Anche il card. Sarah chiude le “porte aperte” di Spadaro

Anche il card. Robert Sarah boccia le interpretazione di Spadaro SJ sulla relazione finale del sinodo di quest’anno.

Dopo l’editoriale di P. Antonio Spadaro, pubblicato sul numero di novembre 2015 de La Civiltà Cattolica, alcuni cardinali hanno risposto al modo in cui il direttore della rivista dei gesuiti ha interpretato i risultati del sinodo.In particolare si possono leggere le riflessioni del cardinale Raymond Leo Burke che abbiamo già riportate nell’Osservatorio Sinodo 2015, insieme ad un passaggio di particolare rilevanza di una omelia tenuta dal cardinale Pell in occasione della festa dell’antica basilica di S.Clemente a Roma il 23 novembre.

A queste importanti considerazioni possiamo aggiungere quelle del cardinale Robert Sarah in un’intervista al portale di lingua tedesca kath.net. Di seguito, dal blog del vaticanista Sandro Magister, la domanda e la risposta del cardinale guineiano a proposito dell’intervento di P. Spadaro sulla Civiltà Cattolica:

Antonio Spadaro SJ
Antonio Spadaro SJ

D. – In un articolo de “La Civiltà Cattolica” il suo direttore Antonio Spadaro parla in maniera esplicita di una “porta aperta” per l’eucaristia ai divorziati risposati. Il gesuita scrive: “Sarà sempre dovere del pastore trovare un cammino che corrisponda alla verità e alla vita delle persone che egli accompagna, senza poter forse spiegare a tutti perché essi assumano una decisione piuttosto che un’altra. La Chiesa è sacramento di salvezza. Ci sono molti percorsi e molte dimensioni da esplorare a favore della ‘salus animarum’. Circa l’accesso ai sacramenti, il sinodo ordinario ne ha dunque effettivamente posto le basi, aprendo una porta che invece nel sinodo precedente era rimasta chiusa”. In quanto padre sinodale che conosce i controversi paragrafi 84-86 della “Relatio synodi”: come giudica queste affermazioni di un altro membro del sinodo che interpreta in questo modo i risultati? Il discorso di “aprire una porta” non equivale a un sempre negato “cambiamento” della dottrina sull’indissolubilità del matrimonio, che è impossibile? Affermazioni del genere non aumentano incertezze e perplessità tra i fedeli, come si sono verificate in maniera particolarmente sensibile durante questi due anni?

Il card. R. Sarah
Il card. R. Sarah

R. – Il Sinodo ha voluto aiutare e accompagnare questi battezzati che si trovano in una situazione di vita contraria alle parole di Gesù. E ha annunciato che la porta per loro è sempre aperta, in quanto Dio continua a chiamare alla conversione e ad agire nel loro cuore per rigenerare il loro desiderio verso la vita piena che Gesù ci ha annunciato.

Certamente, proporre delle strade che non conducano a questa vita piena non è “aprire le porte”. La porta che Dio apre ci conduce sempre a lui, alla sua dimora in cui possiamo vivere la sua vita. Il peccato chiude la porta della vita. Ammettere una persona alla comunione eucaristica quando vive in manifesta contraddizione con le parole di Gesù significa aprire una porta che non conduce verso Cristo, ovvero chiudere la vera porta della vita. Ricordiamo: la porta è Gesù, la Chiesa può solo aprire questa porta; il pastore che non vuole entrare per questa porta, diceva Gesù stesso, non è un vero pastore. Perché “chi non entra nel recinto delle pecore per la porta, ma vi sale da un’altra parte, è un ladro ed un brigante. Chi invece entra per la porta, è il pastore delle pecore… In verità, in verità vi dico: io sono la porta delle pecore” (Gv 10, 1-2. 7).

Il documento del sinodo (nn. 84-86) non dice altro, e il testo scritto è l’unico sicuro per interpretare rettamente ciò che il ainodo ha voluto dire. Il documento parla del dovere del pastore di accompagnare le persone sotto la guida del vescovo, ma aggiunge anche, e questo è molto importante, che l’accompagnamento deve avvenire “secondo l’insegnamento della Chiesa”. Questo insegnamento include senz’altro la lettura non adulterata, ma completa e fedele della “Familiaris consortio” n. 84 e di “Sacramentum caritatis” n. 29, insieme al Catechismo della Chiesa Cattolica. L’accompagnamento, che terrà conto delle circostanze concrete, ha una meta comune: condurre la persona a una vita in accordo con la vita e la parola di Gesù; e alla fine del cammino la decisione di abbandonare la nuova unione o di vivere in assoluta continenza in essa. Rinunciare a questa meta è rinunciare anche al cammino.

È vero che il testo non ripete esplicitamente questo insegnamento, e in questo senso è stato interpretato in diversi modi dalla stampa. Ma è un interpretazione abusiva, ingannatrice, che ne deforma il significato. Il testo non parla mai di concedere l’eucaristia a chi continua a vivere in modo manifestamente contrario ad essa. Se ci sono dei silenzi, essi devono essere interpretati secondo l’ermeneutica cattolica, vale a dire alla luce del magistero precedente e costante, un magistero che il testo mai nega. In altre parole, ai divorziati risposati civilmente la porta alla comunione eucaristica rimane chiusa da Gesù stesso che ha detto: “Chiunque ripudia la propria moglie, se non in caso di concubinato, e ne sposa un’altra, commette adulterio. Perciò l’uomo non separi ciò che Dio ha unito” (Mt 19, 6. 9). È chiusa da “Familiaris consortio” n. 84, da “Sacramentum caritatis” n. 29 e dal Catechismo della Chiesa cattolica. Sfondare questa porta o arrampicarsi da qualche altra parte significa riscrivere un altro vangelo ed opporsi a Gesù Cristo Nostro Signore. Sono sicurissimo che papa Francesco interpreta i numeri 84-86 della “Relatio synodi” in perfetta continuità e fedeltà ai suoi predecessori. Infatti in un intervista al quotidiano argentino “La Nación” ha affermato: “Che facciamo con loro, che porta si può aprire? C’è un’inquietudine pastorale: e allora andiamo a dare loro la comunione? Non è una soluzione dare loro la comunione. Questo soltanto non è la soluzione, la soluzione è l’integrazione”.

È vero che ci sono “molti percorsi e dimensioni da esplorare”, come segnala padre Spadaro. Vorrei solo aggiungere che questi sono percorsi verso una meta, e questa meta per la Chiesa può essere solo una: portare la persona a Gesù, mettere la vita in sintonia con Gesù e con il suo insegnamento sull’amore umano e coniugale. L’accesso all’eucaristia, che è la comunione con il corpo di Gesù, è aperto per tutti coloro che sono pronti a vivere nel loro corpo secondo la parola di Gesù. Se la Chiesa apre la porta verso un’altra meta, verso un altro luogo, allora questa non è la porta della misericordia. Allora si tratterebbe di un vero cambiamento della dottrina, perché ogni dottrina, come quella sull’indissolubilità del matrimonio, è confessata in primo luogo dove l’eucaristia è celebrata. Quando un cristiano dice “Amen” nel ricevere l’eucarestia, egli afferma, non solo che l’eucaristia è il corpo di Gesù, ma anche che vuole conformare a lui la sua vita nel corpo, conformare a Gesù le sue relazioni, perché crede che la parola di Gesù è parola di vera vita.

Questo significa che c’è un cammino, che c’è una speranza anche per chi vive lontano, e questo il sinodo ha voluto ribadirlo. Se queste persone non si sentono pronte a vivere secondo la parola di Gesù, allora è compito della Chiesa ricordare loro, con pazienza, delicatezza, misericordia, che appartengono alla Chiesa, che sono figli di Dio. È compito della Chiesa accompagnarle perché si possano avvicinare a Gesù in tanti modi, partecipando alla celebrazione liturgica, contribuendo alle opere di carità e di misericordia, alla missione della Chiesa… Una volta che sono più vicine a Gesù, potranno capire meglio le sue parole, potranno essere convinte della forza di Dio nella loro vita che rende possibile la conversione, l’abbandono del peccato e la rottura totale con esso.

Certo, l’accompagnamento si fa caso per caso, come anche si fa caso per caso la preparazione al matrimonio. Ma questo non vuol dire che a quelli che si preparano al matrimonio la Chiesa offra diversi tipi di matrimonio, di varia durata secondo i casi individuali. Il matrimonio a cui si preparano è sempre lo stesso, come è sempre la stessa la meta per i divorziati risposati. Ed  è così perché viviamo in comune, non siamo monadi, condividiamo la stessa chiamata alla santità e una stessa vocazione all’amore, quella appunto che è contenuta nel matrimonio monogamico, stabile e indissolubile.

FONTE: sinodo2015.lanuovabq.it

Annunci

Rispondi

Inserisci i tuoi dati qui sotto o clicca su un'icona per effettuare l'accesso:

Logo WordPress.com

Stai commentando usando il tuo account WordPress.com. Chiudi sessione / Modifica )

Foto Twitter

Stai commentando usando il tuo account Twitter. Chiudi sessione / Modifica )

Foto di Facebook

Stai commentando usando il tuo account Facebook. Chiudi sessione / Modifica )

Google+ photo

Stai commentando usando il tuo account Google+. Chiudi sessione / Modifica )

Connessione a %s...