Tutta la bellezza delle “parole prime”

È importante sapere quali sono le “parole prime” di una religione. Per il giudaismo del secondo Tempio, quello del tempo di Gesù per intenderci, una delle parole prime, se non la prima in assoluto, era la Torà, la Legge. San Paolo, quando incontrò Cristo Gesù, il Signore, capì che nella nuova via che aveva intrapreso, la parola prima non era più “legge”, ma “grazia”. Chi crede in Gesù, non è più “sotto la legge”, ma “sotto la grazia”. Una rivoluzione.

di P. Enrico Cattaneo S.J.

È importante sapere quali sono le “parole prime” di una religione. Per il giudaismo del secondo Tempio, quello del tempo di Gesù per intenderci, una delle parole prime, se non la prima in assoluto, era la Torà, la Legge. San Paolo, quando incontrò Cristo Gesù, il Signore, capì che nella nuova via che aveva intrapreso, la parola prima non era più “legge”, ma “grazia”. Chi crede in Gesù, non è più “sotto la legge”, ma “sotto la grazia”. Significa allora forse che la legge è abolita? Niente affatto! Ma non è più una “parola prima”. È questo il vangelo, la “buona notizia”. La “conversione” di Paolo – ed è stata una vera e propria “conversione” – è consistita nel passare dalla parola prima della “legge” alla parola prima del “vangelo”.

Ma per Gesù, qual era la sua “parola prima”? Dai Vangeli risulta che la parola da lui usata più spesso è quella di “Padre”. Non Dio, ma “Padre”. Perché con Gesù si entra già nel mistero trinitario, dove Dio è per essenza una comunione di amore tra il Padre e il Figlio, e questo Amore è lo Spirito Santo. Da qui risultano tutte le “parole prime” del cristianesimo, che sono: Vita, Verità, Sapienza, Amore, Luce, Salvezza … Tutte derivano dal mistero della Trinità. Anche questa è una della “parole prime” del cristianesimo: non semplicemente Dio, ma Dio Padre, Figlio e Spirito Santo, Dio Trinità.

Le conseguenze sulla storia umana sono enormi. In effetti, la “buona notizia” portata da queste “parole prime”, che ci sono date per guidare la nostra vita, non è risuonata in un ambiente neutro, ma in una realtà tutta circondata dal male e dal peccato. C’è un peccato che precede l’annuncio del vangelo, e il Signore Gesù con la sua morte di croce è venuto precisamente a liberarci da questo peccato e da ogni peccato. È lui «l’agnello di Dio che toglie il peccato del mondo». Così, dirà Paolo, «dove ha abbondato il peccato, ha sovrabbondato la grazia» (Romani 5,20). Mentre dove regna la “legge” come parola prima, anche “peccato” e “condanna” diventano delle parole prime, dove invece regna la “grazia”, “peccato” e “condanna” diventano “parole seconde”, e quindi anche realtà seconde rispetto alla grazia. San Paolo lo ripete continuamente: «Se per la disobbedienza di uno solo, la morte è entrata nel mondo, molto di più per l’obbedienza di uno solo ci saranno date vita e giustificazione» (cf. Romani 5).

Oltre al peccato che ha preceduto il vangelo, c’è però anche un peccato che viene dopo il vangelo, e consiste nel rifiuto del vangelo stesso, nel rifiuto della grazia battesimale, che ci fa “figli nel Figlio”. Il male spunta sempre vicino al bene. Dove c’è il vangelo, c’è sempre anche l’anti-vangelo, come dove c’è Cristo, c’è anche l’Anticristo. Anche in questo caso, però, il vangelo rimane sempre “buona notizia” e non si trasforma in una parola di condanna. «Neppure io ti condanno», disse Gesù alla donna adultera, «va’ in pace non peccare più!». Per chi perde o rifiuta la grazia, il vangelo si fa intercessione, invito alla conversione, mai condanna. «Padre, perdona loro, perché non sanno quello che fanno».

Nella parabola dei due figli (Luca 15), vediamo il padre che corre incontro al figlio traviato e lo abbraccia, perché si era perduto ed è tornato, e proprio per lui organizza una grande festa. Ma il fratello maggiore si rifiuta di partecipare alla festa, perché trova “ingiusto” il comportamento del padre. Le “parole prime” di quel fratello maggiore erano appunto “legge”, “osservanza”, mentre le parole prime del padre erano “vita”, “ritorno”, “festa”. Bisogna riconoscere che questa conversione dalle “parole prime della legge” alle “parole prime del vangelo” non è facile, perché esse racchiudono un rischio, quello di essere fraintese e manipolate. Paolo era consapevole che la sua predicazione del vangelo come liberazione dalla legge poteva essere travisata, e di fatto lo è stata. L’apostolo fu infatti accusato di essere un libertino (cf. Rom 3,8), un fomentatore di disordini (cf. Atti degli apostoli, 21).

Eppure Paolo è stato sempre fedele al vangelo come “parola prima”: «Non mi vergogno del vangelo»; «Guai a me se non annunciassi il vangelo!» Un’altra “parola prima” che per Paolo derivava direttamente dal vangelo è “libertà”: libertà dalla paura della condanna, libertà dalla legge stessa; ed esortava i credenti dicendo: «Cristo vi ha liberati! Non lasciatevi di nuovo imporre il giogo della schiavitù!»(Lettera ai Gàlati, 5,1). Era però anche consapevole del rischio insito in questa parola, che alcuni avrebbero utilizzata come pretesto per soddisfare le “passioni della carne” (cf. ivi, 5,13).

Nella storia della Chiesa spesso si è avuto paura delle “parole prime del vangelo” e si è tornati a rendere “prime” quelle parole che invece il vangelo aveva rese “seconde”. Nei primi secoli ci fu una corrente “rigorista”, che riteneva alcuni peccati (come omicidio, apostasia e adulterio) irremissibili, se non in punto di morte. I rigoristi, come Tertulliano, temevano che se la Chiesa avesse concesso facilmente il perdono, ciò sarebbe equivalso a dare la licenza di peccare. Ci fu un lungo lavorio tra i pastori per trovare la strada giusta tra una falsa misericordia, che legittimava in qualche modo il peccato, e un rigorismo che metteva in secondo piano le “parole prime del vangelo”. Nel XVII secolo ci fu la corrente giansenista (dal nome del vescovo Giansenio) che sembrava aver dimenticato le “parole prime del vangelo”, proponendo un cristianesimo austero e rigido all’eccesso.

Il coraggio per correggere queste storture venne da una donna, monaca di clausura, Margherita Maria, che non ebbe paura di divulgare le parole a lei rivolte dal Signore in una manifestazione privata, parole tutte incentrate sull’immagine del “cuore” come simbolo di amore, di misericordia e di perdono. All’offesa – diceva quella donna – Dio risponde, non con la condanna, ma con la richiesta di “riparazione”, in vista di una “conversione” del peccatore. La Chiesa riconobbe che queste parole corrispondevano alle “parole prime del vangelo” e approvò ufficialmente quella rivelazione privata.

Ai nostri giorni, anche il papa san Giovanni Paolo II riconobbe che le parole rivelate privatamente dal Signore a un’altra donna, suor Faustina, corrispondevano alle “parole prime del vangelo”, e in particolare a quella parola prima che è “misericordia”. Anche qui il rischio è grande che questa parola diventi un pretesto per giustificare il peccato, ma sarebbe questa una deduzione sbagliata. Anche il Giubileo della Misericordia voluta da Papa Francesco vuole rimettere maggiormente in luce quelle “parole prime del vangelo” che sono: conversione, perdono, grazia, riconciliazione. Non importa se alcuni ne faranno un appiglio per soddisfare “le passioni della carne”.

È importante capire come queste “parole prime del vangelo” non siano altro che un riflesso del mistero trinitario. Infatti, dietro ai nomi di Padre, Figlio e Spirito Santo, la Sacra Scrittura, e poi la teologia, hanno associato degli attributi che, sebbene siano propri della natura divina, sono però applicabili alle singole Persone come più appropriati. Così il Padre è propriamente Luce, da cui emana la Verità, e che, assieme alla Verità, spira l’Amore. Questo ci insegna che non ci può essere amore senza verità, perché sarebbe un falso amore; ma nello stesso tempo una verità che non spirasse amore, non sarebbe pienamente vera. La Trinità, come la definisce Dante, è «luce intellettual, piena d’amore». Il vangelo è riflesso della Trinità, perché tiene insieme, in modo inscindibile, “luce, verità e amore”. La cultura occidentale oggi enfatizza l’amore, ma non si chiede se sia un amore “vero”; ora un amore che non sia “vero” non è neppure amore. D’altro canto, le persone religiose sono tentate di affermare la verità, ma con durezza e intransigenza, senza amore.

Ora una verità che non “spiri amore” non è verità in pienezza. Ancora san Paolo ce lo ricorda: occorre “fare la verità nell’amore” (veritatem facentes in caritate) (Efesini 4,15). Alla Trinità sono pure legate quelle “parole prime” che già Paolo considerava fondamentali: “fede, speranza e carità”, dove fede indica la Verità rivelata, il Figlio; la speranza ci riporta al fine ultimo, che ò l’origine prima, cioè il Padre; e l’amore o carità ci mette in comunione con lo Spirito Santo. Papa Francesco ha avuto il grande dono di saper mettere in evidenza e rendere credibili per il mondo di oggi le “parole prime del vangelo”. Per questo risveglio, il popolo cristiano esulta, gioisce e riprende vita. Ciò però non deve essere un pretesto per dimenticare o mettere da parte le “parole seconde”, come ad esempio “legge”, “peccato”, “perdizione”, “maligno”, e così via. Del resto le “parole prime” sono relative, cioè sono connesse tra di loro. Come “padre” è relativo a “figlio”, così “grazia” è relativa a “peccato”, “ misericordia” è relativa a “condanna”, “verità” è relativa a “menzogna” e “bene” è relativo a “male”, e così via.

Il Giubileo straordinario della Misericordia può essere visto allora come un grido di un amore “allarmato”, una specie di “ultima chiamata” alla conversione, prima che sia troppo tardi, prima che vengano le “parole ultime”, quelle che il Signore come giudice delle storia pronuncerà sull’umanità e su ogni singola persona umana: «Venite, benedetti del Padre mio, a prendere possesso del regno preparato per voi fin dalla fondazione del mondo …»; oppure: «Via da me, maledetti, nel fuoco eterno, preparato per il diavolo e i suoi satelliti …» (Vangelo di Matteo, cap. 25). Per non sentirci dire queste ultime parole, sarà bene affrettarci e impegnarci a vivere le “parole prime del vangelo”.

© La Nuova BQ (01-11-2015)

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