Dogma e pastorale, per capire il Sinodo e il Magistero

Pensato come contributo alla comprensione delle diverse tesi che si sono contrapposte al Sinodo ordinario sulla famiglia, è in libreria il volume Dogma e pastorale. L’ermeneutica del Magistero dal Vaticano II al Sinodo sulla famiglia curato da Antonio Livi con i contributi di Stefano Carusi ed Enrico Maria Radaelli.

di Samuele Cecotti

Stefano Carusi, Antonio Livi, Enrico Maria Radaelli, "Dogma e pastorale. L’ermeneutica del Magistero dal Vaticano II al Sinodo sulla famiglia", a cura di Antonio Livi, Casa Editrice Leonardo da Vinci, Roma 2015, pp. 214, euro 20.

Pensato come contributo alla retta comprensione delle diverse tesi che si sono contrapposte nel corso dei lavori del Sinodo ordinario sulla famiglia, il volume Dogma e pastorale. L’ermeneutica del Magistero dal Vaticano II al Sinodo sulla famiglia (Casa Editrice Leonardo da Vinci, Roma 2015, pp. 214, euro 20), curato da monsignor Antonio Livi, già decano della Facoltà di Filosofia della Pontificia Università Lateranense e attualmente presidente dell’Unione Apostolica Fides et ratio, raccoglie i contributi di don Stefano Carusi, già docente al Seminario internazionale Saint Vincent de Paul di Courtalain (Francia) e ora direttore della rivista on-line Disputationes theologicae, e del professor Enrico Maria Radaelli, filosofo allievo e curatore unico dell’Opera omnia del defunto Romano Amerio. L’opera si compone di un saggio di ciascuno dei autori, preceduti da una Prefazione e seguiti dalle Conclusioni dello stesso Livi.

Mons. Antonio Livi
Mons. Antonio Livi

Nel primo saggio, significativamente titolato “La verità rivelata, tra interpretazione del Magistero e interpretazione dei teologi”, monsignor Livi svolge una precisa opera di chiarificazione attorno al fare teologia, al rapporto tra teologia e Magistero, ai diversi gradi di Magistero, denunciando come abusive le attribuzioni della qualifica di “teologia” a certe opere e argomentazioni che non soddisfano neppure i requisiti epistemici minimi di quella particolare scienza che è la speculazione teologica. Magistralmente Livi riconduce alla retorica il procedere argomentativo di molta parte del dibattito “teologico” contemporaneo e ne denuncia il carattere ideologico, non scientifico e pertanto non teologico. Questo primo saggio fornisce al lettore il quadro entro cui situare e poter così comprendere i successivi contributi raccolti nel volume.

Livi si prefigge lo scopo di fornire gli strumenti affinché «i fedeli possano individuare, nelle proposte pastorali riguardanti la famiglia, ciò che deve (o almeno può) essere accettato in quanto logicamente collegato alla fede della Chiesa, distinguendolo chiaramente da ciò che invece deve essere respinto in quanto contrario alla fede della Chiesa» (p. 27), ciò anche al fine di rimediare al «disorientamento tra i fedeli» (p. 185). L’applicazione rigorosa della logica aletica e delle categorie epistemiche della teologia fondamentale consente a Livi di affermare con nettezza «come incompatibili con il dogma e con la dottrina morale quelle proposte di riforma che, con il pretesto di rispondere alle esigenze dei fedeli nelle nuove circostanze di vita nella società secolarizzata, chiedono al Papa di approvare una prassi ecclesiastica sostanzialmente contraria a quella richiesta dalla dottrina cattolica sulla legge morale naturale e l’amministrazione dei sacramenti» (p. 30).

Il prof. Enrico Maria Radaelli
Il prof. Enrico Maria Radaelli

Il secondo saggio, che è il più lungo dei tre (da p. 41 a p. 171), è opera di Enrico Maria Radaelli, il quale, seguendo la lezione del maestro Romano Amerio, sviluppa una seria riflessione sulla crisi della teologia come scienza e sulla conseguente crisi del rapporto tra dogma e pastorale. Non sempre le affermazioni del professor Radaelli risultano condivisibili, e tuttavia meritano la più grande attenzione per la serietà dell’argomentazione e la qualità dell’analisi. Segnaliamo per esempio quanto Radaelli scrive sul nuovo rapporto tra pastorale e dogma, egli legge come «Guerra delle due Forme», ovvero come scontro tra due inconciliabili idee di Rivelazione. Da un lato c’è l’idea genuinamente cattolica per la quale la Rivelazione pubblica (conclusasi con la morte dell’ultimo apostolo) consta in un patrimonio di verità oggettive costituente il depositum fidei custodito e trasmesso dalla Chiesa e che i Pastori, per la salvezza delle anime, devono annunciare e insegnare agli uomini (cfr. Concilio Vaticano II, decreto Christus Dominus, n. 12); in questo contesto, la pastorale sarà applicativa della dottrina, sempre in fedele aderenza al dogma. Dall’altro lato vi è l’idea della pastorale come meta-dogmatica, di una Rivelazione mai conclusa ed emergente dalla storia così che la prassi non sarà applicazione della dottrina ma piuttosto partorirà la dottrina, per ciò stesso mutevole, per ciò stesso storicisticamente concepita.

La pastorale contiene così il dogma nel senso che dalla prassi ecclesiale emergerebbe per formalizzazione dell’effettuale quando, invece, cattolicamente è vero il contrario e cioè che «ogni vera esigenza pastorale è già insita nel dogma […] la pastoralità, come istanza pragmatica, non ha una sua logica indipendente dal dogma, ma è intrinseca al dogma stesso e alla sua logica salvifica […] deriva direttamente, per la Chiesa, l’identificazione della pastorale con l’annuncio della verità rivelata» (pp. 200-201). Ovviamente, supposto il primato della pastorale, non si dà spazio per un giudizio veritativo, per una valutazione di ortodossia in quanto è la prassi a determinare la dottrina e non viceversa. La Dottrina della Chiesa diverrebbe così null’altro che la formalizzazione della prassi ecclesiale contingente la quale, non essendo più applicazione di una verità che la precede, sarebbe perciò stesso senza criteri o, più realisticamente, si darebbe secondo criteri tutti mondani. In ultima analisi sarebbe la storia profana, lo Spirito del tempo il criterio della prassi ecclesiale e dunque della dottrina. «Il dogma è soffocato dalla pastorale […] a sua volta la pastorale […] ne esce del tutto falsata, perché la forma pastorale riceve il suo essere dalla forma dogmatica» (p. 123) e una pastorale che non è più applicazione del dogma semplicemente non è più pastorale ma mera prassi, è il “de-dogmatizzante ultra-pastoralismo” (p. 129).

Romano Amerio
Romano Amerio

E qui si rimanda all’analisi di Amerio sulla dislocazione della Divina Monotriade denunciata come origine metafisico-teologica del disordine moderno di cui l’ultra-pastoralismo sarebbe solo l’ultimo prodotto. Radaelli non teme di denunciare la proposta di ammissione alla Comunione sacramentale di conviventi e divorziati “risposati” come contraria alla Verità rivelata e opposta alla giustizia, e si appella alla Suprema Cattedra supplicando il Papa perché parli con autorità e volontà definitoria e così «ponga fine a una lotta fratricida che troppo si è lasciata durare, e che riporti finalmente la Chiesa alla sua divina pace, che è a dire alla verità» (p. 139).

Don Stefano Carusi
Don Stefano Carusi

Il contributo di don Carusi è il più direttamente coinvolto nel dibattito post e pre-sinodale, essendo un’attenta analisi della proposta Kasper. Il Nostro volge la sua attenzione critica al concetto di “misericordia” così come sviluppato da Kasper e ne rileva la matrice luterana. Da una attenta analisi della dottrina cattolica e della teologia luterana sulla grazia, il saggio di Carusi evidenzia la radicale distanza della proposta Kasper dall’insegnamento tridentino e la sua filiazione, invece, dall’eresia di Lutero. La proposta Kasper di ammettere all’Eucaristia quanti vivono in stato permanente di peccato (es. chi vive in unioni adulterine) trova la sua radice teologica nel pensiero luterano dell’uomo “simul iustus et peccator” e nell’idea di giustificazione come estrinseca “copertura” del peccato con i meriti di Cristo così da non richiedersi alcuna conversione morale della persona ma unicamente la fede (fiduciale) nella misericordia di Dio. La tesi Kasper, invece, risulta incompatibile con il dogma cattolico, con la dottrina del transitus, per il quale «non vi è possibilità di conciliare peccato e grazia» (p. 177) ma vi è, invece, la possibilità di conversione, di un passaggio reale dalla stato di peccato allo stato di grazia legato al pentimento, all’abbandono del peccato, al proposito di non più peccare.

Conclude Livi riaffermando che «il vero ed essenziale scopo della pastorale […] è di edificare il popolo di Dio nella fede divina e cattolica» (p. 190) e che è «è impossibile che possa o addirittura debba essere creduto un nuovo enunciato che risulti essere in chiara contraddizione logica con quelli che la Chiesa ha già definito come irreformabili» (p. 198), dunque il Magistero non potrà che ridire la verità dogmatica sul matrimonio, la famiglia, la sessualità, l’ammissione ai sacramenti, etc. respingendo «le tesi di quanti chiedono di adottare delle regole pastorali indipendenti o addirittura contrarie al dogma» (p. 188). Tanto più, precisa Livi, che «nessuna prassi pastorale può essere lecita e valida se risulta in contraddizione con la dottrina della fede […] La vera pastorale, invece, altro non è se non la piena attuazione e applicazione della verità che Dio ha rivelato per la salvezza di ogni uomo nella concretezza della sua esistenza» (pp. 200-203).

© La Nuova BQ (12-11-2015)

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