Prime e seconde nozze. Anche Dante dice la sua

La discussione ospitata in Settimo Cielo sulla “vexata quaestio” della comunione ai divorziati risposati si arricchisce di un paio di nuovi interventi.

di Sandro Magister

Il doppio motu proprio di papa Francesco pubblicato ieri, che entrerà in vigore l’8 dicembre con l’apertura del giubileo della misericordia, ha dilatato a dimensioni di “masse” le occasioni di riconoscimento di nullità dei matrimoni celebrati in chiesa.

Gli effetti della svolta si misureranno alla prova dei fatti. Ma sarà anche da vedere quanto incideranno fin da subito sul sinodo del prossimo ottobre.

Nel frattempo, la discussione ospitata in Settimo Cielo sulla “vexata quaestio” della comunione ai divorziati risposati si arricchisce di un paio di nuovi interventi, di Paolo Picco e di Lorenzo Da Pra Galanti, più quest’altro di Giovanni Passali già pubblicato nel suo blog: > Il matrimonio tradito. Eccoli l’uno di seguito all’altro.


Gentile Magister,

nel precedente post Michele Sebregondio fa discorsi un po’ strani: per giustificare le sue tesi sulle seconde nozze (a coniuge ancora vivo) tira in ballo la misericordia verso Pietro che aveva rinnegato Gesù.

downloadMa – restando nella logica di Sebregondio, che commisura i due esempi di peccato – come si può confrontare un peccato fatto in un momento di agitazione e di panico, per la paura di gravi conseguenze immediate, come quello di Pietro (il quale poco dopo, pentitosi, pianse amaramente), con quello di un secondo matrimonio, che sarebbe inevitabilmente un peccato pianificato, programmato, addirittura festeggiato?

Cosa fanno questi sposi? Il secondo matrimonio lo celebrano e al tempo stesso se ne pentono?

Anche Dante diceva “che volere e pentere insiem non puossi, per la contradizion che nol consente”…

Cordialmente.

Paolo Picco


Gentile Magister,

stimolato dagli interventi di Michele Sebregondio e di Gustavo Pares, vorrei aggiungere una riflessione sul tema della comunione ai cosiddetti “divorziati risposati” (uso “cosiddetti” in quanto il primo matrimonio, ove concordatario e quindi retto dal diritto canonico, non può essere sciolto da divorzio ma al massimo ne possono cessare gli effetti civili, quindi la definizione sintetica è necessariamente impropria).

Pares si rivela allibito per i vizi logici nel ragionamento di Sebregondio. Ritengo invece che il vero punto critico consista nel fatto che il suo intervento, come quelli di altri di illustri pastori e teologi favorevoli a un aggiornamento della pastorale, è viziato non da mancanza di logica ma da un errore di partenza.

A mio parere tale errore consiste nel fatto che il peccato da perdonare viene collocato nel passato e non nel presente. Il peccato stesso è infatti identificato in un supposto adulterio da parte di uno dei coniugi, assunto come motivo del fallimento del primo matrimonio, e non, come sarebbe corretto, nell’instaurarsi e nel permanere nella seconda unione.

Se si ha chiaro questo punto, si capisce anche perché Sebregondio chiuda il suo intervento chiarendo di aver considerato solo due casi: “o il matrimonio non è valido per un suo vizio intrinseco” e quindi la strada da percorrere è la solita della procedura di verifica dell’eventuale nullità, oppure “è stato valido, ma tradito”. Egli quindi colloca il tradimento nel passato, tradimento visto solo come motivazione del fallimento del primo matrimonio.

Partendo da tale premessa, il coniuge abbandonato, definito da Sebregondio “parte offesa”, dovrebbe “saper perdonare”, mentre il coniuge traditore dovrebbe seguire un percorso per il pieno reinserimento nella comunità ecclesiale, aiutato anche da una (per me oscura e fumosa) “ricontestualizzazione” del sacramento del matrimonio, attualmente “sovraccaricato di senso”, che dovrebbe essere effettuata dai teologi. Il coniuge divorziato che si risposa è quindi visto come un “peccatore che si pente” (dell’antico adulterio), ma che il Padre vuole comunque perdonare e che quindi non possiamo escludere dalla comunione. Secondo questa visione, la seconda unione non è minimamente riconosciuta come peccato, ovvero violazione della promessa di fedeltà ed esclusività assunta sacramentalmente con il primo vincolo, ma è vista come un “nuovo inizio”, una nuova possibilità data alla vita di colui che tempo prima si è macchiato di peccato. Tale “nuovo inizio” è addirittura paragonato a quello di Pietro, che dopo aver rinnegato Gesù ha potuto riprendere il suo cammino.

In realtà, purtroppo, chi parte da questo approccio non considera minimamente che i matrimoni possono entrare in crisi per molti motivi, colpevoli o non colpevoli, di cui il tradimento non è che uno, e spesso non il più determinante. Oltre all’incompatibilità dei caratteri degli sposi, che non costituisce di per sé alcuna colpa e che può portare ad insopportabili situazioni di sofferenza, possono esistere molti altri comportamenti e divergenze che non costituiscono “peccati” (o almeno “peccati gravi”) ma che comunque possono determinare un logoramento irreparabile del vincolo. Di fronte a tutte queste situazioni che possono non comportare alcun giudizio di colpevolezza di uno o entrambi i coniugi, la Chiesa, nella sua saggezza, ha da secoli introdotto come rimedio l’istituto della separazione personale dei coniugi.

In realtà, mi sento imbarazzato a doverlo ricordare a chi ha infiniti titoli più di me, che non ne ho alcuno in questo campo, il “peccato”, l’”adulterio” che separa dalla comunione ecclesiale non è l’antico tradimento del primo coniuge – se mai vi è stato, e che può comunque essere già stato perdonato da anni in sede di confessione sacramentale, così come dal coniuge offeso – ma è proprio e soltanto quello che si verifica con la nuova unione e che offende la prima promessa matrimoniale, che il Vangelo dichiara irrevocabile e quindi ancora e comunque valida e impegnativa. È proprio il “nuovo inizio” che Sebregondio vorrebbe incoraggiare, che incarna il peccato, e il suo riferimento a Pietro prova il contrario di quanto egli crede. Pietro ha potuto riprendere il suo cammino proprio perché è tornato a Gesù. Si potrebbe forse dire lo stesso se Pietro, dopo il triplice rinnegamento, si fosse fatto seguace di un altro maestro spirituale, come un Budda, un Confucio? Eppure questo sarebbe un parallelo più calzante da applicare al caso di chi, dopo aver rinnegato l’impegno assunto con il primo matrimonio si impegna in una nuova unione.

È certamente vero che molti, “pur avendo commesso terribili peccati (addirittura ucciso delle persone) sono stati riammessi a pieno titolo nella comunità cristiana”, ma di sicuro per essere riammessi hanno dovuto ad un certo punto smettere di commetterli! E ciò è pienamente confermato anche dall’invito di Gesù all’adultera, citato proprio da Sebregondio. I due esempi evangelici citati da Sebregoncdio come prova dei propri ragionamenti sono i primi a smentire la sua tesi.

Con stima e cordiali saluti.

Lorenzo Da Pra Galanti
Milano

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POST SCRIPTUM – Una mail da Gustavo Pares:

Gentile Magister,

le invio un ulteriore mio breve intervento, dopo aver letto gli ultimi due interventi nel suo blog.

In merito alla lettera di Lorenzo Da Pra Galanti, se da un lato sono d’accordo con le sue argomentazioni, non mi pare inutile rilevare come la contrapposizione da lui sottolineata, fra la mancanza di logica e l’errore, non solo non ha motivo d’essere, ma anzi si può ben dire che questi due fattori – vizio logico ed errore circa certi peccati – vanno di pari passo.

Proprio Paolo Picco, con l’arguta citazione di Dante, ha esattamente rilevato la contraddizione – l’errore logico – esistente nel caso ipotetico di due sposi che, volendo celebrare un secondo matrimonio, contemporaneamente se ne pentono.

Io – al contrario di Michele Sebregondio – non intendevo affatto riferirmi al precedente tradimento, ma proprio alla nuova unione: avevo infatti parlato di peccato grave protratto nel tempo. Un tradimento può essere circoscritto, e il fedifrago può pentirsi, tornare sui propri passi ed essere perdonato (da Dio e dalla persona che è stata tradita); al contrario di chi vive e continua a vivere dentro una unione irregolare.

In quest’ultimo caso il pentimento implicherebbe la presa di coscienza in merito a tale peccato, e un deciso cambiamento di percorso: proprio ciò che non vuol fare chi sostiene la liceità di una seconda unione.

Il vizio logico sta proprio nel porre sul medesimo piano queste diverse tipologie di peccato.

Dall’altro lato la confusione – l’errore di cui parla Da Pra Galanti – circa i due peccati di tradimento (che può essere stato occasionale) e di adulterio (che è invece generalmente protratto nel tempo, mediante unioni illecite) nasce anche e forse soprattutto dall’erronea concezione di quel che è il peccato contro lo Spirito Santo: un peccato spesso equivocato, in maniera tale che ognuno l’interpreta a suo modo, come si rileva proprio dall’intervento di. Sebregondio.

Avevo già accennato all’offesa contro la divina misericordia; ora aggiungo che peccare contro lo Spirito Santo significa, in parole povere, rifiutare ostinatamente l’amore di Dio, e proprio tale ostinazione fa sì che questo peccato non possa essere perdonato: non perché Iddio non possa o non voglia perdonarlo, ma proprio in quanto manca la volontà di essere perdonata, da parte della creatura che ostinatamente pecca e continua a peccare.

A furia di insistere sempre e solo sulla misericordia di Dio, lasciando da parte la sua giustizia, si arriva a dimenticare che la stessa misericordia viene amministrata con giustizia: viene cioè concessa solo alle persone che umilmente si pentono dei propri peccati e chiedono perdono, col sincero proposito di cambiare vita.

Chiudo con una frase di santa Caterina da Genova, che bene esprime questa devianza, tale per cui molti equivocano, sulla divina misericordia.

“Viemmi voglia di gridar un sì forte grido, che spaventasse tutti gli uomini che sono sopra la terra, e dir loro: ‘O miseri, perché vi lasciate così accecare da questo mondo, che a una tanta e così importante necessità, come troverete al punto della morte, non date provvisione alcuna?’.

“Tutti state coperti sotto la speranza della misericordia di Dio, la quale dite essere tanto grande; ma non vedete che tanta bontà di Dio vi sarà in giudizio, per avere fatto contro la volontà di un tanto buon Signore?

“Non ti confidare dicendo: Io mi confesserò, e poi prenderò l’indulgenza plenaria, e sarò in quel punto purgato di tutti i miei peccati, e così sarò salvo.

“Pensa che la confessione e contrizione la quale è di bisogno per essa indulgenza plenaria, è cosa tanto difficile di avere, che se tu lo sapessi, tremeresti per gran paura, e saresti più certo di non averla, che di poterla avere”.

Un caro saluto.

Gustavo Pares

© Settimo Cielo (09/09/2015)

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