Sinodo. La domanda chiave: Gesù ammette o no il divorzio?

Innocenzo Gargano, illustre esegeta, spiega che sì, e il cardinale Kasper concorda con lui. Ma il Nuovo Testamento e la tradizione della Chiesa dicono l’opposto, obiettano i critici. In anteprima, un libro del biblista Gonzalo Ruiz Freites.

di Sandro Magister (03/08/2015)

L’esegesi delle parole di Gesù su matrimonio e divorzio, fatta dal monaco camaldolese Guido Innocenzo Gargano, biblista e patrologo di fama, docente alle pontificie università Gregoriana e Urbaniana, è sempre più al centro della discussione presidonale.

desposorios_de_la_virgen_matc3adas_de_arteaga1A suo giudizio, nel regno dei cieli predicato da Gesù c’è posto anche per chi continuasse oggi a usufruire della facoltà di ripudio concessa da Mosè per la “durezza del cuore”.

Padre Gargano non trae da questa sua esegesi conseguenze esplicite sul terreno dottrinale e pastorale. Ma queste sono più che intuibili. Non è un caso che il cardinale Walter Kasper, capofila dei novatori, abbia citato Gargano a sostegno delle proprie tesi, nel suo recente intervento sulla rivista tedesca “Stimmen der Zeit”, disponibile anche in traduzione italiana:

> Nochmals: Zulassung von wiederverheiratet Geschiedenen zu den Sakramenten?
> Ammissione dei divorziati risposati ai sacramenti?

Gargano ha esposto la sua esegesi in due successivi saggi. Il primo lo scorso inverno sul quadrimestrale di teologia “Urbaniana University Journal”, riprodotto integralmente e ampiamente presentato in più lingue su http://www.chiesa:

> Per i “duri di cuore” vale sempre la legge di Mosè (16.1.2015)

Il secondo all’inizio di luglio, in forma di lettera al curatore di questo sito, anch’essa riprodotta integralmente e presentata in più lingue su http://www.chiesa:

> Cosa direbbe Gesù se fosse un padre sinodale (3.7.2015)

Nel suo secondo intervento, padre Gargano riprende e sviluppa gli argomenti esposti nel primo, tenendo conto delle reazioni fin lì ricevute.

Tra queste reazioni ve n’erano state di favorevoli, ma soprattutto di contrarie, l’ultima delle quali di Luis Sánchez Navarro, professore ordinario di Nuovo Testamento presso l’Università San Dámaso di Madrid.

E possono essere tutte rilette nel blog “Settimo Cielo”, con i link alle lingue originali:

> Matrimonio e seconde nozze. Cosa direbbe nel sinodo sant’Agostino
> Che cosa ha detto Gesù sul divorzio. Le due interpretazioni
> Divorziato, risposato, comunicante. Una testimonianza
> Divorzio sì o no. Il biblista duella col monaco

Ma anche dopo il suo secondo intervento padre Gargano ha raccolto critiche, anch’esse puntualmente registrate da “Settimo Cielo” con i link alle lingue originali. Tra di esse, quella del gesuita Horacio Bojorge, fondatore della rivista teologica di Montevideo “Fe y Razón” e docente di cultura e lingua bibliche alla facoltà di scienze umanistiche della Universidad de la República Oriental del Uruguay:

> Da Napoli e da Montevideo. Due risposte alla botta di padre Gargano
> Sposi per sempre. Gesù non ha ammesso eccezioni
> Da Buenos Aires e dal Massachusetts. Altre due repliche a padre Gargano

E a tali critiche se ne aggiunge ora una nuova, particolarmente ampia, in procinto di uscire presto in forma di libro.

Ne è autore padre Gonzalo Ruiz Freites, dottore in esegesi biblica presso il Pontificio Istituto Biblico di Roma, docente di esegesi del Nuovo Testamento e vicario generale dell’Istituto del Verbo Incarnato.

Il libro ha per titolo: “L’uomo non separi ciò che Dio ha unito”. E per sottotitolo: “Studio sugli insegnamenti del Nuovo Testamento su divorzio e seconde nozze in risposta al Prof. Guido I. Gargano”.

E questo è il suo indice provvisorio, con una annunciata integrazione relativa a un passaggio della lettera di Paolo agli Efesini:

I. BREVE SINTESI DEL PENSIERO DEL PROF. GARGANO

II. GESÙ E LA LEGGE MOSAICA

1. L’espressione “la Legge e i Profeti” nel Nuovo Testamento

a. Cosa intendeva dire Gesù in Mt 5,17 con l’espressione “la Legge e i Profeti”?
b. La Legge mosaica non aveva un ruolo definitivo nell’economia salvifica di Dio
c. I vari tipi di precetti nella Legge mosaica
d. La distinzione dei precetti della Legge mosaica nel NT
e. La Legge conteneva in sé il riferimento a Cristo

2. Il senso della frase “non sono venuto ad abolire, ma a dare compimento” (Mt 5,17)

a. Una tendenza giudaizzante?
b. Il senso del logion di Mt 5,17-18

3. Il senso della frase “finché tutto sia compiuto” (Mt 5,18)

III. IL LIBELLO DI RIPUDIO CONCESSO DA MOSÈ

1. Il contesto del mondo antico e la benevolenza mosaica verso le donne
2. Una concessione giuridica di carattere sociale
3. Il motivo dell’impurità rituale
4. Senso giuridico e valore pedagogico del libello di ripudio
5. Una certa decadenza della istituzione familiare
6. Alleanza con Dio e adulterio
7. Il testo di Malachia 2,10-16: alleanza con Dio, adulterio e culto divino

IV. LA DUREZZA DI CUORE MENZIONATA DA GESÙ

1. La durezza di cuore (sklerokardia)
2. Durezza di cuore e comandamento dell’amore
3. Durezza di cuore e legge nuova

V. L’INSEGNAMENTO DI GESÙ SU DIVORZIO E SECONDE NOZZE

1. I due testi del Vangelo di Matteo

a. Il testo di Mt 19,3-9
b. Il testo di Mt 5,31-32
c. L’abolizione esplicita della disposizione che consentiva il ripudio

2. I testi dei Vangeli di Marco e Luca

a. Il testo di Mc 10,2-12.
b. Il testo di Lc 16,16-18

VI. L’INSEGNAMENTO DI GESÙ SUL DIVORZIO NEGLI SCRITTI DI S. PAOLO

1. Il testo di Rm 7,1-4.
2. Il testo di 1 Cor 7,10-11.39..

CONCLUSIONE

*

Qui di seguito, ecco anticipata la conclusione del volumetto di prossima uscita, omesse le note a piè di pagina.

__________

IN RISPOSTA A PADRE GUIDO INNOCENZO GARGANO

di Gonzalo Ruiz Freites

(Da: “L’uomo non separi ciò che Dio ha unito”. Capitolo finale: “Conclusioni”)

L’insegnamento di Gesù su divorzio e seconde nozze, presente sia nei Vangeli sinottici che negli scritti di Paolo, è unanime e definitivo, e forma parte della rivelazione del Nuovo Testamento, ricevuta e custodita fedelmente dalla Chiesa. Si tratta di un insegnamento di origine divina-apostolica, assoluto e universale, che proibisce il divorzio e, in caso di seconde nozze di chi ha divorziato, considera questa seconda unione come un adulterio.

L’ipotesi di padre Guido Innocenzo Gargano non ha nessun sostegno in una esegesi seria dei testi da lui studiati, sia nel loro senso letterale, sia nei contesti immediati, sia nell’insieme della rivelazione del Nuovo Testamento. Il suo è un tentativo fallito, inoltre, perché egli ha scelto i testi che voleva trattare in base ai suoi preconcetti e non alla precomprensione della fede dell’insieme del Nuovo Testamento. Poi, li ha studiati in maniera oltremodo parziale, senza una minima analisi esegetica sia dei testi come dei contesti. Infine, li ha forzati per poter trarre conclusioni che siano in accordo ai preconcetti con cui aveva iniziato.

Ci vengono in mente le parole di san Girolamo, allorquando egli insegna che chi studia il testo sacro deve attenersi innanzi tutto “all’esatta interpretazione” e che “il dovere del commentatore non è quello di esporre idee personali bensì quelle dell’autore che viene commentato”. Altrimenti, egli aggiunge, “l’oratore sacro è esposto al grave pericolo, un giorno o l’altro, a causa di un’interpretazione errata, di fare del Vangelo di Dio il Vangelo dell’uomo”.

Per Gargano, Gesù approvava il libello di ripudio come una concessione misericordiosa. Approvava, pertanto, l’adulterio che ne derivava. Le conseguenze di un tale ragionamento sono disastrose, anche se Gargano non le deduce esplicitamente. Gesù non sarebbe venuto ad abolire nulla, ma a tener conto della situazione concreta del peccatore. Non sarebbe venuto dunque a chiamare tutti i peccatori a uscire della situazione di peccato chiamandoli alla conversione (cfr. Lc 5, 32). Per alcuni ci sarebbe un’altra via, quella della legge mosaica. In questo modo Gesù non sanerebbe la natura ferita dal peccato. Lascerebbe, invece, che i malati continuino ad essere malati. Egli stesso dovrà accontentarsi di non poter raggiungere lo “skopòs” desiderato.

La confusione di Gargano è grande, e la sua concezione della salvezza sembra più protestante che cattolica: manca una adeguata teologia della grazia. Se vogliamo essere coerenti con il suo ragionamento, dobbiamo concludere che, almeno in alcuni casi, la natura umana è irrimediabilmente corrotta dal peccato, senza la possibilità di essere risanata dalla grazia. In una simile posizione non c’è posto per la grazia infusa nel cuore dell’uomo, che ne fa una nuova creatura risanandone le ferite dall’interno ed elevandola all’ordine soprannaturale per la formale partecipazione alla vita divina. È in questo modo che si raggiunge lo “skopòs” dell’opera salvifica di Cristo!

Inoltre, affermare nuovamente la validità della legge mosaica per la salvezza, anche se entrando come “minimo” nel regno dei cieli, è gravemente contrario alla rivelazione del Nuovo Testamento, e di conseguenza alla fede cristiana. Se la legge mosaica è tuttora via di salvezza, Cristo sarebbe morto invano.

È molto grave, anche, cercare di imporre la validità dei precetti della legge antica ai cristiani. Più volte, mentre scrivevo queste righe, pensavo al grido di Paolo nella lettera ai Galati, contro coloro che cercavano di “giudaizzare” in questo senso i cristiani venuti dalla gentilità. Dopo aver detto: “Non rendo vana la grazia di Dio; infatti, se la giustificazione viene dalla Legge, Cristo è morto invano” (Gal 2, 21), l’apostolo prosegue: “O stolti Galati, chi vi ha incantati? Proprio voi, agli occhi dei quali fu rappresentato al vivo Gesù Cristo crocifisso! Questo solo vorrei sapere da voi: è per le opere della Legge che avete ricevuto lo Spirito o per aver ascoltato la parola della fede? Siete così privi d’intelligenza che, dopo aver cominciato nel segno dello Spirito, ora volete finire nel segno della carne?” (Gal 3, 1-3).

È chiaro che l’insegnamento del Signore è nuovo nel mondo ebraico, dove era consentito il divorzio e le seconde nozze a condizione di elargire un libello di ripudio. È in questo contesto che Gesù vieta la possibilità di divorziare e risposarsi con il suo precetto assoluto: l’uomo non separi ciò che Dio ha congiunto (Mc 10, 9; Mt 19, 6).

La Chiesa primitiva, dunque, dovette affrontare questo problema sia per gli ebrei che abbracciavano la fede, sia per i pagani, che erano abituati alla validità legale della prassi del divorzio. Fin dall’inizio, però, la Chiesa è stata fedele al suo Signore. Il testo paolino di 1 Corinzi 7, 10-11 attesta come l’autorità del comandamento del Signore sia prevalsa di fronte a tutta la permissività del mondo antico, sia ebraico che pagano. Questa fermezza è dovuta alla fede nel comandamento che è stato dato dallo stesso Gesù: “L’uomo non separi ciò che Dio ha congiunto”. Questa convinzione ha sostenuto lungo i secoli i costanti insegnamenti della Chiesa in questa materia.

La missione di Gesù è tutta caratterizzata dalla misericordia verso i peccatori. È però una misericordia che spinge alla conversione e al cambiamento del cuore, come Egli stesso la definisce: “Io non sono venuto a chiamare i giusti, ma i peccatori perché si convertano” (Lc 5, 32). Gesù non ha condannato la donna sorpresa in adulterio, ma nemmeno le ha detto “Va e fatti dare il libello di ripudio, così puoi continuare a vivere nello stesso modo”. Invece, chiaramente, le ha comandato: “Va e non peccare più” (Gv 8, 11).

Gesù non comanda cose impossibili. Per il necessario cambiamento del cuore Egli ha portato con sé la legge nuova, la grazia dello Spirito Santo effusa nei cuori (cfr. Rm 5, 5). Con la sua grazia è possibile compiere tutti i suoi comandamenti, compreso il precetto di non unirsi “more uxorio” ad una persona che non è il proprio coniuge, anche se questo significa dover portare la croce ogni giorno (cfr. Lc 9, 23). Pensare che vivere la castità non è possibile per chi ha fallito nel proprio matrimonio significa non credere, di fatto, nella grazia interiore di Dio, che fa dell’uomo vecchio una nuova creatura (cfr. 2 Cor 5, 17; Gal 6, 15). Significa anche pensare che il Signore ci comanda di compiere ciò che è impossibile, annullando di fatto la grazia di Dio con la quale tutto è possibile, malgrado le nostre debolezze.

Una chiave ermeneutica di lettura del pensiero di padre Gargano si trova nella sua lettera a Sandro Magister, quando egli distingue tra “verità oggettiva” e “verità soggettiva” nel campo morale-esistenziale. La distinzione è inaccettabile nel senso proposto dall’autore, e apre la porta a qualsiasi tipo di relativismo morale, dove la propria coscienza diventa la norma suprema dell’agire, anche quando non corrisponde con la verità oggettiva o con la legge di Dio. La verità per definizione è oggettiva. La realtà soggettiva può corrispondere alla verità o può non corrispondere. In questo ultimo caso non si tratta di “verità soggettiva”, ma di errore, ed è un’opera di misericordia correggere chi sbaglia. Amare il peccatore significa anche questo, secondo l’insegnamento del Signore (Mt 18, 15-17; cfr. Ef 6, 4; Eb 12, 5-11).

Il Concilio Vaticano II, in “Dignitatis humanae”, ha indicato che l’uomo deve governarsi con la sua coscienza, ma ha anche insegnato che “tutti gli esseri umani sono tenuti a cercare la verità, specialmente in ciò che concerne Dio e la sua Chiesa, e sono tenuti ad aderire alla verità man mano che la conoscono e a rimanerle fedeli”. E questo a motivo della dignità della persona umana, per cui gli uomini “sono dalla loro stessa natura e per obbligo morale tenuti a cercare la verità, in primo luogo quella concernente la religione. E sono pure tenuti ad aderire alla verità una volta conosciuta e ad ordinare tutta la loro vita secondo le sue esigenze”. E più avanti: “Quanto sopra esposto appare con maggiore chiarezza qualora si consideri che norma suprema della vita umana è la legge divina, eterna, oggettiva e universale, per mezzo della quale Dio con sapienza e amore ordina, dirige e governa l’universo e le vie della comunità umana. E Dio rende partecipe l’essere umano della sua legge, cosicché l’uomo, sotto la sua guida soavemente provvida, possa sempre meglio conoscere l’immutabile verità. Perciò ognuno ha il dovere e quindi il diritto di cercare la verità in materia religiosa, utilizzando mezzi idonei per formarsi giudizi di coscienza retti e veri secondo prudenza”.

Nella formazione della loro coscienza, i cristiani devono però considerare anche la dottrina della Chiesa, orientata alla salvezza di tutti secondo il proposito di Dio salvatore, “il quale vuole che tutti gli uomini si salvino ed arrivino alla conoscenza della verità” (1 Tm 2, 4). È per volontà di Cristo che la Chiesa cattolica è maestra di verità. La sua missione è di annunziare e di insegnare autenticamente la verità che è Cristo, e nello stesso tempo di dichiarare e di confermare autoritativamente i principi dell’ordine morale che scaturiscono dalla stessa natura umana. Nell’insegnare tutta la verità contenuta nei Vangeli, dunque, la Chiesa non fa altro che obbedire al comandamento del Signore risorto: “Andate dunque e fate discepoli tutti i popoli, battezzandoli nel nome del Padre e del Figlio e dello Spirito Santo, insegnando loro a osservare tutto ciò che vi ho comandato” (Mt 28, 19-20). In questo “tutto” è incluso l’insegnamento sul divorzio e le seconde nozze.

La Chiesa, seguendo il modello e l’insegnamento del suo Signore, ha sempre insegnato che si devono trattare con squisita misericordia le persone che si trovano in situazioni irregolari riguardo il matrimonio. Una misericordia, però, che non tenga conto di tutti gli insegnamenti del Signore in questa materia sarebbe una falsa misericordia, perché privata, in parte o in tutto, della verità. Sarebbe, anzi, causa e fonte di molti mali, come insegna san Tommaso nel suo commento alle beatitudini del Discorso della Montagna: “La giustizia senza la misericordia è crudeltà; la misericordia senza la giustizia è madre di dissoluzione”.

Solo la verità rende completamente libero l’uomo. Quella verità che è la persona di Gesù, “Verbum abbreviatum” che compendia tutte le Scritture, antiche e nuove. Egli è la verità che si esprime in tutte le sue parole, senza tagli o sconti. Egli è la verità che è allo stesso tempo via alla vita, all’eterna salvezza, unica meta della nostra esistenza cristiana (Gv 14, 6). Così lo confessò San Pietro, primo papa, quando molti abbandonavano il Signore perché trovavano “dure” le sue parole: “Signore, da chi andremo? Tu solo hai parole di vita eterna” (Gv 6, 68).

Fonte: chiesa.espresso.repubblica.it

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