Quando la Chiesa veniva accusata di essere spietata

Era davvero spietata, quella Chiesa “costantiniana” che non ammetteva i suicidi nei camposanti? O quella misura era piuttosto l’estremo avvertimento agli uomini a non finire in una dannazione ben più infernale e duratura? A quella Chiesa “spietata” interessava solo la salvezza delle anime. Ora invece…

di Rino Cammilleri

Fabrizio De André tornava volentieri sul tema “suicidio”. La prima volta, ne La ballata del Miche’, se la prese con la Chiesa che, spietata, negava ai suicidi il funerale religioso. Nel brano scritto in memoria di Luigi Tenco, morto suicida, scavalcò la Chiesa spietata e si disse sicuro che il Paradiso accoglie tutti, «perché non c’è l’Inferno nel mondo del buon Dio». Infine, in Andrea, buttò la spugna e non fece commenti metafisici sul suicidio del protagonista.

Ma era davvero spietata, quella Chiesa “costantiniana” che non ammetteva i suicidi nei camposanti? Oggi la moderna scienza psichiatrica ci informa che più spesso di quanto si creda chi commette suicidio non è pienamente in sé, perciò la sua responsabilità personale è quanto meno dubbia. E il (vecchio) catechismo ci dice(va) che per un peccato mortale ci vogliono «piena avvertenza e deliberato consenso». L’uomo odierno non sa più nemmeno che cosa vogliano dire termini come “peccato” e, figurarsi, “mortale”, perciò i vecchi sistemi forse vanno davvero rivisti. Può darsi che papa Francesco si senta come Giona davanti a Ninive, i cui abitanti «non sanno distinguere la destra dalla sinistra». Come l’uomo d’oggi. I niniviti capivano solo il bastone («Ancora quaranta giorni e Ninive sarà distrutta»), l’uomo d’oggi nemmeno quello; da qui la strategia della “misericordia”.

Ma, insisto, davvero la Chiesa “pre-“ era spietata quando negava l’ultimo viatico a un disperato? O era piuttosto l’estremo avvertimento, del tipo «chi tocca i fili muore» (con tanto di teschio e tibie per gli analfabeti)? C’è qualcosa di peggio di una sofferenza –al momento- senza via d’uscita: questo era ciò che diceva con quel rifiuto opposto a chi credeva, ingannato dall’Ingannatore («mendax et homicida ab initio»), di trovare la pace eterna. Così, colui che era tentato all’estremo gesto aveva un’ultima opportunità di dissuasione: la paura boja di finire “peggio, e molto”, in una fossa, tanto per chiarire, senza croce sopra. Si chiama deterrenza. Oggi, però, le teste sono cambiate, a quanto pare.

Così, a una poveretta morta mentre abortiva, a un’assassinata durante un amplesso extraconiugale, a un notorio laicista, a un suicida vengono misericordiosamente elargiti i funerali con rito cattolico insieme alle loro chitarre, gli amati cani, le bandiere della squadra di calcio del cuore. É vero, i tempi sono difficili e, se così non facesse, la Chiesa verrebbe, appunto, tacciata di spietatezza. Vien da chiedersi, comunque, se erano meno “difficili” i tempi in cui Cavour mandava in galera arcivescovi e cardinali colpevoli di non voler cantare il solenne Te Deum alle Glorie della Patria Risorgimentale. Il beato Pio IX scomunicò tutti i Padri dell’Italia Unita e sospese a divinis il frate che, contravvenendo agli ordini, amministrò l’Estrema Unzione a Cavour senza che questo si fosse preventivamente pentito delle sue confische e spoliazioni.

Vittorio Emanuele II, convivente more uxorio con la “bela Rosin”, era nella tenuta reale di San Rossore quando, per un influenza, temendo di morire (a quel tempo non c’erano gli antibiotici) mandò a chiamare l’arcivescovo di Pisa. Il quale gli mandò a dire che, se voleva i sacramenti, doveva a) sposarsi regolarmente, b) ritrattare tutto quel che aveva fatto contro la Chiesa e il cattolicesimo. Si badi: il prelato sapeva bene quali ritorsioni rischiavano sia lui che tutto quel che lui rappresentava. Il Re capitolò, chiedendo solo che la cosa non trapelasse. Affare fatto, perché a quella Chiesa “spietata” interessava solo la salvezza della di lui anima.

Ma, come si è detto, erano altri tempi. Oggi i tempi sono –mi scuso per la tautologia- diversi e forse l’uomo contemporaneo non merita di essere preso sul serio, trattato da adulto e non da bimbone mai cresciuto. Mi si dirà che, così, lo si lascia nella sua infanzia beota, ma non sta a me decidere strategie e modus operandi. Da cronista, tuttavia, registro quel che vedo. E vedo uno scollamento epocale tra il ceto dirigente e il popolo, sia nel versante laico che in quello religioso. Il popolo, come al tempo del Socialismo Reale, sta votando coi piedi. Verso le piazze, verso i santuari mariani. Ma forse è troppo presto per un bilancio: la Chiesa ragiona in termini di secoli.

© La Nuova BQ (19-01-2016)

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