Discernimento: i limiti dei confessori

La Chiesa ha sempre fatto discernimento, ma nei confessionali ci sono dei limiti voluti da Dio che nessuno può superare, altrimenti si commette sacrilegio.

Innanzitutto va detto che il numero 86 della relazione finale approvata ieri al Sinodo dei Vescovi, che quasi la totalità dei media sta presentando come la possibilità data al confessore di concedere, dopo un discernimento, la possibilità di accesso alla comunione eucaristica , non parla di comunione, ma di “una più piena partecipazione alla vita della Chiesa” (il che non significa accesso ai sacramenti).

Giovanni Paolo II
Giovanni Paolo II

Non è stata dunque accolta la proposta del circolo di lingua tedesca che parlava esplicitamente di accesso ai sacramenti; ancora, sempre nel numero 86 si indicano chiaramente i limiti che i confessori non potranno varcare, pena l’agire arbitrariamente fuori dall’insegnamento della Chiesa e più precisamente si indica a tale proposito il numero 34 della Familiaris Consortio: “Dato che nella stessa legge non v’è gradualità (cf FC, 34) questo discernimento non potrà mai prescindere dalle esigenze di verità e di carità del Vangelo proposte dalla Chiesa”.

Andiamoci a rileggere dunque il numero 34 della Familiaris Consortio richiamato esplicitamente dal testo sinodale:

… Anche i coniugi, nell’ambito della loro vita morale, sono chiamati ad un incessante cammino, sostenuti dal desiderio sincero e operoso di conoscere sempre meglio i valori che la legge divina custodisce e promuove, e dalla volontà retta e generosa di incarnarli nelle loro scelte concrete. Essi, tuttavia, non possono guardare alla legge solo come ad un puro ideale da raggiungere in futuro, ma debbono considerarla come un comando di Cristo Signore a superare con impegno le difficoltà. «Perciò la cosiddetta “legge della gradualità”, o cammino graduale, non può identificarsi con la “gradualità della legge”, come se ci fossero vari gradi e varie forme di precetto nella legge divina per uomini e situazioni diverse. Tutti i coniugi, secondo il disegno divino, sono chiamati alla santità nel matrimonio e questa alta vocazione si realizza in quanto la persona umana è in grado di rispondere al comando divino con animo sereno, confidando nella grazia divina e nella propria volontà» (Giovanni Paolo PP. II, Omelia per la conclusione del VI Sinodo dei Vescovi, 8 [25 Ottobre 1980]: ASS 72 [1980] 1083). In questa stessa linea, rientra nella pedagogia della Chiesa che i coniugi anzitutto riconoscano chiaramente la dottrina della Humanae Vitae come normativa per l’esercizio della loro sessualità, e sinceramente si impegnino a porre le condizioni necessarie per osservare questa norma…

Francesco

Detto questo i limiti del confessore son ben chiari: non può comportarsi “come se ci fossero vari gradi e varie forme di precetto nella legge divina per uomini e situazioni diverse”.

Per aver l’assoluzione i divorziati-risposati devono rispettare integralmente i precetti del Signore ed ottemperare a quanto la Familiaris Consortio chiedeva al numero 84:

La riconciliazione nel sacramento della penitenza – che aprirebbe la strada al sacramento eucaristico – può essere accordata solo a quelli che, pentiti di aver violato il segno dell’Alleanza e della fedeltà a Cristo, sono sinceramente disposti ad una forma di vita non più in contraddizione con l’indissolubilità del matrimonio. Ciò comporta, in concreto, che quando l’uomo e la donna, per seri motivi – quali, ad esempio, l’educazione dei figli – non possono soddisfare l’obbligo della separazione, «assumono l’impegno di vivere in piena continenza, cioè di astenersi dagli atti propri dei coniugi» (Giovanni Paolo PP. II, Omelia per la chiusura del VI Sinodo dei Vescovi, 7 [25 Ottobre 1980]: AAS 72 [1980] 1082).

Fonte: oblatiorationabilis.blogspot.it

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