Il divorzio fa male

Un serie precisa di dati fotografa il danno sociale del divorzio. Eppure le forze politiche preferiscono renderlo ancora più facile invece di indicarne il costo umano.

di Andrea Morigi

Una fotografia a brandelli della società italiana. Così potrebbe essere descritto il Rapporto 2014 della Caritas Italiana sulla povertà e l’esclusione sociale intitolato False partenze, presentato a Cagliari il 30 marzo 2014 in occasione del Convegno Nazionale delle Caritas diocesane.

Da lusso a tragedia

Chi si occupa quotidianamente di assistenza ai bisognosi ha potuto constatare come, alla lacerazione dei legami familiari che tengono uniti gli individui e danno loro una reciproca ragione di vita, sovente fa seguito lo smarrimento degli individui stessi in un circuito giudiziario e assistenziale che sembra esaurirne ogni energia, ogni capacità e ogni speranza. È il divorzio che, da lusso per ricchi, si è trasformato in un’insidia per chiunque attraversi un periodo di crisi matrimoniale. In agguato vi sono legioni di avvocati pronti a incoraggiare la via giudiziaria piuttosto che la conciliazione, perché campano sul business dei fallimenti personali, delle coppie e anche delle vittime più dimenticate e inascoltate, i figli di genitori divisi. Ogni giorno, accanto alla consumazione del dramma in più atti davanti a un giudice, va in scena anche la tragedia multiforme di esistenze alla deriva.

Altro che “rifarsi una nuova vita” dopo aver iniziato una nuova relazione. Semmai, la fine di un rapporto coniugale coincide con la condanna alla solitudine e alla miseria. E altro che polemiche e rivendicazioni sul divieto di accesso all’Eucaristia. La Chiesa è l’unica istituzione a tendere la mano a chi è precipitato in quel baratro e arranca per uscirne. Anzi, sono proprio i “nuovi poveri” coloro che più sperimentano la concretezza della comunione ecclesiale nelle strutture assistenziali che si prodigano nella misericordia corporale.

Le conseguenze

Piuttosto la cronaca ci presenta casi troppo frequenti di madri uccise dai mariti, di padri sul lastrico finiti a mendicare un pasto alla mensa dei poveri e un letto al dormitorio, pur tacendo dello strazio dei loro ragazzi, il cui equilibrio è messo a dura prova, così come la loro riuscita nella scuola, nel lavoro e nei rapporti umani dall’esplosione del focolare domestico.

Insomma, come se in Italia non bastasse la crisi economica, a renderla più pesante sono le «gravi e crescenti difficoltà derivanti purtroppo dalla rottura dei rapporti coniugali, sia a livello occupazionale che abitativo», come aveva denunciato il presidente della Cei, cardinale Angelo Bagnasco, al Consiglio Episcopale Permanente del 24 marzo scorso. La conferma giunge dai dati allarmanti raccolti presso 814 Centri di Ascolto (CdA), in riferimento a 128 diocesi (58,2% del totale). Emerge così che il 66,1 per cento dei separati che si rivolgono alla Caritas dichiara di non riuscire a provvedere all’acquisto dei beni di prima necessità. Prima della separazione la percentuale era meno della metà: il 23,7%. Fra le altre conseguenze della separazione, aumentano il ricorso ai servizi socioassistenziali del territorio e parallelamente la crescita di disturbi psicosomatici. Così, il 66,7 per cento accusa un più alto numero di sintomi rispetto alla pre-separazione. Inoltre, come prevedibile, il fenomeno incide negativamente nel rapporto padrifigli: il 68 per cento dei padri (e il 46,3 per cento delle donne) intervistati riconosce un cambiamento importante a seguito della separazione; tra i padri che riconoscono un cambiamento, il 58,2 per cento denuncia un peggioramento nella qualità dei rapporti mentre le madri, al contrario, riconoscono per lo più un miglioramento. Gli elementi che rendono particolarmente insoddisfatti i padri nel rapporto con i figli sono: la frequenza degli incontri, gli spazi di vita e i luoghi di incontro, il tempo da dedicare alla relazione, la possibilità di partecipare a momenti importanti quali compleanni, ricorrenze, feste.

Tra i separati/divorziati che si sono rivolti ai centri di ascolto della Caritas, la gran parte è di nazionalità italiana (85,3 per cento) con una leggera prevalenza delle donne (53,5 per cento), rispetto agli uomini (46,5 per cento) anche se si può parlare quasi di un’equa divisione. Il 42,9 per cento è coinvolto in separazioni legali, il 28,1 per cento in separazioni di fatto e il 22,8 per cento in procedimenti di divorzio. Dei procedimenti di divorzio quasi la totalità risulta ormai anche conclusa. Considerando i tempi di separazione, il 34 per cento vive uno di questi stati da meno di un anno, il 20 per cento da meno di due anni, il 20,2 per cento da un tempo che va dai due ai cinque anni, il 25,8 per cento da oltre 5 anni.

Rispetto al totale degli intervistati, i due terzi (66,5 per cento) ha figli minorenni. E su costoro ovviamente grava un peso materiale e sociale più pesante, sia in termini di cura che di mantenimento. Per quanto riguarda l’età, si tratta in particolare di persone nella fascia d’età centrale (45- 54 anni) e di giovani adulti (35-44 anni). Per quanto riguarda il livello di istruzione, prevale la licenza media inferiore (34,9 per cento) seguita dal diploma di scuola media superiore (28,6 per cento), dalla licenza elementare (14,5 per cento) e dall’attestato professionale (10 per cento). Le motivazioni che hanno spinto gli utenti a chiedere aiuto sono legate a bisogni di tipo materiale e immateriale: le difficoltà economiche (21,7 per cento), il disagio abitativo (15 per cento), l’impossibilità di accedere ai beni di prima necessità (cibo e vestiario) (12,1 per cento); il bisogno di ascolto (13,1 per cento) e l’assistenza psicologica (12,3 per cento).

Gli occupati rappresentano meno di un terzo dei separati e divorziati intervistati, mentre coloro che sono in cerca di un’occupazione (disoccupati e inoccupati) sono quasi la metà (46,1 per cento). La grave situazione sul fronte dell’occupazione è l’elemento che maggiormente condiziona la fase post separazione. Fino ad oggi, a ricoprire tali situazioni di svantaggio sono state in primo luogo le donne collocate in posizioni occupazionali subalterne, a volte anche per scelta personale per quella che potremmo definire la divisione del lavoro all’interno del matrimonio.

Rispetto alle interviste realizzate non emerge un particolare svantaggio delle donne; i livelli di disoccupazione, infatti, risultano alti sia per i maschi (45,1 per cento) che per le femmine (41,4 per cento). Anche la dimensione abitativa evidenzia delle situazioni di gravi criticità vissute sia sul piano della sistemazione che su quello del grado di affaticamento rispetto agli oneri di spesa fissi (mutuo, affitto, pagamento delle utenze di luce, gas, ecc.). Rispetto al pre separazione, quando il 43,7 per cento degli intervistati viveva in abitazioni di proprietà e il 42 per cento in affitto, la situazione nel post separazione risulta decisamente alterata. Dichiara di aver cambiato abitazione l’87,7 per cento degli uomini contro il 53,1 per cento delle donne.

Il divorzio “sprint”

Eppure, contemplare quei frammenti non sempre suscita il desiderio di ricucirli per risanare la realtà sociale. Talvolta, anzi, avanza il progetto di polverizzarli ulteriormente, come accade con le pressioni politiche verso il divorzio breve, che qualche giurista ha definito con più acutezza “sprint” perché si punta, in alcune proposte di legge, a restringere ulteriormente il tempo necessario per chiedere una sentenza di divorzio, accontentandosi di un anno fra la presentazione dell’istanza di separazione – dai tre anni attuali – e la richiesta di divorzio, o a nove mesi in assenza di figli minori. Un’accelerazione, quindi, magari nobilitata nelle intenzioni dei legislatori con il pretesto di concludere in breve l’ordalia del tribunale, ma il cui esito non potrà che rivelarsi una nuova spinta verso la miseria, non soltanto economica.


Ricorda

«Ed egli rispose: “Non avete letto che il Creatore da principio li creò maschio e femmina e disse: Per questo l’uomo lascerà il padre e la madre e si unirà a sua moglie e i due saranno una sola carne? Così non sono più due, ma una carne sola. Quello dunque che Dio ha congiunto, l’uomo non lo separi”» (Vangelo di Matteo 19,4-6).

IL TIMONE – Maggio 2014 (pag. 30-31)

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