Dopo sette giorni di Sinodo, tutto è ancora aperto

La prima settimana del Sinodo, dedicata alla prima parte dell’Instrumentum laboris, si è chiusa con la pubblicazione delle prime relatio dei cosiddetti circoli minori. La battaglia sul metodo è stata la vera protagonista del primo pezzo di strada del Sinodo e c’è voluto l’intervento del Papa per tacitare alcuni malumori. Il dibattito tra dottrina e pastorale continua e nonostante la chiarezza della relazione del cardinale Erdö, tutto è ancora aperto.

di Lorenzo Bertocchi

La prima settimana del Sinodo, dedicata alla prima parte dell’Instrumentum laboris, si è chiusa con la pubblicazione delle prime relatio dei cosiddetti circoli minori (clicca qui). Proprio questi gruppi di circa 20-30 padri, riuniti nelle varie lingue, costituiscono la chiave portante del nuovo metodo di lavoro introdotto per questa sessione ordinaria dell’assemblea dei vescovi.

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La battaglia sul metodo è stata la vera protagonista del primo pezzo di strada del Sinodo. Fin da subito (il mal di pancia si registrava già domenica scorsa intorno alla Basilica di San Pietro), diversi padri hanno manifestato apertamente alcuni dubbi sulla suddivisione dei tempi dedicati ai vari argomenti, sul modo in cui si dovrebbe arrivare al documento finale, e anche sulla composizione della Commissione incaricata di redigere la Relatio finale. L’intervento del Papa di martedì nell’Aula nuova, imprevisto, rappresenta più di ogni altra considerazione il livello di malumore che serpeggiava tra i padri. D’altra parte sembra che la preoccupazione manifestata dal cardinale Baldisseri, Segretario Generale, fosse palpabile. L’intervento del cardinale australiano Pell in aula, così come lo hanno pubblicato i vescovi polacchi, mostra bene che il malcontento non era una bufala mediatica. Oltre ai dubbi metodologici, il cardinale australiano ha fatto anche una domanda precisa: «Perché la commissione che deve redigere il testo finale è stata scelta con questa composizione?»

Ricordiamo che questa commissione, oltre a vedere impegnati i principali membri della Segreteria del Sinodo, vede nominati il cardinal Oswald Gracias (India); cardinal Donald William Wuerl (Stati Uniti d’America); cardinal John Atcherley Dew (Nuova Zelanda); monsignor Victor Manuel Fernandez, Rettore della Pontificia Università Cattolica Argentina (Argentina); monsignor Mathieu Madega Lebukhean, (Gabon); monsignor Marcello Semeraro, Vescovo di Albano (Italia); Padre Adolfo Nicolas Pachon, S.I., Preposito Generale della Compagnia di Gesù. Probabilmente nella domanda posta in aula dal cardinale Pell, oltre a una questione di metodo, c’era anche la preoccupazione di un elenco ritenuto troppo sbilanciato verso una conversione pastorale non in armonia con la dottrina.

La risposta alla domanda del cardinale australiano è nell’intervento di Francesco in aula, cioè, in poche parole, tutto è stato visto, deciso e approvato dal Papa, così come era stato lo scorso anno. E, comunque, ha ricordato il Santo Padre, non c’è nessuna intenzione di mettere in discussione la dottrina. Nell’intervento il Papa ha anche richiamato i padri a non cedere a «ermeneutiche cospirative», per evitare di vedere lobby e manipolazioni in ogni dove. Questo è certamente un richiamo importante, ma non si può non vedere che l’autorevolezza di cui gode qualche membro della segreteria, almeno nei confronti di una parte dell’aula, sembra essere un po’ scarsa. Forse perché memori di quello che è accaduto lo scorso anno. Sopratutto per la vicenda della Relatio intermedia, oggetto di sconfessioni pubbliche in conferenza stampa e di molte critiche in aula.

Protagonisti furono il cardinale ungherese Peter Erdö, Relatore generale, e il Segretario speciale, monsignor Bruno Forte. Gli stessi attori sono tornati a essere protagonisti anche quest’anno. Infatti, l’altro fatto di una certa rilevanza di questa prima settimana è stata la Relazione del cardinale Erdö. Un testo decisamente chiaro, molto “conservatore” hanno sottolineato i commentatori. Al punto che il cardinale tedesco Marx, presidente della sua conferenza episcopale, è intervenuto in aula per dire di essere rimasto sorpreso dalla relazione Erdö. «Abbiamo bisogno di un dibattito sul sacramento del matrimonio. “Tutto o niente” non è un’opzione. Non dobbiamo mostrare soltanto gli aspetti negativi della nostra cultura, perché il nostro popolo non capisce».

Monsignor Bruno Forte, e anche monsignor Claudio Celli, intervenuti ai briefing con la stampa, hanno subito buttato acqua sul fuoco rispetto alla relazione Erdö. «Che ci stiamo a fare qui?», hanno ricordato i due prelati, «se la relazione Erdö avesse già chiuso il discorso?” Insomma, tutto «è ancora aperto», anche rispetto a quei temi (comunione ai divorziati risposati soprattutto) a cui la relazione del cardinale ungherese lascia ben pochi margini di manovra pastorale. Di certo c’è che la discussione nei circoli minori si è basata sull’Instrumentum laboris e la relazione Erdö è rimasta ai margini. Così ha detto chiaramente il cardinale Menichelli giovedì, intervenendo al briefing. «La relazione Erdö non è un semplice testo, ma è, per così dire, “un sunto” che evidenzia i punti fondamentali. Una sua interpretazione dell’Instrumentum laboris? Questo lo dovete chiedere a lui. Comunque le discussioni nei circoli si fondano sull’Instrumentum laboris». Tutto è ancora aperto.

© La Nuova BQ (10-10-2015)

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