Carlo Caffarra lascia Bologna: cosa resterà di questo grande cardinale

Comprendere la famiglia ha significato per Caffarra leggere sempre meglio la natura relazionale dell’uomo, la sua identità maschile o femminile, l’incarnazione, la teologia del corpo.

di Francesco Agnoli (12 Dicembre 2015)

Oggi, 12 dicembre, Carlo Caffarra lascia l’incarico di arcivescovo di Bologna. Non ha voluto per sé alcun saluto ufficiale, andandosene in punta di piedi, nel suo stile. Proprio in questi giorni si è venuto a sapere – ma non da lui – che aveva donato alcuni milioni di euro dell’eredità Faac alla Caritas della città. Bologna non è più così “sazia e disperata”, come l’aveva definita il predecessore di Caffarra, Giacomo Biffi: ci sono anche lì, oggi, persone in difficoltà anche economica e il pastore non le ha dimenticate.

Cosa resterà del magistero di questo grande cardinale? Sicuramente il suo esempio di vita personale: chi lo ha conosciuto sa quanto sia un servo fedele della chiesa, un pastore teso non a predicare “novità” originali di cui pavoneggiarsi come i teologi alla moda, ma a penetrare sempre più nella ricchezza inesauribile del Vangelo e della tradizione della chiesa. Ha dedicato parte della sua vita a indagare il “mistero buono” dell’amore sponsale, certo che il progetto di Dio sul maschio e la femmina non può che essere il bene per ogni uomo, in tutti i tempi e sotto ogni cielo. Per questo fu scelto, nel 1981, da Giovanni Paolo II come presidente del Pontificio Istituto per gli studi su Matrimonio e Famiglia, la cui nascita fu annunciata, insieme a quella del Pontificio Consiglio per la Famiglia, il 13 maggio 1981: proprio nel giorno dell’attentato a Wojtyla e dell’anniversario dell’apparizione di Fatima. Proprio Lucia di Fatima, ha ricordato recentemente Caffarra, lo aveva ammonito per lettera, con parole che il cardinale ha così riassunto: «lo scontro finale tra il Signore e il regno di Satana sarà sulla famiglia e sul matrimonio. Non abbia paura, aggiungeva, perché chiunque lavora per la santità del matrimonio e della famiglia sarà sempre combattuto e avversato in tutti modi, perché questo è il punto decisivo».

Comprendere la famiglia ha significato per Caffarra leggere sempre meglio la natura relazionale dell’uomo, la sua identità maschile o femminile, l’incarnazione, la teologia del corpo. Quest’ultima si può condensare, in estrema sintesi, così: «La persona umana è una persona corporale e il corpo umano è un corpo personale». Ciò significa che la visione del corpo cristiana esclude lo spiritualismo (da qui la grande storia della carità cristiana), così come il materialismo (che riduce l’uomo al suo corpo, finendo per nuocergli, come dimostrano le patologie odierne: anoressia, bulimia, autolesionismo…). L’unità della persona umana determina anche il fatto che la sessualità buona, vera, è quella in cui l’uomo e la donna amano con tutto se stessi: il “sesso senza amore”, il sesso come dominio e uso del corpo altrui, in altre parole, è disumano.

Come è stato ben illustrato nei documenti tanto amati dal cardinale di Bologna, l’enciclica Humanae vitae e l’esortazione Familiaris consortio, poco comprese anche in ambiente cattolico, se è vero come è vero che Giovanni Paolo II, nel lontano 1979, ammoniva: chi crede che Humanae vitae non tenga «abbastanza conto delle difficoltà presenti nella vita concreta, non comprende la preoccupazione pastorale che fu all’origine di quel documento. Preoccupazione pastorale significa ricerca del vero bene dell’uomo, promozione dei valori impressi da Dio nella persona; significa cioè attuazione di quella regola di comprensione che mira alla scoperta sempre più chiara del disegno di Dio sull’amore umano, nella certezza che l’unico vero bene della persona umana consiste nell’attuazione di questo disegno divino». Mentre in un’altra catechesi, il Papa aggiungeva: «Penso che fra le risposte che Cristo darebbe agli uomini dei nostri tempi e ai loro interrogativi spesso tanto impazienti, fondamentale sarebbe ancora quella da lui data ai farisei. Rispondendo a quegli interrogativi, Cristo si richiamerebbe anzitutto al “principio”. Lo farebbe forse in modo tanto più deciso ed essenziale, in quanto la situazione interiore e culturale dell’uomo d’oggi sembra allontanarsi da quel “principio”…».

Concetti che certamente Caffarra ha saputo spiegare, nell’ultimo Sinodo, a Kasper, Spadaro, Cupich e agli altri zelanti ed impazienti novatori. Forte non solo della sua dottrina, ma anche della sua enorme esperienza con gli sposi e della sua fede cristallina.

FONTE: ilfoglio.it

Annunci

Rispondi

Inserisci i tuoi dati qui sotto o clicca su un'icona per effettuare l'accesso:

Logo WordPress.com

Stai commentando usando il tuo account WordPress.com. Chiudi sessione / Modifica )

Foto Twitter

Stai commentando usando il tuo account Twitter. Chiudi sessione / Modifica )

Foto di Facebook

Stai commentando usando il tuo account Facebook. Chiudi sessione / Modifica )

Google+ photo

Stai commentando usando il tuo account Google+. Chiudi sessione / Modifica )

Connessione a %s...