Mons. Anatrella: la coscienza personale non può esonerarsi dalla legge morale

Mons. Anatrella propone alcune piste di riflessione relative al recente sinodo sulla famiglia.

Lunedì 2 novembre 2015 — Mons. Tony Anatrella, interpellato dall’agenzia Zenit, propone alcune piste di riflessione relative al recente Sinodo sulla famiglia. Precisa che il testo della Relatio «non fa riferimento all’ipotesi che tale discernimento [cfr. § 53, 85, n.d.r.] prepari alla recezione dei sacramenti. Lasciare alla valutazione delle diverse conferenze episcopali questo discernimento e la sua finalità è forse insufficiente se non c’è una regolamentazione nella Chiesa universale. Questo dev’essere il compito della Congregazione per la Dottrina della Fede o del nuovo dicastero per la Famiglia. Altrimenti rischiamo di veder emergere delle considerazioni e delle decisioni divergenti sulla questione».

Mons. Anatrella

In alcuni padri sinodali si è notata una posizione «anti-intellettuale e anti-giuridica nel voler opporre le idee e le leggi della Chiesa alle persone». Secondo questa prospettiva il Vescovo non dovrebbe più essere «il pastore che governa la propria diocesi secondo i concetti e le leggi della Chiesa, ma dovrebbe essere anzitutto vicino alle persone ed alle situazioni particolari». Questo atteggiamento potrebbe ricevere il plauso del mondo, ma rischia di non «educare l’intelligenza della fede e dei costumi che ne derivano».

Mons. Anatrella mette in guardia anche dal pericolo di «ascoltare per ascoltare. Ma l’ascolto non è mai fine a se stesso!… In nome dell’ascolto ci si può semplicemente fermare alla domanda o alla denuncia del richiedente, senza ritenere di essere autorizzati a dire una parola che inclini a prendere questa o quest’altra decisione morale nel campo che qui ci riguarda e che è pastorale».

Anche relativamente al ricorso al “foro interno” (§ 86) occorre una certa prudenza perché «nella mentalità attuale esso rischia di essere compreso nel senso che ciascuno fa quello che vuole. Principio che è caro alle conferenze episcopali di Germania, Austria e Svizzera, che cercano una via d’uscita, piuttosto demagogica, di fronte all’abbandono della Chiesa delle persone divorziate che non pagano più la tassa religiosa». Il punto che occorre tenere ben fermo è che «la coscienza personale non può esonerarsi dalla legge morale e la Chiesa ha sempre sostenuto questa intereazione tra l’una e l’altra».

Di fronte alla pressioni, bisogna saper «evitare le false soluzioni che costerebbero care alla coerenza della fede cristiana e all’unità della Chiesa. Detto diversamente, di fronte a questo bisogno quasi ossessionante di volere decidere tutto ad ogni costo, occorre essere capaci di riconoscere umilmente che, in certi casi, non c’è soluzione».

Il Sinodo ha rappresentato un’occasione arricchente di scambi e di apertura verso realtà diverse. Tuttavia esso è stato in qualche modo reso difficoltoso dall’Instrumentum laboris 2015. Questo testo conteneva «numerosi “copia e incolla” che andavano in tutte le direzioni con numerose ripetizioni. La logica delle osservazioni, la carenza biblica e la coerenza teologica lasciavano fortemente a desiderare. Esso manifestava una fragilità antropologica e concettuale ed una precipitazione affrettata al volere pragmatico». Questa frammentazione e questa vaghezza terminologica rendono difficile un’azione pastorale armoniosa e prestano il fianco ad una strumentalizzazione della missione della Chiesa che finisce «per adattarsi e piacere al mondo. Ci troveremmo così in una seduzione pastorale, che è una deviazione del senso biblico e della misericordia richiamata da Papa Francesco». Durante il Sinodo «si è perso molto tempo per cercare di comprendere questo testo: perciò i Padri l’hanno completamente smontato e riscritto».

Un’altra grande lacuna dell’Instrumentum Laboris è stata l’assenza di riferimenti all’ideologia del gender. «Molti vescovi ignorano l’importanza di questa ideologia che porta, tra l’altro, al “matrimonio” tra persone dello stesso sesso e smembrano il senso della famiglia con delle situazioni che non hanno nulla a che vedere con la vita coniugale e famigliare. Ci si accontenta di dire che il matrimonio e la famiglia non hanno niente a che fare con l’omosessualità, allorché bisognerebbe spingersi più lontano e riconsiderare tutti i documenti pubblicati dal 1980 dalla Congregazione per la Dottrina della Fede. Sono stati profetici e mostrano bene lo sconvolgimento culturale a cui assistiamo e che non è finito. Gli agenti pastorali non dovrebbero essere complici di idee che alienano il senso della coppia e della famiglia».

Mons. Anatrella richiama ad un grave possibilità: «Sotto il pretesto di essere attenti alle persone, rischiamo di non capire quei concetti che sono proprio la causa delle situazioni difficili, nelle quali molte persone si lasciano trascinare, credendosi libere». (Lu.Sc.)

Fonte: sinodo2015.lanuovabq.it

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