Il “foro interno” non può distorcere l’insegnamento della Chiesa

Il cardinale George Pell ha recentemente tenuto un’omelia in occasione della festa dell’antica basilica di S. Clemente a Roma lo scorso 23 novembre.

S. E. George Cardinale Pell
Cardinale presbitero di Santa Maria Domenica Mazzarello Prefetto della Segreteria per l’economia

Festa di San Clemente
23 novembre 2015, Basilica San Clemente, Roma

Lo scorso fine settimana un caro amico mi ha invitato a visitare insieme a lui i campi della battaglia della Somme nel suo 100° anniversario. È stata una visita commovente, nonché un po’ deprimente poiché ti porta a ricordare che più di 1 milione di giovani vite sono state sacrificate, per un guadagno territoriale visibilmente irrilevante. Tra di loro furono uccisi 3500 soldati irlandesi, per non parlare dei feriti. Provenienti dall’Australia ne morirono 23.000.

Anche oggi ci troviamo in un momento di conflitto. La Francia, dopo i tragici attentati e omicidi di Parigi, ha visto il suo Presidente dichiarare guerra al terrore. Questa settimana alcuni rapporti di sicurezza hanno menzionato che si potrebbero avere delle forme di attacco qui a Roma.

Forse è bene allora ripetere la seconda lettura di oggi:

Chi ci separerà dunque dall’amore di Cristo? Forse la tribolazione, l’angoscia, la persecuzione, la fame, la nudità, il pericolo, la spada? Proprio come sta scritto: Per causa tua siamo messi a morte tutto il giorno, siamo trattati come pecore da macello. Ma in tutte queste cose noi siamo più che vincitori per virtù di colui che ci ha amati. (Rom 8, 35-37)

Papa Francesco nel suo discorso all’Angelus pronunciato ieri nella solennità del Cristo Re ha spiegato alcune distinzioni fondamentali nel dire che:

La logica mondana poggia sull’ambizione, sulla competizione, combatte con le armi della paura, del ricatto e della manipolazione delle coscienze. La logica del Vangelo, cioè la logica di Gesù, invece si esprime nell’umiltà e nella gratuità, si afferma silenziosamente ma efficacemente con la forza della verità. I regni di questo mondo a volte si reggono su prepotenze, rivalità, oppressioni; il regno di Cristo è un «regno di giustizia, di amore e di pace» (Prefazio).

Dobbiamo quindi iniziare a rispondere a questa esigenza più profonda della ricerca della verità, quando non sempre è chiara. Come rispondiamo alle sfide di oggi? Per fornire dei suggerimenti su come assolvere a questo compito vorrei tornare al discorso tenuto dal Santo Padre Benedetto all’Università di Ratisbona nel Settembre 2006. In quella occasione ha affrontato magnificamente – e vi incoraggio a leggerlo tutto nuovamente – il tema sulla battaglia di fondo che va avanti nel nostro mondo tra fede e ragione. La ragione ha bisogno della fede e la fede ha bisogno della ragione.

Papa Benedetto ha individuato nell’Islam una componente di fede che non è in grado di contemplare Dio come logos, come ragione. La fede nell’unico Dio buono non può avere nulla a che fare con la violenza contro gli innocenti. Questo sarebbe intrinsecamente irragionevole, e in contrasto con Dio che è la ragione stessa.

Tuttavia, il Papa riconosce anche altre sfide. Egli afferma:

Nel mondo occidentale domina largamente l’opinione, che soltanto la ragione positivista e le forme di filosofia da essa derivanti siano universali. Ma le culture profondamente religiose del mondo vedono proprio in questa esclusione del divino dall’universalità della ragione un attacco alle loro convinzioni più intime. Una ragione, che di fronte al divino è sorda e respinge la religione nell’ambito delle sottoculture, è incapace di inserirsi nel dialogo delle culture. E tuttavia, la moderna ragione propria delle scienze naturali, con l’intrinseco suo elemento platonico, porta in sé, come ho cercato di dimostrare, un interrogativo che la trascende insieme con le sue possibilità metodiche. Essa stessa deve semplicemente accettare la struttura razionale della materia e la corrispondenza tra il nostro spirito e le strutture razionali operanti nella natura come un dato di fatto, sul quale si basa il suo percorso metodico.

Cosa ha a che fare tutto questo, vi chiederete, con il grande Santo che si celebra nella Messa solenne di questa sera?

Papa S. Clemente è di vitale importanza nell’indicarci alcune delle pietre miliari della nostra cultura cristiana. Una di queste è senz’altro l’uomo-pietra, la roccia, San Pietro, di cui Papa Francesco è il successore numero 266. Papa S. Clemente appartiene a questa linea ininterrotta di successori, ma fa anche parte della Tradizione apostolica a cui i cristiani cominciarono a fare appello. Quando il canone del Nuovo Testamento non era completo e gli insegnamenti della Scrittura erano stati contestati, ai tempi in cui le tradizioni delle comunità variavano, i primi cristiani si rivolsero a quelle comunità che avevano mantenuto le tradizioni apostoliche basate sui loro fondatori apostolici, in particolare alla comunità di Roma fondata da Pietro e Paolo.

San Clemente è stato un grande promotore di questo modo di pensare. Possiamo ringraziare San Clemente per il suo chiaro insegnamento nella sua lettera ai Corinzi, dove egli ha affermato l’autorità apostolica dei vescovi/presbiteri come capi della chiesa. In molti modi questo insegnamento è perdurato provvidenzialmente fino ai nostri tempi, quasi senza affrontare sfide, e continuiamo anche a guardare al successore di San Pietro come garante dell’unità nella dottrina e nella pratica. Il successore di San Pietro è la roccia a cui noi ci ancoriamo quando il mare si increspa, quando le onde sembrano minacciare la barca di Pietro che è la Chiesa. È importante quindi notare che, se San Pietro è la roccia, ben presto dopo di lui S. Clemente sarà raffigurato con un ancora così come lo è qui in questa Basilica consacrata nel suo nome. Questo rimane un potente simbolo di solidità che il Papato porta alla Chiesa cattolica.

In un mondo, quindi, pieno di violenza, sia storicamente che attualmente, la Chiesa continua ad essere un faro di speranza, una guida sicura. Alcuni hanno voluto dire, sul recente Sinodo, che la Chiesa è confusa e confusionaria nel suo insegnamento sulla questione del matrimonio. Non è questo il caso. La dottrina della Chiesa su sessualità, matrimonio e famiglia continua ad essere basata sull’insegnamento proprio di Gesù circa l’adulterio e il divorzio; l’insegnamento di San Paolo sulle disposizioni adeguate per ricevere la comunione resta fondamentale sulla controversa questione dell’impossibilità di dare la comunione anche ai divorziati civilmente sposati. Una tale “possibilità” non è nemmeno citata nel documento sinodale.

Ora attendiamo l’esortazione apostolica del Santo Padre, che esprimerà ancora una volta la tradizione essenziale della Chiesa e sottolineerà che l’appello al discernimento e al foro interno può essere utilizzato solo per comprendere meglio la volontà di Dio, come insegnato nelle Scritture e dal magistero, e non può mai essere utilizzato per disprezzare, distorcere o confutare l’insegnamento stabilito dalla Chiesa.

Preghiamo di nuovo questa sera per il nostro Santo Padre Francesco, che, come S. Clemente, prepari questo insegnamento per chiarire ai fedeli cosa significa seguire il Signore, nella Sua Chiesa, nel nostro mondo. Preghiamo in questa festa di San Clemente per Papa Francesco, affinché continui ad insegnare e a esortarci nel seguire le verità della fede, che sono sempre più forti di un arido laicismo orizzontale.

Papa S. Clemente, prega per noi.

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