di fama internazionale specializzato sin dal 1963 nella cura delle “persone omosessuali”, cattolico militante sposato con sette figli, ha riportato alcune testimonianze di uomini e donne che hanno fatto l’esperienza devastante dell’esser allevati da una coppia omosessuale o con uno dei due genitori omosessuale dichiarato e praticante. Riteniamo che la conoscenza, anche sotto forma di sintesi, di due fra queste testimonianze (una in verità di un “carnefice” pentito) possa esser utile e proficua nell’ambito dell’attuale mobilitazione contro il nefasto decreto legge Cirinnà, che vuole far introdurre anche in Italia il ‘matrimonio’ gay, nella forma di una convivenza civile equiparata per molti aspetti al vero matrimonio, ivi inclusa la possibilità di forme di adozione. Pubblichiamo quindi alcuni estratti dal capitolo 11 del succitato libro, che si intitola: “L’allevamento di figli da parte di coppie omosessuali: le testimonianze delle vittime”. (P. Pasqualucci)


1. Il signor D.

La prima testimonianza che ho ricevuto trent’anni fa mi venne confidata da un olandese, uomo di successo nella sua professione, che aveva vissuto per anni sotto l’influenza della subcultura gay americana. Fu uno dei primi gay a riuscire nell’ottenere l’adozione di una figlia – cosa all’epoca ancora difficile – insieme al suo partner di allora. Era una bambina piccola e “carina”, di cinque o sei anni.

Il signor D. raccontò la sua storia alcuni anni dopo aver rotto in modo radicale con lo stile di vita gay. Si era pentito amaramente del suo comportamento e della sua mentalità di un tempo, durante il quale era guidato da impulsi enormemente egocentrici. “Mi sentivo come un re”, confessava. Circa la strana idea di adottare una bambina, diceva: “Le eravamo affezionati, ma in realtà la utilizzavamo per il nostro piacere e per sentirci importanti: era uno sfizio, un capriccio. La vestivamo e ci divertivamo a portarla a mangiare al ristorante, per esibirla ed eccitarci attirando l’attenzione della gente”. Ma ben presto la bambina diventò un peso. “Quando uscivamo la sera, piangeva a letto tutta la notte, e ciò succedeva quotidianamente”.

Alla fine i due decisero di riaffidare la bambina all’ufficio d’adozioni che l’aveva loro assegnata. “È terribile quel che abbiomo fatto a quella creatura. Dovette separarsi da noi all’improvviso e non so che cosa fu di lei in séguito”. I dettagli di questa triste storia non sono la cosa essenziale. La sua effettiva importanza risiede nel fatto che ci consente di arrivare al cuore della questione: la mancanza di un vero amore nei confronti della bambina da parte di quest’uomo e del suo partner, l’egoismo di entrambi. Questa vicenda può contribuire a mettere in luce il cieco egoismo inerente alla genitorialità gay o lesbica e le sofferenze che essa infligge a poveri bambini indifesi.

2. Il dr. B. L.

Dopo il divorzio dei suoi genitori, avvenuto quando aveva due anni, il dr. B. L., nella vita insegnante di letteratura inglese, venne allevato dalla madre lesbica e dall’amante di quest’ultima finché la madre morì all’età di 53 anni, quando egli ne aveva 19. “Ero figlio unico – dichiara – e avevo vissuto l’infanzia nella completa assenza di mio padre”. Le due donne vivevano in case separate, ma i tre passavano il fine settimana insieme in una roulotte all’interno di un camping attrezzato. L’amica della madre del dr. B.L. si trasferì a casa sua solo poco prima della morte della madre. “Crescere con genitrici lesbiche è stato molto difficile, non a causa dei pregiudizi che potessero avere i vicini […] i quali non sapevano cosa stesse realmente succedendo in casa. Agli occhi della maggior parte degli osservatori esterni, io ero un figlio ben educato e dai buoni risultati scolastici, avendo terminato la scuola media superiore con tutti voti alti. Tuttavia, dentro di me ero confuso […] Cresci in modo strano […] Sono stato allevato in una famiglia così insolita che ero destinato a vivere come un estraneo nella società”.

La ragione principale di questo sventurato sentimento di estraneità sociale era la sua mancanza di conformità al proprio genere. B.L. non si comportava come gli altri ragazzi e quindi sembrava strano agli occhi della comunità. Le madri implicate in uno stile di vita lesbico non sono disposte a incoraggiare i loro figli maschi a sviluppare dei comportamenti mascolini, dato che non sono a loro graditi. Avendo rifiutato o soppresso la loro femminilità, preferiscono mantenere gli uomini normali lontani dal loro mondo (e nemmeno incoraggiano volentieri le loro figlie ad avere atteggiamenti femminili). B.L. non racconta nulla sul modo nel quale sua madre lo ha educato, ma sembra che egli fosse dominato e dipendente da lei ed assillato dai dubbi a proposito della sua mascolinità. Afferma, infatti: “Anche nei casi in cui i genitori dei miei amici erano divorziati, essi continuavano a crescere osservando dei modelli di riferimento sociali maschili e femminili. Imparavano di solito dai modelli maschili come essere fermi e duri […] Io non avevo modelli maschili da imitare, e tanto mia madre come la sua partner erano decisamente diverse dai modelli tradizionali di padri e madri…”. Egli menziona “l’effeminatezza dei [suoi propri] modi”, indubbiamente modellati sulla madre o entrambe le madri. Il dubbio angoscioso e persistente della sua infanzia e della sua adolescenza è stato quello di non appartenere al gruppo dei suoi coetanei e di sentirsi inferiore ad essi. “La mia vita familiare non era né tradizionale né convenzionale, e io ne soffrivo […] Quando uscivo dalla roulotte di mia madre mi si puntava immediatamente il dito contro a causa dell’effeminatezza dei miei modi, del mio modo curioso di vestire, del fatto che parlavo in modo bleso [il che è spesso un’abitudine infantile-GvdA] e della mia stravaganza. Non c’è da meravigliarsi che fossi ancora vergine quando terminai la scuola, che non avessi mai avuto una ragazza invece di accompagnare le ragazze ai balli di fine anno solamente in qualità di amichetto simpatico […] La vita è dura quando sei strano. Anche adesso ho un numero molto ristretto di amici e sento spesso di non comprendere la gente perché non riesco a captare i tratti tipici del genere di ciascuno […] mentre tutte le altre persone che mi circondano li danno per scontati. Anche se lavoro assiduamente e apprendo velocemente, ho dei problemi nel mio àmbito professionale, perché i miei colleghi mi trovano bizzarro”.

L’esser stato allevato da due madri lesbiche ha deformato la sua mascolinità e lo ha reso seriamente disadattato. Non c’è da meravigliarsi del fatto che fosse “nervoso e brusco” e che ad un certo punto pensasse di essere bisessuale. Profondamente disorientato dalla morte della madre (il che fa pensare anche ad una eccessiva dipendenza da lei), B.L. sprofondò “in quello che può solo esser definito come il sottobosco gay. In quell’ambiente mi sono successe cose terribili…”.

All’età di 28 anni, tuttavia, iniziò una relazione con una donna. Quando diventò padre, le esperienze brucianti che aveva vissuto non gli lasciarono dubbi sul fatto che non dovesse abbandonare la moglie e privare il figlio di quello che a lui stesso era sempre dolorosamente mancato, vale a dire una famiglia normale, ‘tradizionale’, composta di una madre e di un padre.

“Come uomo […] non sopportavo l’idea di abbandonare la madre di mio figlio, come se fosse un’incubatrice usata […] Quando sono diventato padre ho accantonato il mio passato omosessuale e mi sono ripromesso di non divorziare mai da mia moglie e di non avere mai amanti, uomini o donne, per il resto della mia vita. Ho deciso di prendere questo impegno per proteggere i miei figli da esperienze distruttive, che ti perseguitano anche da adulto. Quando si diventa genitori, ogni questione etica verte sui propri figli e si mette definitivamente da parte il proprio egocentrismo”. Questa posizione seria e responsabile è diametralmente opposta al lampante egoismo dell’ideologia gay. L’approccio “etico” dei genitori gay e lesbiche infatti è: ‘io vengo al primo posto’ e i nostri figli si devono adattare ai miei desideri e alle mie esigenze.

In maniera del tutto coerente, B.L. è recisamente contrario all’equivalenza delle forme di matrimonio. “Sia l’omosessualità una scelta o congenita, siano legali o meno le convivenze gay, ciò che conta [per i figli] è che è duro sentirsi diverso (‘messo al bando’); una situazione che richiede un costoso tributo mentale, rende difficile trovare amici, interferisce con la crescita professionale e a volte, quasi fossero “terapie”, fa precipitare in un abisso di alcolismo, tossicodipendenza, gioco d’azzardo, comportamento antisociale e sessualità irresponsabile. I figli delle coppie di partner dello stesso sesso hanno di fronte a sé un cammino molto duro: lo so, perché l’ho dovuto percorrere”.

FONTE: chiesaepostconcilio.blogspot.it

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One thought on “L’aberrazione del “matrimonio” gay – la parola alle vittime

  1. Negli Stati Uniti, circa 5 anni fa, è stata pubblicata un’ampia e seria ricerca medica e sociale – condotta su un notevolissimo campione di intervistati – sull’adolescenza e sulle implicazioni psicologico/psichiatriche, in adolescenti, del vivere in una famiglia con genitori gay, sia maschi che femmine.
    La ricerca ha constatato che, nei figli adolescenti di genitori gay, il tasso di suicidio o di tentato suicidio è maggiore di dieci volte rispetto a quello di adolescenti cresciuti da genitori eterosessuali.
    La cosa non stupisce se consideriamo che il settennio di vita che riguarda l’adolescenza (14-21 anni circa) è esattamente quello nel quale nel ragazzo/a emerge il tema dell’identità sessuale, tema che ha già implicazioni di non chiarezza e di ambivalenza, nell’immediato, anche quando egli abbia sempre avuto due modelli sessuali differenti (modelli non solo in senso ‘genitale’, chiaramente, ma in tutto il modo di rapportarsi al vivere).

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