Ancora sui divorziati-risposati. No e sì alla comunione

Il vaticanista Sandro Magister riceve e pubblica questi due commenti diversamente orientati, il primo fedele al Vangelo, il secondo cerca di manipolare il Vangelo.

UNA SPECIE IN VIA DI ESTINZIONE

Gentile Magister,

le scrivo in merito alla “quaestio disputata” cui lei ha dato spazio, inerente la comunione ai divorziati risposati. Credo che nel dibattito manchi un’ulteriore argomentazione capace di confutare il fronte aperturista. La condivido con lei, sperando vivamente che anche qualche fine teologo la possa valutare.

In sintesi, nei paesi occidentali e in Italia avviene che:

  1. ci sono in assoluto sempre meno matrimoni sia civili sia religiosi (1), dato che la privata convivenza stabile soppianta la regolarizzazione pubblica dell’unione;
  2. anche i cosiddetti “secondi matrimoni” calano (2);
  3. la popolazione cattolica praticante (ma anche i cattolici nominali) è in sensibile diminuzione e confinata in fasce demografiche anziane;
  4. dati i fattori suddetti è quindi prevedibile nei prossimi anni un’ulteriore diminuzione dei matrimoni religiosi, secondo il trend attuale (3);
  5. i cattolici minoritari dei prossimi anni tenderanno a sposarsi con maggior cognizione di causa e serietà, viceversa saranno celebrati meno matrimoni religiosi scelti solo per motivi culturali e quindi più fragili;
  6. al diminuire dei matrimoni civili e religiosi diminuiranno anche i conseguenti divorzi (oggi il tasso di fallimento matrimoniale è di circa il 40 per cento);
  7. ergo: nel giro di 15 o 20 anni i divorziati risposati civilmente dopo il matrimonio religioso saranno una categoria statisticamente in diminuzione. Molti di più saranno i divorziati risposati dopo matrimonio civile o gli sposati in prime nozze dopo lunga convivenza.

Dato questo contesto ecco la domanda: a che pro svendere in modo sacrilego il sacramento dell’eucarestia per medicare una temporanea piaga che tra soli vent’anni sarà molto più circoscritta e che è dovuta principalmente alla fase transitoria attuale?

Dobbiamo dedurre che l’obiettivo vero dei novatori non è includere i divorziati risposati nella Chiesa ma modificare la dottrina in sé per sé, avvalendosi di un “misericordioso” cavallo di Troia?

Un cordiale saluto,

Roberto Ciccolella
Roma

(1) Istat 2012: “In particolare, negli ultimi 20 anni il calo annuo è stato in media dell’1,2 per cento, mentre dal 2008 al 2011 si sono avute oltre 45 mila celebrazioni in meno (in termini relativi -4,8 per cento annuo tra il 2007 e il 2011)”.

(2) Istat 2012: I secondi matrimoni calano da 34.137 del 2008 a 32.555 del 2012. La loro quota sul totale è tuttavia in crescita dal 13,8 per cento del 2008 al 15,7 per cento del 2012.

(3) Istat: Nel 2012 sono state celebrate con rito religioso 122.297 nozze. Il loro numero cala di 33 mila unità negli ultimi 4 anni. I matrimoni civili, invece, hanno visto un recupero negli ultimi due anni pari a 5.340 cerimonie, arrivando a rappresentare il 41 per cento del totale a livello nazionale. Al Nord i matrimoni con rito civile (53,4 per cento) superano quelli religiosi e al Centro sono ormai uno su due (49,4 per cento).


NON SI DEVE FARE, MA AVVIENE. E ALLORA TUTTI ASSOLTI

Gentile Sandro Magister,

provi a vedere se questo mio intervento può essere utile alla riflessione comune.

Gesù ha detto che solo il peccato contro lo Spirito Santo non può essere perdonato, mentre in tutti gli altri casi ci può essere perdono e dunque comunione con il Signore Gesù, con il Padre celeste ed i fratelli.

Cosa c’è di più grave di ciò che fece Pietro rinnegando la sua amicizia con Gesù? Eppure Pietro pentitosi fu perdonato e addirittura confermato capo degli apostoli. Gesù dice: “Non osi nessuno separare ciò che Dio ha unito”. Ma avrebbe potuto benissimo dire: “Nessuno osi rinnegare il Figlio dell’uomo”. Eppure proprio questo è successo. Ha anche detto di non uccidere, e questo avviene anche ad opera di chi ha creduto in Lui. Eppure quanta festa si fa in cielo e sulla terra per chi si pente di un simile esecrabile peccato.

Il caso di un uomo o di una donna cristiani che lasciano il primo matrimonio e si formano una seconda famiglia fa parte di ciò che assolutamente non si deve fare (”non commettere adulterio”, sta scritto). Ma avviene, e allora dobbiamo dire che per loro non esista una soluzione o che per offrirla la Chiesa debba ammettere il divorzio e accettare le seconde nozze? No assolutamente. Tuttavia occorre liberare la mente dei cristiani da pensieri che suonano così: “Ecco che adesso con la scusa del perdono è permesso divorziare e risposarsi e poi come se niente fosse essere riammessi nella comunità cristiana”.

Questo modo di pensare sembra voler essere giusto, ma è privo di quella misericordia per cui il Padre celeste vuole davvero tutti salvi. Questo “tutti” è importante non solo per il suo carattere estensivo ed inclusivo ma perché è rivolto, nell’intenzione di Gesù che l’ha pronunciato, anche a coloro che, avendo nella Chiesa il potere di sciogliere e legare, si cimentino nel trovare il modo di attuare il principio secondo cui solo un peccato non è perdonabile, quello contro lo Spirito Santo, ma tutti gli altri sì, e perdonabili non solo da Dio ma dal vissuto umano della comunità cristiana.

Il nostro punto di vista allora dovrebbe essere quello che, guardando a un peccatore che si pente, si pone nell’ottica del Padre che vuole tutti salvi e in reale comunione e non nell’ottica un po’ pilatesca di lasciarlo solo alla sua misericordia ma escludendolo di fatto dalla comunione con il corpo e il sangue del nostro Signore Gesù che ha accettato di soffrire la sua passione perché fosse chiaro che nessuno possa essere escluso dal mangiare il suo corpo e bere il suo sangue, se davvero lo vuole.

Noi non possiamo giudicare come se il regno di Dio fosse perfettamente attuato su questa terra o da un luogo che non intercetta a fondo la volontà salvifica del Padre che fin dai nostri primi progenitori e per tutta la storia della salvezza ha cercato di inventare infinite soluzioni pur di poter abbracciare il figlio perduto. Se lo facessimo rischieremmo di somigliare al fratello del figliol prodigo, non per gelosia (perché infatti crediamo di far opera di giustizia e di fedeltà a Gesù ed al suo regno) ma per il fatto che con il nostro modo di pensare e i nostri atti nell’ambito della Chiesa non permettiamo alla misericordia divina di attuarsi senza “se” e senza “ma”.

La verità è che si è sovraccaricato di senso il sacramento del matrimonio. È vero infatti che per il cristiano fedele il sacramento è simbolo dell’unione di Cristo con la Chiesa, ma questa assoluta verità che ha una valenza eterna ed è perfetta per chi la vive e con essa muore non può essere presa come argomento per non riconoscere la possibilità di un nuovo inizio a chi nel frattempo si è creato una nuova situazione familiare. Pietro che rinnega Gesù ha potuto riprendere il suo cammino, incarnando nella sua vita il valore che aveva tradito, la fedeltà, e l’adultera viene congedata da Gesù dicendole di non più peccare, e così è avvenuto nella Chiesa per tanti che pur avendo commesso terribili peccati (addirittura ucciso delle persone) sono stati riammessi a pieno titolo nella comunità cristiana.

Il compito allora dei teologi potrebbe essere quello di ricontestualizzare meglio il sacramento del matrimonio all’interno del panorama degli altri sacramenti e di tracciare un percorso per il pieno reinserimento nella comunità ecclesiale di quanti vi vogliono far parte. Quanto alla parte offesa, e cioè quella lasciata dal coniuge, essa con l’aiuto della comunità cristiana deve saper perdonare proprio come ha fatto Gesù verso i suoi crocifissori.

In conclusione o il matrimonio non è valido per un suo vizio intrinseco, e allora la cosa si risolve così, oppure se è stato valido, ma tradito, la via da percorrere è quella penitenziale attraverso il sacramento del perdono dei peccati. Questi miei pensieri li offro al popolo di Dio da cui in ultima istanza ogni cristiano aspetta la luce che illumina i suoi passi.

Cordialmente,

Michele Sebregondio
Milano

© Settimo Cielo (06/09/2015)

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