Da dove arriva l’odio islamico per le donne

Le scene di violenza sulle donne a cui abbiamo assistito a Colonia e in tante altre città europee, sono analoghe a quelle in Piazza Tahrir al Cairo, dopo la rivoluzione. Già allora, chi la subiva, come la giornalista Mona Tahawy, si chiedeva perché tanto odio per la donna. La risposta è in una tradizione tribale a cui si sovrappone un’interpretazione fondamentalista dell’islam.

di Valentina Colombo

Colonia, Amburgo, Zurigo e altre città europee hanno assistito inermi e incredule all’assalto da parte di bande, probabilmente organizzate, nei confronti di donne che circolavano la notte di San Silvestro. Il dibattito che ne è conseguito ha sollevato molti interrogativi sul fallimento dell’integrazione, sulle mancanze del sistema di sicurezza, sull’eccessiva accoglienza dei rifugiati, sull’origine islamica delle aggressioni, sul modello femminile occidentale che attira e accende gli istinti maschili.

Si è detto tutto e il contrario di tutto, si sono creati schieramenti, ma sarebbe opportuno avviare una riflessione atta a prosciugare il terreno fertile che ha portato bande di giovani uomini – nel caso di Colonia prevalentemente di origine marocchina, siriana e iraniana – a prendere di mira donne per derubarle, molestarle e malmenarle. Quanto accaduto a Colonia riporta alla memoria le violenze subite da donne – egiziane e musulmane – in piazza Tahrir al Cairo durante le manifestazioni nel 2011 e una ricerca del 2008 del Centro egiziano per i diritti delle donne che rivelava che più dell’80% delle egiziane avevano subìto molestie sessuali e che più del 60% degli uomini ammetteva di averle molestate. A seguito di un attacco fisico subito nella piazza principale della capitale egiziana, Mona Tahawy – giornalista nata in Egitto e operativa tra Egitto e Stati Uniti – scrisse un articolo per Foreign Policy dal titolo provocatorio “Perché ci odiano?”. Il soggetto di tale domanda sono “gli uomini arabi” che, in forma individuale o istituzionalizzata nelle leggi di un paese, commettono “abusi nutriti da una combinazione tossica di cultura e religione che pochi sembrano volere o essere in grado di sciogliere, e chi tenta viene rubricato come ‘blasfemo’ e ‘offensivo’.” Nell’articolo, che di recente è diventato un libro pubblicato in Italia da Einaudi, la Tahawy sottolineava: “Non ci odiano a causa delle nostre libertà, come vuole lo stanco cliché post 11 settembre americano. Noi non abbiamo libertà perché ci odiano […] Sì: ci odiano. E deve essere detto”.

Elham Manea, studiosa di origine yemenita e docente presso l’università di Zurigo, commentando i fatti di Colonia ha parlato di “frustrazione sessuale e immagine della donna sessualizzata” facendo riferimento al contesto dal quale provengono i giovani uomini degli attacchi nelle città europee, contesto che è lo stesso dei giovani di piazza Tahrir. Un contesto patriarcale e tendenzialmente misogino, un contesto in cui la segregazione tra i sessi porta sia alla frustrazione o all’omosessualità “di ripiego”, un contesto in cui è la donna a dovere arginare gli istinti dell’uomo, un contesto in cui la donna è definita fitna, ovvero sedizione. A questo sostrato culturale e sociale, talvolta si sovrappone l’elemento religioso-islamico, promosso dall’interpretazione estremista e conservatrice dell’islam politico dall’Arabia Saudita all’Iran, da Hezbollah ai Fratelli musulmani, che “sacralizza” la sessualizzazione della donna come corpo, come tabù e come “distrazione” dalla retta via.

Ebbene i dati forniti da Eurostat, sui primi undici mesi del 2015, circa i migranti registrati in Italia e Grecia, indicano la presenza di 736.435 uomini contro 265.785 donne e il 20% dei migranti in Europa sono al di sotto dei 18 anni e di questi il 90% sono uomini. La Germania, così come la Francia e la Gran Bretagna, conoscono molto bene le problematiche delle seconde e terze generazioni. La Germania ha visto alcune associazioni occuparsi di giovani di origine turca e marocchina. Ahmad Mansour, ad esempio, psicologo arabo-israeliano residente a Berlino e autore del libro pubblicato nel 2015 da Fischer Generation Allah, ha avviato il progetto “Heroes” che ha promosso nel corso degli anni un’azione educativa contro l’oppressione in nome dell’onore e ha raccolto intorno a sé giovani tedeschi e immigrati di seconda generazione, ha organizzato seminari per le famiglie musulmane al fine di trasmettere i valori universali, l’importanza di essere in primis cittadini tedeschi e poi musulmani, per creare le basi per un’evoluzione culturale che conduca alla diminuzione delle efferatezze in nome di un presunto onore. Purtroppo a partire dallo scorso settembre la gestione dei rifugiati in Germania, e non solo, è stata pressoché monopolizzata da organizzazioni islamiche ideologicamente collegate alla Fratellanza musulmana da Islamic Relief Worldwide a Al Hayat, che vede una cooperazione tra Fratellanza e Milli Gorus.

Guardando al futuro, l’islamizzazione della gestione dei rifugiati rappresenta un serio rischio per il paese di Angela Merkel poiché potrebbe portare alla islamizzazione dell’identità e alla “sacralizzazione” della discriminazione della donna e della sua “sessualizzazione”, rendendo molto più complesso un processo di integrazione e di de-radicalizzazione. Sarebbe sufficiente leggere alcune fatwe emesse dal Consiglio Europeo per la Fatwa e la Ricerca, con sede a Dublino e presieduto da Yusuf Qaradawi, cui fanno riferimento le organizzazioni suddette e gran parte dell’islam organizzato in Europa. Nella prima raccolta di fatawa del Consiglio, ad esempio, alla domanda se una neo-convertita all’islam ha difficoltà a indossare il velo, dopo avere esplicitato che si tratta di un “obbligo religioso” si legge: “Allah ha decretato questa modestia sulla donna musulmana di modo che possa essere facilmente riconosciuta dalla non-musulmana e dalla non praticante. Il suo semplice abbigliamento è un chiaro segnale del fatto che lei sia una donna seria e obbediente, che quindi allontana tutti coloro che possono avere una malattia nei loro cuori.” E’ quindi evidente che l’abbigliamento islamicamente corretto, per lo meno secondo la visione della Fratellanza, protegge anche da situazioni come quella di Colonia o di piazza Tahrir poiché identifica la musulmana “intoccabile” dal resto delle donne che “se la cercano”. Se la Germania, così come l’Europa, lascerà sempre più spazio all’islam politico organizzato, come quello della Fratellanza o del Milli Gorus, non potrà più arginare l’organizzazione di eventi come quelli di Colonia e altre città europee poiché se alla misoginia, alla tradizione patriarcale si assommerà la “sacralizzazione” di un’immagine della musulmana che la vuole solo “velata” e “sottomessa”, tanto da dovere chiedere al marito – come si legge nella fatwa 21 del Consiglio – il permesso per tagliarsi i capelli e dal dovere evitare di andare in bicicletta poiché potrebbe causare la perdita della sua verginità – come si legge alla Fatwa 38 – allora la donna che non risponde agli standard islamici sarà passibile di essere oggetto di istinti non repressi.

L’intellettuale tunisino Tahar Haddad, negli anni Trenta del secolo scorso, parlava di donna nella società e nella sharia poiché riteneva giustamente che si trattasse di due livelli paralleli nella realtà del suo paese, così come in tutto il mondo arabo. La società e la cultura sono correggibili, sono gestibili poiché lasciano libere le menti di accogliere o rifiutare altri modelli, di accettare l’altro, purtroppo nel momento in cui società e cultura vengono sacralizzate tutto diventa più complesso. L’Europa deve agire al più presto e arginare ogni elemento e organizzazione che possa radicalizzare le menti dei giovani che giungono sul suo territorio senza cadere nel razzismo, ma traghettando questi giovani verso una vera integrazione basata sul rispetto reciproco tra persone e culture e tra uomini e donne.

© La Nuova BQ (11-01-2016)

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One thought on “Da dove arriva l’odio islamico per le donne

  1. L’ha ribloggato su Luca Zacchi, energia in relazionee ha commentato:
    Le scene di violenza sulle donne a cui abbiamo assistito a Colonia e in tante altre città europee, sono analoghe a quelle in Piazza Tahrir al Cairo, dopo la rivoluzione. Già allora, chi la subiva, come la giornalista Mona Tahawy, si chiedeva perché tanto odio per la donna. La risposta è in una tradizione tribale a cui si sovrappone un’interpretazione fondamentalista dell’islam.

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