Tornare con Cristo al “principio” per vivere ogni relazione come un nuovo inizio

Venerdì della XIX Settimana del Tempo Ordinario: dal Vangelo secondo Matteo 19, 3-12.

Voi famiglie siete comunione, comunione delle persone, come il Padre, il Figlio e lo Spirito Santo. Siete comunione delle persone, siete unità. Siete unità e non potete non essere unità. Se non siete unità non siete comunione; se siete invece comunione, siete unità. Il sacramento del Matrimonio, la famiglia, cresce nel sacramento del Battesimo, dalla sua ricchezza. Crescere dal Battesimo vuol dire crescere dal mistero pasquale di Cristo. Siamo immersi per ritrovare la pienezza della vita, e questa pienezza dobbiamo ritrovarla nella pienezza della persona, ma, nello stesso tempo, nella dimensione della famiglia – comunione di persone – per portare, per ispirare con questa novità di vita gli ambienti diversi, le società, i popoli, le culture, la vita sociale, la vita economica . . . Tutto questo è per la famiglia. Voi dovete andare in tutto il mondo a ripetere a tutti che è “per la famiglia”, non a costo della famiglia.

Papa San Giovanni Paolo II


«Vi sono domande che non cercano risposte, ma che sembrano piuttosto pistole puntate alla tempia. Come quella, subdola e perversa, dei farisei: “È lecito…. ?”. Di fronte al “mistero grande” del matrimonio, l’unico che sembra loro interessare è se sia “lecito ripudiare” la moglie. In essi affiora sempre l’approccio legalistico alle persone, che rinvia, scioglie (significato originale di ripudiare) l’amore nei confini del proprio tornaconto. La liceità infatti è riferita ai comportamenti con i quali salvare se stessi e non perdere la vita; non era cosa di poco conto: agli esperti di Legge e Tradizione, gli zelanti applicatori di ogni loro codicillo, occorreva molta astuzia, quella di cui è provvisto il demonio, per poter aggirarne il cuore. Gesù lo sapeva, per questo dirà che i farisei legano pesanti fardelli che essi non portano neanche con un dito. Dietro al rigore legalistico vi era l’ipocrisia con cui cercavano di legittimare l’impossibilità di compiere la legge. In questo episodio è profetizzata l’ondata dei “è lecito?” che, dall’Illuminismo ai nostri giorni, ha stravolto l’umanità. Sempre in cerca di un “è lecito” per sfuggire il dolore e il sacrificio che, a causa del peccato, l’amore suppone. La domanda, retorica come lo fu sulla bocca dei farisei, è la stessa che risuona nelle piazze, nei cinema e nelle televisioni, sui giornali e nelle aule parlamentari. E’ lecito tutto ciò che dissolve l’amore, che, paradossalmente, diviene l’unico illecito: “Oggi si fanno molte cose per normalizzare queste distruzioni, per legalizzare queste distruzioni; distruzioni profonde, ferite profonde dell’umanità. Si fa tanto per sistemare, per legalizzare. In questo senso si dice “proteggere” (Giovanni Paolo II, Omelia a Porto San Giorgio, 30 dicembre 1988)».

"Non osi separare l'uomo ciò che Dio ha unito"
“Non osi separare l’uomo ciò che Dio ha unito”

Per proteggere la “femmina” è diventato illecito amare un marito violento, e farsi uccidere da lui. La legge sul cosiddetto femminicidio sta rendendo lecito e doveroso il “ripudio” in caso di violenza anche solo temuta o prevista, addirittura al di là della propria volontà; per proteggere se stessa, domani la legge renderà impossibile a una madre difendere e partorire il suo bambino down o anche solo “potenzialmente” malato. Come i farisei, i sapienti e i puri di questa società vanno in cerca di Cristo e dei suoi apostoli (certe leggi ideologiche sono solo dirette a “mettere alla prova” la Chiesa) per avere di che accusarli e renderli così ininfluenti e irrilevanti: sono loro, infatti, gli unici inciampi all’arroganza e alla prepotenza della menzogna demoniaca, padrona del mondo e delle menti di chi ne è parte.

La questione posta dai farisei, infatti, non sarebbe mai posta da un cuore che ha conosciuto l’amore di Dio: un fariseo, conoscitore della Scrittura e della storia del suo Popolo, avrebbe dovuto ricordare quante volte Dio ha stornato la propria ira, rinunciando a ripudiare la sua sposa infedele: superando con il suo agire la sua stessa Legge, Dio ha rivelato mille volte che l’infedeltà del Popolo può essere sanata solo con un amore infinitamente più grande, che assuma la debolezza e la durezza senza condannare la persona, per trasformarne il cuore attraverso la gratuità della misericordia. I farisei, che portavano dentro questa esperienza dell’amore di Dio per il suo Popolo, non potevano aver dimenticato le parole e la vita dei profeti. Per questo, la loro domanda è maliziosa: avevano capito che era giunto Colui che sapeva e poteva smascherarne l’ipocrisia, dovevano quindi mettere alla prova Gesù per avere di che accusarlo, e così proteggere se stessi. Come facciamo noi, molte volte, e proprio quando si tratta del matrimonio, della famiglia, dei rapporti tra fratelli. Li usiamo per difenderci e mettere all’angolo il prossimo strumentalizzando Gesù e il Vangelo. Sappiamo bene dove sia la verità, e domandiamo, parliamo, ci scaldiamo mossi solo dal desiderio di veder crollare i nostri interlocutori, e per poter viaggiare sicuri nelle nostre decisioni.

«Ma Gesù, conoscendo il cuore dei farisei, risponde inaspettatamente con un’altra domanda, questa volta piena d’amore. Avrebbe potuto stare lì a discutere, umiliare, deridere, vincere la sua battaglia ideologica, smascherare la perfidia e l’ipocrisia dei farisei. Lo potrebbe fare mille volte con noi, e invece mille e una volta ci parla con amore e pazienza, ci annuncia di nuovo il Vangelo attraverso la Chiesa, la liturgia e la predicazione. Il matrimonio, infatti, tale come traspare dalle parole di Gesù, è la Buona Notizia dell’amore di Dio con il quale e per il quale ha creato l’uomo, maschio e femmina. Per parlare del rapporto tra Dio e l’uomo, la Scrittura usa immagini nuziali di rara bellezza e di sconosciuta misericordia. Dio ha sempre avuto misericordia del suo Popolo, anche nei momenti in cui ne è stato tradito più vergognosamente. Quando Gesù dice “Non avete letto che il Creatore da principio li creò maschio e femmina e disse: Per questo l’uomo lascerà suo padre e sua madre e si unirà a sua moglie e i due saranno una carne sola? Così che non sono più due, ma una carne sola. Quello dunque che Dio ha congiunto, l’uomo non lo separi”, sta chiedendo ai farisei se avessero mai letto queste parole alla luce della storia che Dio ha fatto con il loro Popolo. “Da principio” Dio ha creato l’uomo a sua immagine e somiglianza, “maschio e femmina” perché in essi, nella loro irriducibile diversità e complementarietà che “Dio ha congiunto in una carne sola”, rifulgesse il mistero dell’amore e della comunione della Trinità: “la missione della famiglia è iscritta nel solco della Santissima Trinità. Non c’è, in questo mondo, un’altra immagine più perfetta, più completa di quello che è Dio: unità, comunione. Non c’è un’altra realtà umana più corrispondente, più umanamente corrispondente a quel mistero divino” (Giovanni Paolo II, Omelia a Porto San Giorgio, 30 dicembre 1988)».

“Da principio” Dio ha pensato la comunione e l’amore. Al “principio” di tutto, come una vocazione dell’universo e degli uomini, come una profezia dell’eternità. “Da principio”, infatti, ap’archès, traduce la prima parola ebraica della Torah; come anche l’inizio del Vangelo di Marco e Giovanni. La prima parola della Bibbia è l’amore che crea e unisce un uomo e una donna. Sulla soglia della vita vi è la famiglia, così come Dio l’ha pensata, voluta e creata; il Vangelo parte da qui, e nessun annuncio può non partire dall’amore dal quale ogni uomo è stato generato, come lo stesso Figlio di Dio, la Parola del Padre che era al Principio e si è fatta carne nello Spirito Santo per riunire in sé stessa ogni carne dispersa e separata. Creando l’uomo libero, Dio sapeva, infatti, che questi avrebbe potuto “indurire il cuore” nella menzogna del demonio e separarsi da Lui e separare quello che Egli aveva unito; Adamo ed Eva, ingannati, caddero preda della “Sklerokardia”, la durezza del cuore; si tratta di un termine rarissimo nel Nuovo Testamento, è usato solo qui (e nel parallelo di Mc) e nel finale di Marco, quando Gesù risorto, apparendo ai discepoli, li rimprovera per la loro incredulità e durezza di cuore: “dal principio” dunque, sino al mattino della resurrezione, e ancora più in là sino all’alba dell’Ascensione, da Adamo ed Eva sino ai discepoli di Gesù, la stessa malattia del cuore, la stessa incredulità.

I farisei increduli vogliono ingannare Gesù per indurlo a dar loro ragione; per questo obiettano che “Mosè ha “ordinato” di dare l’atto di ripudio”. Così è come essi percepiscono e accolgono la Torah, ordini su ordini…. E così, presi nei lacci del legalismo, per dissimulare la propria durezza, hanno subdolamente scambiato un “permesso” con un “ordine”. Qualcosa che è “permesso” non è un obbligo o un comando da eseguire. Per riguardo alla “debolezza” si “permette” qualcosa di speciale. Ma Gesù li riporta alla verità; in effetti, Mosè non ha dato alcun ordine riguardo al ripudio: “Per la durezza del vostro cuore Mosè vi ha permesso di ripudiare le vostre mogli”. Sino a quel giorno, quasi obbligato dalla durezza del cuore, era stato permesso qualcosa che non lo era “da principio”. Ma ora, di fronte ai farisei, come di fronte a ciascuno di noi, vi è Colui che era “da principio”; vi era Cristo, il principio di ogni cosa, l’autore stesso del matrimonio. Per questo, con autorità, dichiara che, in Lui, quello che era stato permesso per la debolezza, non è più necessario e perde quindi validità: le cose vecchie sono passate, chi è in Cristo è una creazione nuova. Chi non lo accoglie e permane nella durezza del proprio cuore, “ripudiando la propria moglie e sposandosi con un’altra donna commette adulterio”. Un peccato tra i più gravi, che rompe la comunione della Chiesa sin nelle sue radici.

«Al cuore indurito dei progenitori non era bastato l’Eden, e l’amore infinito di Dio. Loro volevano di più, bramavano il potere assoluto, la libertà senza condizioni, una carne sola certo, ma per stabilire insieme che cosa fosse bene e male. E si sono scoperti condannati alla ricerca di un piacere e una gioia introvabili, irrimediabilmente separati in una solitudine che sa di morte. Così come ai farisei non era bastata la storia d’amore di Dio con il loro Popolo, giunta sino a quel giorno, a ciascuno di loro. Volevano di più, il potere della Torah, il prestigio senza limiti con il quale non porre limiti alla propria carne. La durezza di cuore che percorre tutta la storia di Israele si era come cristallizzata nelle parole dei farisei. Così ai discepoli di fronte a Gesù risorto, al cui cuore indurito non bastava neanche vederlo vivo lì davanti a loro. Come non basta a noi nulla di quello che abbiamo ascoltato e visto. Era ed è necessario qualcosa di più, che l’amore sino alla fine di Gesù giunga alla pietra in cui è ridotto il nostro cuore e abbia ragione della sua durezza. Era ed è necessario che la croce divenga il letto d’amore dove Gesù ci unisca a Lui in una sola carne: “Non si può proteggere veramente la famiglia senza entrare nelle radici, nelle realtà profonde, nella sua intima natura; e questa sua natura intima è la comunione delle persone ad immagine e somiglianza della comunione divina” (Giovanni Paolo II, ibid)».

La Croce, infatti, è l’unica garanzia di indissolubilità del matrimonio, l’argine invalicabile alla durezza delle onde dell’egoismo e della concupiscenza. Sulla Croce si è rivelata la Trinità, la comunione divina dalla quale sorge ogni comunione umana; sulla Croce Gesù è entrato nelle radici, nell’intima natura della Trinità che, donando lo Spirito Santo, ha offerto a tutti gli sposi. Sulla Croce Gesù ha compiuto quello che oggi ci annuncia: in essa, il “principio” si compie in un presente che si dilata nell’eternità; il “non fu così” del “principio” diviene l’ “essere così” del presente.

«Il “principio” del disegno di Dio ci è consegnato oggi nella Croce del Signore. La sua croce nella nostra, il luogo dove ci dà ogni giorno appuntamento per essere “congiunti” con Lui e tra noi in una sola carne. Il verbo greco synezeuxen che indica “congiunto” infatti, è formato dalla preposizione-prefisso syn (“con”) e dalla radice zeug-, che descrive anche due animali uniti dal “giogo” (zeugos). Il giogo che unisce gli sposi è dunque il giogo di Cristo, mite e umile di cuore. Esso è leggero e dolce perché è l’unico adeguato a ciascuno dei due. Non può esservi giogo diseguale, pena inciampare, cadere, rompere l’unità. Senza l giogo di Cristo, lontano dalle sue braccia distese ad unire gli sposi, la “condizione dell’uomo rispetto alla donna” è così difficile e dura che “non conviene sposarsi”. Senza l’amore infinito di Cristo che ogni giorno perdona, e fa perdonare, ama e dona di amare, si resta nella condizione di morte frutto del peccato, dove dolore e concupiscenza regnano e dominano le relazioni: “Ci sono molte famiglie in questo mondo progredito, ricco, opulento che perdono la loro unità, perdono la comunione, perdono le radici. Sappiamo bene che il sacramento del Matrimonio, la famiglia, tutto questo cresce nel sacramento del Battesimo, dalla sua ricchezza. Crescere dal Battesimo vuol dire crescere dal mistero pasquale di Cristo. Siamo immersi per ritrovare la pienezza della vita, e questa pienezza dobbiamo ritrovarla nella pienezza della persona, ma, nello stesso tempo, nella dimensione della famiglia” (Giovanni Paolo II, Ibid)».

Non è facile “capire” il mistero immenso del matrimonio. Gesù non risponde ai discepoli quasi per dar loro ragione e dire che è meglio farsi eunuchi per il Regno dei Cieli, e così scampare le difficoltà del matrimonio. Preti e suore che la pensino così sarebbero le zitelle acide e al peperoncino di cui parla Papa Francesco. E’ vero il contrario. Proprio grazie a quanti rispondono alla chiamata di Dio e rinunciano al matrimonio per essere più liberi e donarsi a tutti come pastori della Chiesa, si può “capire” quanto sia importante il dono che è “dal principio” nella volontà di Dio. Alcuni non possono sposarsi (alcuni, non le cifre sbandierate dal pensiero unico di questa società) perché “eunuchi” dal seno materno: è una condizione di sofferenza, lontana dal progetto che Dio aveva “da principio”, come tutto ciò che è sorto dopo il peccato originale. La morte, e ogni sua ferita. è entrata nel mondo per invidia del demonio, e a causa del peccato.

Per occultare ciò, è tipico del demonio far credere che, dando sfogo alle inclinazioni della natura, si aprirebbero per gli omosessuali le porte della libertà e della felicità; come del resto per ogni stura che si sta dando agli istinti più perversi che chiamano diritti. Al contrario, si lascerebbero nell’inganno simile a quello di chi, diabetico, si gonfiasse di dolci… Il demonio ha nascosto a questa società la realtà del peccato, per questo è impensabile e inaccettabile una natura ferita da esso: o la si cancella dichiarando che la ferita non esiste (è il caso dell’omosessualità); o si cancella direttamente colui che è ferito (è il caso dell’aborto e dell’eutanasia, ma anche del divorzio).

Diversa è la sapienza della Chiesa, illuminata dalle parole di Gesù: esiste un “principio” anche per gli eunuchi, lo siano essi dal seno della propria madre, o, come oggi è perversamente diffuso, legittimato e promosso fin dalle scuole, lo siano perché così “resi dagli uomini”. Come esiste per gli sposi un “principio” antecedente al peccato nel quale Cristo li riconduce perché siano una cosa sola, così esiste lo stesso “principio” per gli eunuchi. In esso possono scoprire la propria dignità di figli di Dio, che è precedente e non dipende dall’essere eunuco o dal non esserlo; in un cammino serio di conversione che li riconduca al “principio” attraverso la Parola, i sacramenti e la comunione con i fratelli, essi possono essere sananti alla radice se resi “eunuchi” dagli uomini e dalla società, o portare la propria debolezza con Cristo se così dal seno materno. Per tutti è preparata l’intimità con Cristo, dove saziare il proprio bisogno d’essere amati e imparare a donarsi, nel matrimonio o nella vita celibe, entrambi offerti per il Regno dei Cieli.

Fonte: vangelodelgiorno.blogspot.it

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