Qualche domanda sui riti per l’unità dei cristiani

Una liturgia che esprima in pienezza una confessione cristiana potrebbe essere più efficace di elaboratissime liturgie della parola che, a parte il suggerimento di segni più o meno spettacolari, si basano sul minimo comune denominatore, cioè restano alla soglia… protestante. Non ha più fascino ecumenico coinvolgente un sacramento, anche se non tutti vi possono partecipare in pienezza?

di P. Riccardo Barile OP

In Europa si dà sempre di più la contiguità di tradizioni e riti cristiani sullo stesso territorio, oggi aumentata per l’immigrazione dall’Est e dunque con ortodossi. Spesso i nuovi arrivati sono in difficoltà a reperire un luogo di culto e sempre più spesso è la comunità cristiana già esistente che mette a disposizione edifici di preghiera un po’ periferici e per lo più non parrocchiali. Così in un territorio della vecchia Europa e che non è l’Italia, un gruppo di fedeli cattolici con un loro statuto speciale gestisce una piccola chiesa non parrocchiale e nei giorni festivi la mette a disposizione di una comunità di cristiani orientali che ivi si è costituita.

Ora, in occasione di una festa patronale fu celebrata la Messa secondo il Messale di Paolo VI, ma con il canto dell’ordinario e di altre parti in latino, con vesti riccamente ornate (ricamate), senza altare verso il popolo e dunque con la liturgia eucaristica verso l’abside cioè verso un “Oriente teologico”, con profusione di incensi e di chitarristi strimpellanti neppure l’ombra. Poiché il prete della comunità dei cristiani orientali, canonicamente e felicemente sposato, era presente non fosse altro per via delle buone relazioni da mantenere, alla fine commentò il tutto con due esclamazioni: «Ma allora anche i latini hanno una “divina” liturgia!», «Meglio questa celebrazione che tutto quello che si mette in piedi nella Settimana di preghiera per l’Unità dei cristiani!».

Paul Wattson, SA
Paul Wattson, SA

Ovviamente non si tratta di sminuire la preghiera di Gesù «perché tutti siano una cosa sola» (Gv 17,21), né la preghiera nell’ottavario per l’Unità iniziata nel 1908 dal reverendo Paul Wattson, ma si tratta di riflettere sul qualcosa di serio che è veicolato soprattutto dall’ultima esclamazione. Sembra, infatti, che sia più fruttuosa una liturgia o preghiera che esprima in pienezza una confessione cristiana e alla quale fedeli e ministri di altre confessioni prendono parte come possono, invece di mettere in piedi elaboratissime liturgie della parola che, a parte il suggerimento di segni più o meno spettacolari, si basano sul minimo comune denominatore, cioè restano alla soglia… protestante. È veramente questa la preghiera che Gesù vuole dai suoi?

Sembra poi che la ricchezza tradizionale della Chiesa latina tutto considerato e alla lunga risulti più autorevole delle ultime novità. Questo è tante volte il sentore della base. Chi invece dai vertici è incaricato di organizzare, cerca di tenersi lontano da tale ricchezza tradizionale (il discorso si potrebbe ampliare alle vocazioni, ma fermiamoci qui). Ammessa la piena legittimità cattolica di una autonoma liturgia della parola, prevista tra l’altro nientemeno che dal Cerimoniale dei vescovi ai nn. 221-226, viene da domandarsi: non ha più fascino ecumenico coinvolgente un sacramento, anche se non tutti vi possono partecipare in pienezza? E perché cattolicamente non proporre anche l’adorazione eucaristica? Una liturgia della parola a se stante è veramente “tradizionale” o non è un poco una elaborazione dei nostri tempi? La tradizione ha usato la Scrittura come elemento che da solo sostiene una celebrazione, oppure come elemento trasversale per la celebrazione di sacramenti e sacramentali? Ecco quante domande – per ora senza risposta – possono sorgere da una (vera) barzelletta ecumenica. Comunque, in questi casi, «purché si preghi»…

© La Nuova BQ (18-01-2016)

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