Non sei solo brava moglie e madre, tu sei la sua sposa, la sua amante!

La roccia e la sabbia.

di Don Giorgio Carini* (23-11-2015)

Il dono della fede attraverso la vita divina ricevuta nel battesimo permette all’amore umano una pienezza desiderata ma impossibile senza la forza di Dio, è il sacramento del matrimonio.

Senza questa grazia finisce per prevalere la durezza del nostro cuore, le nostre inevitabili miserie, ecco perché Mosè, l’Antica legge, permetteva il ripudio. Gesù inaugura una nuova possibilità, quella di far prevalere l’amore sopra ogni debolezza (cfr. Mt 19,3ss.; Mc 10, 2ss.).

Il suo dono concede ciò che il cuore desidera, ciò che l’innamoramento promette e fa vivere come anticipo: un amore bello che duri per sempre, perché desideriamo che le cose belle, vere, non passino, mai. E se c’è qualcosa che definisce in radice la Bellezza, non quella sentimentale, esteriore, ma quella vera che ferisce l’anima con un’attrattiva che cambia totalmente la vita, è la capacità di permanere, solida come una roccia.

Ma la roccia non è comoda, è fatta per resistere alle tempeste più violente, su di essa si può costruire qualcosa che non passerà mai. La sabbia è molto più soffice, accomodante, ma su di essa non si può costruire nulla (cfr. Lc 6, 48 ss.).

Questa roccia è l’unità che Dio stabilisce tra coloro che si uniscono in matrimonio a tal punto da diventare una cosa sola, inseparabile, capace di resistere ad ogni tempesta. Basterebbe solo far memoria di questo nelle inevitabili difficoltà, invece di aggrovigliarsi in un ginepraio di consigli su cosa fare, sapientemente e costosamente elargiti da specialisti ed esperti.

Marianna è venuta da me piangendo. Avevo celebrato il suo matrimonio qualche anno prima, due bimbe splendide, dolcissime. Il marito, al lavoro fuori città tutto il giorno, si era innamorato di una collega che con tenace caparbietà gli aveva fatta una corte spietata. Lui alla fine aveva ceduto. È un copione che facilmente si ripete: un uomo fondamentalmente buono, a tal punto da confondere la mitezza con la debolezza, travolto da una donna tenace, ostinata, sessualmente assillante e spregiudicata, soprattutto quando viene fuori da un matrimonio fallito. Non c’è amore, c’è forte attrazione sessuale, rivalsa. Infatti dopo un po’ che la relazione si trascinava clandestina la rivale ha preteso l’aut aut, o lei o io. Marianna non sapeva cosa fare, disperata per le bambine, il dolore acuto di non essere più amata.

Gli ho detto semplicemente che questa era una “grazia” per riscoprire un matrimonio che era stato inaridito dalla routine, senza più passione, accontentandosi di essere buona moglie e madre. Marianna ha capito che era vero: nell’abitudine, seppur buona, la vita inevitabilmente inaridisce.

Non sei solo brava moglie e madre, tu sei la sua sposa, la sua amante! Tu e nessun’altro! Non avere paura perché innanzitutto sei sua moglie, e nessuno, né in cielo né in terrà può cancellare ciò che il giorno del matrimonio ha compiuto nelle vostre vite, unendovi indissolubilmente. Non preoccuparti di cosa fare, ricordati di cosa sei! La sua sposa!

L’ho sostenuta nel tempo semplicemente ricordandogli quel fatto. Sembrerà strano ma la nostra vita non si decide innanzitutto su quello che facciamo o no, ma su ciò che riconosciamo essere il fondamento della nostra vita, sulla nostra capacità di guardare i fatti, la realtà e riconoscerli. La nostra debolezza, la nostra debolezza mortale che pone la radice insanabile della nostra insoddisfazione, è che dubitiamo anche delle cose più evidenti, alberi, case, la realtà diventa illusione, miseramente obbligati a colmare questa voragine con un attivismo inutile e disperato.

No. Nella vita di Marianna c’era un fatto ineliminabile, quel fatto che sostiene anche me, sacerdote, nei momenti bui, inevitabili di difficoltà: Lui ci ama di un amore che ferisce indelebilmente il cuore, che non ha eguali, e ci ha afferrati! Chi ci separerà dall’amore di Cristo? Tribolazione, angoscia? Nulla, nulla! (Cfr. Rm 8, 35).

Un Amore che rende l’amore tra uomo e donna più forte di ogni avversità. Capace di durare, perché la grandezza di un amore non è nell’intensità sentimentale che può avere dei picchi vertiginosi, che passano come sono venuti. Ma nella durata, in quella solidità capace di affrontare il tempo come una nave solida su di una rotta sicura, pur tra mille tempeste.

Questa roccia nel tempo ha prevalso, Marianna e Gianfranco si sono riavvicinati, più uniti di prima. Lui ancora più innamorato, nuovamente, di una moglie che ha saputo aspettare, pazientemente, che non ha rinunciato, che non ha gettato la spugna. Lei che ha riscoperto un amore offuscato dalla routine: i cieli più belli e limpidi si hanno dopo i temporali. Basta non rintanarsi in casa per la paura.

*Giorgio Carini è parroco a Grottammare, nelle Marche, presbitero della diocesi di San Benedetto del Tronto, è docente presso l’Istituto teologico marchiagiano.

FONTE: tempi.it

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