Intervista al prof. Miguel Ayuso autore del libro “De matrimonio”

È di prossima uscita, ai primi di settembre, il libro “De matrimonio” (Marcial Pons, Madrid), opera a più mani, redatta per offrire un contributo al dibattito attorno ai temi sviluppati dal Sinodo sulla famiglia, la cui seconda sessione è convocata per il prossimo ottobre. Il curatore del libro è Miguel Ayuso, già docente di Scienza politica e Diritto costituzionale all’Università Comillas di Madrid e presidente dell’Unione internazionale dei Giuristi cattolici. Lo scritto, a supporto dell’istituzione matrimoniale secondo la giurisprudenza, sembra notevole e vi compaiono le firme – oltre a quella di Ayuso – di altri otto giuristi di fama mondiale, accademici e alti magistrati di tre continenti. L’unico contributo in lingua italiana è di Danilo Castellano, ordinario e già preside della facoltà di Giurisprudenza all’Università di Udine. Abbiamo chiesto ad Ayuso, nel corso del suo recente soggiorno in Italia – per una conferenza sui problemi della libertà religiosa organizzata dal periodico cattolico “Instaurare omnia in Christo” – di inquadrare la genesi di alcuni degli equivoci moderni attorno ai concetti di libertà, diritto e laicità, che stanno a monte dello stravolgimento del diritto ai danni dell’istituto familiare.

di Silvio Brachetta (07/09/2015)

Miguel Ayuso Torres
Miguel Ayuso Torres

Qual è la genesi del libro? Come s’inserisce nella vicenda del prossimo Sinodo sulla famiglia?

Il libro non ha un’intenzione polemica nei confronti del Sinodo. Una cosa, però, è la pretesa di fare pressioni, un’altra è produrre un lavoro organico e sistematico – così com’è stato fatto – su questioni importantissime, riguardanti la materia in discussione al Sinodo. Il libro si occupa della natura del matrimonio, dal punto di vista del diritto naturale. S’intende, cioè, capire la natura del matrimonio nelle sue caratteristiche essenziali, in modo da poter dare un contributo alla discussione.

Secondo il suo pensiero, siamo in una fase “debole” della modernità. Cosa s’intende, invece, per fase “forte” della modernità? E perché la modernità si è indebolita?

Lo stato moderno è nato con l’intenzione di sostituire la comunità politica naturale. Si tratta di un artificio poiché, in una prima fase, vorrebbe porsi come neutrale dal punto di vista morale. Nella fase successiva lo stato moderno si è invece posto come creatore della morale: è quello che indichiamo come “stato etico”, secondo Hegel o Rousseau. E dunque tale artificio, questo artefatto che si presenta all’inizio come neutrale ma che subito crea la morale, corrisponde a ciò che si potrebbe chiamare la “modernità forte” o lo “stato moderno in senso forte”. Nel quale si è inserita la nota laïcité, laicità alla francese. Ai nostri giorni, succede che la pretesa dello stato di creare una morale si è trasformata. Siamo in quel periodo temporale che fu chiamato post-modernità, la quale ha distrutto il razionalismo fondativo dello stato “morale”. Succede, però, che in questa fase – che potremmo chiamare della “modernità debole” – vi è l’illusione che ci sia una libertà per le religioni o le credenze, di fronte alla quale lo stato lascia un certo spazio. In realtà, questo non è vero: è semplicemente il concretizzarsi del “pluralismo” americanista. Vi è stata, allora, la sostituzione di un certo tipo di laicismo con un altro che, paradossalmente, è reputato migliore e, per questo, indicato come laicità positiva. A mio parere, questo secondo tipo di laicismo potrebbe essere più dannoso per la dottrina della Chiesa poiché, in fondo, implica che tutte le religioni hanno valore, così come nessuna di esse. Quindi, alla fine, è lo stato che nuovamente, attraverso una strada diversa, torna a essere l’unico creatore della morale. Una morale laica, questa, che invece di essere affermata, come nel passato, in modo chiaro e attraverso la forza dello stato, adesso risale semplicemente attraverso una libertà delle religioni, per cui tutte si annullano. Questa morale è di tipo peggiore, nel senso che è chiaramente immorale, giacché lo stato non è in grado di adempiere al suo compito e preferisce invece imporre un insieme di regole sugli aspetti minimi della vita e la convivenza (cintura di sicurezza, alimentazione non grassa…) mentre pratica tranquillamente l’aborto o l’eutanasia. La scomparsa odierna dello stato, finalmente, serve per eliminare i resti della comunità politica naturale. Il risultato è quindi ben peggiore.

In che epoca storica è situata la fine della fase “forte” della modernità e l’inizio di quella “debole”?

Direi che la fase “forte” della modernità cominci con la Rivoluzione francese e finisca nel Sessantotto. E, dunque, lo spartiacque lo situerei nel secondo dopoguerra, quando credo si sia imposta la fase “debole” della modernità, nota anche come post-modernità. Il rapporto tra modernità e post-modernità non è univoco: da un lato la post-modernità viene dopo la modernità, dall’altro essa è una super-modernità, un’esasperazione della modernità. Sotto un altro profilo è una specie di modernità decadente. O c’è anche una componente di reazione contro la modernità.

Francisco Elías de Tejada contrapponeva la libertà astratta alle libertà concrete. Che differenza c’è tra la liberté rivoluzionaria francese e le libertates tradizionali fondate sulla diseguaglianza?

La libertà astratta in fondo si è affermata contro le libertates concrete, che esistevano nei popoli cristiani. Le libertates medievali erano tutelate dagli statuti giuridici, che riconoscevano determinate libertà alle città comunali, alle professioni o alle università. Una volta affermatasi, la libertà astratta, legata alla rivoluzione, si concretizza perversamente nei cosiddetti diritti umani, concepiti all’interno del pensiero moderno, come conseguenza dell’astrazione. Le libertates significavano semplicemente l’esistenza di libertà, che era diversificata nei vari popoli, negli status sociali e nelle diverse situazioni, dipendenti dalla natura umana. La libertà rivoluzionaria si è affermata facendo crollare le libertà concrete e tradizionali. I diritti umani moderni e post-moderni, proprio perché hanno una matrice razionalista e rivoluzionaria, non si radicano nella natura umana, ma diventano mere pretese della volontà.

Quanto al diritto, cosa s’intende oggi per “geometria legale”? Le Costituzioni e i moderni trattati soffrono di questa “geometria legale”?

“Geometria legale” è un modo elegante di dire “positivismo” giuridico. Il costituzionalismo è forse l’esempio più chiaro di geometria legale, la quale forse ha un’origine nel pensiero del napoletano ispanico Giambattista Vico (1668-1744), che lascia intuire questo termine. E poi, sempre in Italia, il compianto Francesco Gentile (1936-2009), filosofo del diritto, ha molto diffuso l’utilizzo di questa espressione. Si tratta di un diritto virtuale, di fronte a quello radicato nella natura delle cose e che finisce coerentemente nel nichilismo

Che nesso c’è tra Regalità sociale di Cristo e bene comune? Cioè nel bene comune è compresa la salvezza dell’anima?

Il bene comune, secondo una definizione di Danilo Castellano, è il «bene di ogni uomo come uomo e comune a tutti gli uomini». La speculazione scolastica e san Tommaso, in particolare, distinguevano un bene comune «immanente» e un bene comune «trascendente». O meglio, c’è un bene comune temporale, superiore al bene particolare, ma sottomesso al bene comune trascendente che riguarda il fine ultimo dell’uomo, Dio. Alla fine vi è un’articolazione tra il bene comune temporale e quello spirituale. Questo in fondo non è altro che l’applicazione della grande tesi tomista, secondo cui «gratia non tollit naturam, sed perficit eam», «la grazia non distrugge la natura, ma la porta alla perfezione». E, quindi, il rapporto natura-grazia non si può evitare. È vero, però, che c’è una possibilità di riflettere dal punto di vista razionale o temporale: tuttavia esso non è chiuso allo spirituale o al soprannaturale. Non è vero poi che gli stati moderni abbiano chiuso al trascendente, rimanendo sull’immanente. Essi, anzi, non sono in grado di assicurare nemmeno il bene comune immanente. Si può dire che lo stato moderno è incompatibile con il bene comune, poiché esso – quanto alla fase “forte” della modernità – ha sostituito il bene comune con il bene “pubblico”. Nell’epoca “debole”, invece, il bene comune è stato sostituito dal bene “privato”: lo stato non impone semplicemente un suo bene agli altri beni privati, ma ha la pretesa di regolare i beni privati, ovvero di essere un servitore al servizio dei beni dei privati. Non che lo stato moderno sia dunque soltanto contrario al bene comune soprannaturale, ma anche a quello naturale e immanente.

Fonte: vanthuanobservatory.org

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