Matrimonio e divorzio. Occhio al teorema di Gödel

Ci sono cattolici, o presunti tali, che non vogliono accettare l’evidenza: il matrimonio è indissolubile senza eccezioni; l’adulterio e il concubinato sono peccati mortali.

di Sandro Magister

L’esegesi del Vangelo di Matteo fatta da padre Innocenzo Gargano, secondo cui Gesù non revocò affatto la concessione mosaica della facoltà di divorziare, ha trovato un ennesimo, risoluto obiettore nel biblista Gonzalo Ruiz Freites: > Sinodo. La domanda chiave: Gesù ammette o no il divorzio?

divorceMa anche padre Ruiz Freites ha sollevato a sua volta obiezioni. Come quelle riportate qui di seguito di Antonio Emanuele.

Il professor Emanuele insegna fisica all’università di Palermo. Si è formato nell’Azione cattolica e nella FUCI, ha frequentato le settimane teologiche e bibliche del monastero di Camaldoli, lo stesso di padre Gargano. Ma le riflessioni che qui ci espone risentono marcatamente anche della sua competenza fisico-matematica, a cominciare dal celebre teorema formulato nel 1931 da Kurt Gödel. A lui la parola.


Gentile Magister,

avevo già pensato a scriverle sull’argomento del sinodo alla fine di questa estate, ma la notizia della imminente pubblicazione di un libro scritto dal biblista Gonzalo Ruiz Freites per confutare quanto espresso da padre Innocenzo Gargano mi ha convinto ad anticipare. Si tratta di due riflessioni molto diverse, la seconda più tecnica.

1. Durante il periodo pasquale ho ascoltato un brano degli Atti degli Apostoli (At 10, 25-48) che riporta la conclusione di una delle prime discussioni della Chiesa, quella sulla possibilità di battezzare non ebrei. Allora non c’erano i Vangeli, non c’erano teologi e cardinali, non c’era l’ermeneutica del Nuovo Testamento, non c’era la tradizione e… non c’erano neanche i blog. Però riesco a immaginare una discussione molto accesa tra gli apostoli, con chi assicurava di aver sentito dire da Gesù che per ricevere il battesimo bisognasse prima essere circoncisi. La mia sorpresa è stata la conclusione di Pietro: se riconosciamo che questi hanno ricevuto lo Spirito Santo come possiamo negare loro il battesimo? Non era una conclusione sulla base della esperienza con Gesù vissuta dagli apostoli. Era l’accettazione di una novità dello Spirito. E, credo per la prima volta, un movimento religioso sceglieva una prassi inclusiva (universale) piuttosto che esclusiva (tipica dei movimenti costruiti attorno a una identità).

2. La seconda riflessione è stata rafforzata in me da una frase delle conclusioni del libro di Ruiz Freites, come riportata in http://www.chiesa: “La verità per definizione è oggettiva. La realtà soggettiva può corrispondere alla verità o può non corrispondere. In questo ultimo caso non si tratta di verità soggettiva, ma di errore, ed è un’opera di misericordia correggere chi sbaglia”.

È grande l’errore logico che l’autore fa in questa frase. Mi sembra che egli affermi che tutto ciò che non corrisponde alla verità sia un errore. Ma è logicamente sbagliato affermare che è falso tutto ciò che non è dimostrato vero. In un ragionamento logicamente corretto è necessario dimostrare che una affermazione sia falsa, non basta dire che nelle affermazioni vere non c’è. Spero che si tratti solo di un incidente e che il libro non contenga altri esempi di questi errori metodologici. Purtroppo, la conclusione della frase è stata utilizzata nella storia per giustificare violenze e sofferenze inimmaginabili. Dentro questo errore sta forse una convinzione diffusa anche fra i non credenti: che sia possibile costruire un sistema razionale il quale, a partire da un certo numero di principi, sia in grado di dedurre (dimostrare) tutto ciò che è vero e tutto ciò che è falso.

Mi dispiace per padre Ruiz Fretes, ma i teoremi di Gödel e Tarski hanno dimostrato che questo sistema razionale non può essere costruito con la logica aristotelico-stoica, anche se usassimo una infinità numerabile di principi.

Ciò non significa la non esistenza della verità. La verità esiste ma la sua esistenza non può essere completamente dimostrata con gli strumenti linguistici e logico-formali che usiamo correntemente per comunicare. A chi fosse interessato ricordo il tentativo dello stesso Gödel di dimostrare l’esistenza di Dio, e quelli successivi, tutti compiuti con enti e strumenti non convenzionali.

Conseguenza di questi teoremi è l’impossibilità di un pensiero razionale fondamentalista. Conseguenza di ciò è che pur esistendo una sola verità non può esistere una sola teologia che la includa tutta. E non è colpa di nostre soggettive mancanze ma dello strumento (la logica) che usiamo.

Per questo motivo gli aspetti pastorali di una questione, che spesso vengono considerati di minor peso o secondari agli aspetti dottrinali, dovrebbero essere tenuti in grande considerazione. Potrebbero aiutarci a conoscere e capire aspetti della verità non inclusi nella nostra teologia, o meglio, nelle nostre teologie.

Cordialmente,

Antonio Emanuele


POST SCRIPTUM – Poche ore dopo la pubblicazione di questo post, è arrivata da Palermo una controreplica. Eccola.

Gentile Magister,

trovo scorretta la riflessione di Antonio Emanuele per alcuni motivi che ora le espongo.

Emanuele cita il passo degli Atti deglio Apostoli inerente la disputa sulla opportunità della circoncisione dei non ebrei in attesa di battesimo, dicendosi sorpreso che lo Spirito Santo abbia introdotto una novità assente nella predicazione di Cristo. Eppure egli dovrebbe sapere dal Catechismo che la divina rivelazione non è terminata con l’ascensione al cielo di Gesù ma con la morte dell’ultimo degli apostoli, illuminati dallo Spirito Santo nella Pentecoste. Perché allora racconta questo suo stupore? Non lo dice, ma pare voglia accreditare implicitamente la nota eresia modernista (condannata dalla Chiesa) secondo cui la rivelazione continuerebbe nella storia della Chiesa, anche dopo la morte degli apostoli. Un’eresia smentita sia dal magistero sia dalla stessa storia ecclesiastica, perché mai nessun atto di un papa o di un concilio ha contraddetto una verità considerata tale prima di lui (ovviamente parlo delle verità dogmatiche e di quelle dichiarate definitive, non di ciò che è opinabile). Se fosse vera questa eresia storicistica, ovviamente anche un dogma come quello della indissolubilità matrimoniale potrebbe un giorno essere messo in discussione, ed è ciò che forse auspica Emanuele.

Riguardo invece alla sua critica di una frase di padre Freites, essa nasce da una interpretazione errata (certamente in buona fede) del testo. Cioè che il sacerdote consideri falso non esclusivamente ciò che contraddice il dogma, ma tutto ciò che non è compreso nel dogma. Ovviamente questo ultimo concetto è falso, ma non lo è ciò che intendeva Freites, e basta leggere il suo testo per averne conferma. Siamo certi invece, perché ce lo dice il magistero infallibile della Chiesa, che ciò che contraddice il dogma è certamente falso. Ciò che Emanuele sembra non avere chiaro è che noi conosciamo la verità (il dogma) e conosciamo il falso (tutto ciò che contraddice il dogma) non in base a una fallace elaborazione del nostro intelletto, ma perché Dio ci ha fatto dono di tale rivelazione. Spiegare dunque (citando Gödel) che il nostro intelletto non è logicamente in grado di indagare il vero e il falso, oltre a essere discutibile non serve assolutamente a nulla.

Emanuele addirittura chiosa la frase conclusiva di Freites (“è opera di misericordia correggere chi sbaglia”) come un concetto utilizzato nella storia per giustificare violenze e sofferenze inimmaginabili. Anche lì Emanuele dice e non dice ma pare essere vittima delle solite leggende nere sulla storia della Chiesa. Senza contare che dovrebbe sapere che quella frase di Freites non è una affermazione imprudente, ma addirittura la citazione del Catechismo circa le opere di misericordia spirituale (tra cui: ammonire i peccatori e istruire gli ignoranti), Catechismo che ogni cattolico è tenuto ad accogliere con un totale assenso di fede.

A conclusione del suo ragionamento è evidente l’intento di Emanuele di “emancipare” la pastorale dalla dottrina: concetto errato come insegna il magistero e come ha spiegato di recente il prefetto della congregazione per la dottrina della fede Müller. Ed è evidente anche il suo intento di far passare una visione relativista della dottrina, dimenticando che la vera teologia è solo quella che parte dalle verità di fede per approfondirle. Chi invece mette in discussione tali verità non sta facendo teologia ma solo filosofia religiosa.

Cordialmente,

Giuseppe Fallica

© Settimo Cielo (10/08/2015)

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