Se la libertà religiosa viene esclusa dai piani di sviluppo

La libertà di religione, oltre che diritto universale, è condizione necessaria di sviluppo. La sua negazione è all’origine di guerre, conflitti, atti di terrorismo, quindi di insicurezza, instabilità, tensioni sociali, emergenze umanitarie. Eppure migliaia di progetti di cooperazione vengono avviati senza includere richieste in tal senso e la libertà di religione non entra mai tra le condizioni per avere i finanziamenti.

di Anna Bono

Il 10 dicembre 1948 l’Assemblea Generale delle Nazioni Unite approvava la Dichiarazione universale dei diritti umani che, all’articolo 18, proclama: «Ogni individuo ha diritto alla piena libertà di pensiero, di coscienza e di religione; tale diritto include la libertà di cambiare religione o credo e la libertà di manifestare, isolatamente o in comune, in pubblico o in privato, la propria religione o il proprio credo nell’insegnamento, nelle pratiche, nel culto e nell’osservanza dei riti».

Nel 1966 l’Onu ha poi riaffermato il diritto alla libertà religiosa nel Patto internazionale sui diritti civili e politici entrato in vigore nel 1976, ratificato da 168 stati e firmato da altri sette. L’articolo 18 del Patto asserisce che ogni individuo deve essere libero «di avere o di adottare una religione o un credo di sua scelta» e impegna gli stati firmatari a garantire tale libertà. A 68 anni dalla Dichiarazione universale dei diritti umani, a 50 anni dal successivo Patto internazionale sui diritti civili e politici, e a 40 anni dalla sua entrata in vigore, 100 milioni di cristiani nel mondo subiscono serie limitazioni alla libertà di culto, discriminazioni, violenze, danni a proprietà e beni in oltre 60 paesi, quindi quasi in un terzo degli stati del mondo.

“Perseguitati e dimenticati: rapporto sui cristiani oppressi in ragione della loro fede tra il 2013 e il 2015”, un’indagine pubblicata della fondazione Aiuto alla Chiesa che soffre lo scorso ottobre, documenta come i cristiani costituiscano oggi il gruppo religioso più perseguitato e come la loro condizione continui a peggiorare in molti Stati. Tuttavia, la persecuzione dei cristiani non è che un aspetto di un fenomeno di proporzioni ancora più vaste. Secondo il centro studi statunitense Pew Research Center, più del 75% della popolazione mondiale vive in Paesi in cui governi, movimenti armati, gruppi di pressione o un diffuso atteggiamento ostile impongono limitazioni alla libertà di manifestare la fede e praticarla e in cui convertirsi a una religione è proibito, sanzionato o comunque riprovato al punto da provocare ritorsioni e ostracismo sociale.

La libertà di religione, oltre che diritto universale, è condizione necessaria di sviluppo. La sua negazione è all’origine di guerre, conflitti, atti di terrorismo, quindi di insicurezza, instabilità, tensioni sociali, emergenze umanitarie, danni ad attività economiche, esodi forzati di individui, famiglie e comunità: tutti fattori, questi, che rallentano lo sviluppo umano causando un immenso spreco di risorse umane, finanziarie e naturali. Non di rado, anzi, ne vengono vanificate conquiste economiche e sociali raggiunte con anni e anni di sforzi e impegno. Lo si è visto in Algeria, in Somalia, nel nord est della Nigeria e del Kenya, in Iraq…

Poiché dunque costituisce un fattore fondamentale di sviluppo, è impensabile che progetti internazionali, specie se di ampia portata e concepiti in termini di sostenibilità, non pongano tra gli obiettivi primari la libertà di religione, l’educazione alla tolleranza, al rispetto di ogni culto e non impongano ai governi e alle popolazioni che vi partecipano e ne beneficiano di astenersi da ogni forma di persecuzione religiosa e di contrastare qualsiasi manifestazione di intolleranza.

Ma non è così. Migliaia di progetti di cooperazione bilaterale e multilaterale vengono approvati e avviati senza includere richieste in tal senso. Non che si eviti di porre condizioni agli aiuti allo sviluppo: è successo che a dei governi, in cambio di finanziamenti e altri contributi, sia stato chiesto di astenersi, ad esempio, dall’impiego del Ddt e di prodotti ogm, in nome della salvaguardia della biodiversità e dell’ambiente, di accettare programmi di “salute riproduttiva”, per contenere la crescita demografica, e di adottare politiche energetiche intese a ridurre presunti effetti antropici negativi sul clima. Di recente, si danno casi di aiuti subordinati all’approvazione di leggi a tutela dei diritti degli omosessuali fino ad ammettere i matrimoni tra persone dello stesso sesso. Invece la libertà di religione non viene reclamata.

Né si stanziano grandi risorse per promuoverla. Nei 15 anni trascorsi, la comunità internazionale ha speso centinaia di miliardi di dollari per realizzare i “Millenium goals”, un progetto di sviluppo di proporzioni mai tentate prima, varato dalle Nazioni Unite nel 2000. Tra gli otto obiettivi in cui era articolato, la libertà di religione non c’era. Non compare neanche tra i 17 obiettivi del nuovo progetto, appena inaugurato dalle Nazioni Unite, gli Obiettivi di sviluppo sostenibile, che si propone di sradicare povertà, fame, divari economici al costo astronomico di 15 trilioni di euro all’anno per i prossimi 15 anni.

Sarebbe opportuno un intervento del Consiglio dell’Onu per i diritti umani. Ma 14 dei suoi attuali membri figurano nella classifica dei 50 Stati in cui i cristiani sono più duramente perseguitati e nell’ottobre del 2015 il Consiglio ha affidato all’Arabia Saudita la presidenza del comitato di esperti incaricati di vigilare sul rispetto dei diritti umani nel mondo.

© La Nuova BQ (20-01-2016)

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