Soldi e aiuti ai Paesi poveri, ma per fare cosa?

Cinquemila delegati, 193 Paesi e i maggiori organismi finanziari internazionali hanno partecipato dal 13 al 15 luglio ad Addis Abeba, in Etiopia, alla terza Conferenza internazionale delle Nazioni Unite sul finanziamento allo sviluppo. Ecco cosa è stato deciso e cosa farà l’Italia. Con una domanda: come fare che queste risorse vadano a buon fine e non vengano invece dissipate per altri scopi?

di Anna Bono

Cinquemila delegati, in rappresentanza di 193 Paesi e di tutti maggiori organismi finanziari internazionali, hanno partecipato dal 13 al 15 luglio ad Addis Abeba, in Etiopia, alla terza Conferenza internazionale delle Nazioni Unite sul finanziamento allo sviluppo. Nonostante che al termine dei lavori i portavoce dell’Onu, come d’altra parte ormai fanno sempre, abbiano definito quello raggiunto un «accordo storico», dell’evento non si è quasi parlato in Italia: ed è un errore perché coinvolge il nostro Paese e ognuno di noi. Quei delegati, infatti, hanno discusso e deciso il reperimento di fondi miliardari per una nuova agenda per uno sviluppo sostenibile.

Wu Hongbo, segretario generale della conferenza ha dichiarato: «questo storico accordo segna un punto di svolta nella cooperazione internazionale che si tradurrà negli investimenti necessari per la nuova e innovativa agenda di sviluppo sostenibile che migliorerà la vita della gente in tutto il mondo». Speriamo. Noi italiani ne avremmo bisogno. Ma, annoverati come siamo tra i Paesi ricchi – per di più quelli occidentali, accusati di arricchirsi ingiustamente sfruttando e saccheggiando il resto del mondo – l’agenda ci assegna il ruolo di finanziatori dello sviluppo, non di destinatari: in altre parole dovremo contribuire con altro denaro a progetti di cooperazione internazionale, bilaterali e multilaterali. Il ministro degli Affari Esteri Gentiloni ha annunciato di aver subito sottoscritto tre impegni di cooperazione in favore dell’Etiopia: un progetto triennale nei settori della sicurezza alimentare, del sostegno socio-economico alle donne e dello sviluppo dei sistemi sanitari: «soldi spesi bene», pare abbia detto il ministro Gentiloni, annunciando l’accordo bilaterale, «gli italiani devono esserne fieri».

Serviranno 100 milioni di euro per realizzarlo: sembra una grossa somma di denaro, ma è niente in confronto ai capitali che dovremo contribuire a stanziare nei prossimi anni. Per darne un esempio, solo per uno dei punti dell’agenda, il cambiamento climatico, i Paesi sviluppati sono chiamati a fornire entro il 2020 ben 100 miliardi di dollari all’anno per provvedere alle necessità dei Paesi in via di sviluppo. Sulla questione dei cambiamenti climatici si sono inoltre svolti nei giorni della conferenza circa 200 incontri che hanno fruttato ulteriori impegni tra cui finanziamenti tramite le banche di sviluppo: la sola Banca Mondiale metterà a disposizione 400 miliardi di dollari. I Paesi sviluppati hanno ribadito inoltre l’intenzione di dedicare almeno lo 0,7% del loro reddito nazionale lordo all’assistenza allo sviluppo e tra lo 0,15 e lo 0,20% ai Paesi meno sviluppati. In più l’Unione Europea si è impegnata entro il 2030 a portare allo 0,2% del reddito nazionale lordo il proprio contributo ai Paesi meno sviluppati.

Che si tratti di una svolta nella cooperazione internazionale e di un’agenda innovativa, tali da far parlare di «accordo storico», dal comunicato stampa al termine della Conferenza non emerge. Occorre trovare denaro, tanto denaro: «i finanziamenti», si legge, «sono il fulcro, il cardine del successo della nuova agenda». Vi si indicano 17 obiettivi di sviluppo sostenibile e gli strumenti sono in sostanza quelli di sempre: investire in tecnologia, infrastrutture, sostegno alle categorie sociali più deboli, aiuti ai Paesi poveri, incentivi alle micro imprese, iniziative in favore dell’occupazione giovanile. Nasceranno diversi nuovi organismi per favorire la realizzazione degli obiettivi di sviluppo: ad esempio, un Forum globale delle infrastrutture e nuove banche internazionali sviluppo. Nascerà forse anche un ente intergovernativo delle Nazioni Unite per i governi dei Paesi meno sviluppati che li aiuti – questa è la richiesta – nella lotta all’evasione fiscale da parte delle multinazionali e li liberi dalle pressioni dei creditori e dei governi dei paesi ricchi.

La creazione di nuovi organismi non è esattamente una buona notizia, tanto meno una novità: vuol dire nuovi dipendenti, nuovi incarichi, nuovi dirigenti, e summit, e commissioni, tempi più lunghi per ogni cosa e altre spese da mettere a bilancio. Uno, tuttavia, sarebbe utile, che invece non è previsto: un ente che finalmente riuscisse a contrastare la corruzione a causa della quale spariscono miliardi di dollari della cooperazione allo sviluppo ogni anno. Il primato lo detiene la Somalia dove vanno persi sette dollari ogni 10, secondo un rapporto della Banca Mondiale. Ma il bollettino dei fondi della cooperazione allo sviluppo stornati, se esistesse, andrebbe aggiornato quotidianamente.

Corruzione a parte, sorge la domanda se sia prudente che dei Paesi industrializzati, ricchi, ma ormai da tempo con seri problemi economici, sociali, di disoccupazione specie giovanile, come ad esempio l’Italia, per giunta gravemente e sempre più indebitati, continuino a privarsi di così tante risorse donando denaro e prestandolo senza reali garanzie di vederselo restituire, invece di concentrare quante più energie possibili nel risanamento dell’economia per poi ripartire con più solide basi con aiuti e progetti di sviluppo se necessario.

© La Nuova BQ (19/07/2015)

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