L’Africa è la prima responsabile dei suoi problemi

Due notizie ai due capi opposti del continente africano. A Ovest, il nuovo presidente nigeriano, Buhari, trova le casse di Stato vuote. A Est, in Etiopia, la coalizione di governo vince il 100% dei seggi in parlamento. Entrambi i paesi sono ricchi sulla carta e in crescita, ma hanno una popolazione misera. Di chi è la colpa?

di Anna Bono

Due notizie incredibili arrivano dall’Africa. La prima riguarda la Nigeria dove il 22 giugno il presidente neoeletto, Muhammadu Buhari, in carica dal 29 maggio, ha annunciato ufficialmente che le casse dello stato sono praticamente vuote. Non solo: lo stato ha un debito di quasi 55 miliardi di euro, deve quasi un miliardo di euro alle ditte importatrici di carburante, da mesi non paga molti dipendenti pubblici; il tutto mentre l’economia è a terra e, a peggiorare la situazione, la benzina scarseggia con gravi danni per le moltissime attività che dipendono in parte o del tutto dai trasporti su strada e dai generatori usati dove manca la corrente elettrica (il 52% della popolazione vive senza) e per rimediare alle frequenti interruzioni nell’erogazione dove la corrente arriva.

Non sembrerebbe esserci niente di straordinario in tutto ciò, trattandosi di un paese africano. Già questo però è un errore, frutto di rappresentazioni fuorvianti, perchè, in realtà, la maggior parte dei paesi africani sono enormemente ricchi di materie prime. Ma, per di più, la Nigeria è il primo produttore di petrolio del continente. Lo produce ed esporta da quasi 60 anni. Inoltre, come quasi tutti gli stati africani, da anni vanta un buon tasso di crescita del Prodotto interno lordo: nel 2014 quasi il 7%. Secondo calcoli effettuati nel 2014, con un Pil di 479 miliardi di dollari la Nigeria è diventata la più grande economia del continente, togliendo il primato al Sudafrica.

Tuttavia, a 65 anni dall’indipendenza dalla Gran Bretagna che ha reso la Nigeria uno stato sovrano, l’80% dei nigeriani che lavorano dispongono di meno di due dollari al giorno per vivere e il 68% della popolazione è sotto la soglia di povertà, vale a dire ha un reddito inferiore a 1,25 dollari al giorno. Nell’Indice dello sviluppo umano 2015 delle Nazioni Unite il paese si trova al 152° posto, tra gli stati a basso sviluppo.

La seconda notizia arriva dal’Etiopia. Si tratta dei risultati delle elezioni legislative del 24 maggio, resi noti il 22 giugno. Il paese ha iniziato la propria transizione democratica nel 1991 quando un’insurrezione ha deposto il dittatore Menghistu Hailè Mariam mettendo fine al suo regime iniziato nel 1974 con il colpo di stato contro l’imperatore Haile Selassie. Da allora l’Etiopia è governata dall’Eprdf, Fronte democratico rivoluzionario del popolo etiope, sempre risultato vincente fin dalle prime elezioni almeno sulla carta multipartitiche svoltesi nel 2000. Ma – ecco la notizia incredibile – questa volta la coalizione dell’Eprdf ha stravinto, aggiudicandosi tutti i seggi, 547 su 547, e quindi anche l’unico che alle elezioni precedenti, nel 2010, era andato all’opposizione. Lo straordinario successo elettorale è confermato dai risultati relativi ai parlamenti dei nove stati della federazione: la coalizione di governo si è infatti assicurata quasi tutti i 1.987 seggi delle assemblee locali. La commissione elettorale, dopo l’annuncio dei risultati ufficiali, ha dichiarato che l’affluenza ai seggi è stata molto elevata e che le elezioni si sono svolte in maniera credibile, libera e corretta. Gli osservatori dell’Unione Africana a loro volta hanno descritto il voto come “calmo, pacifico e attendibile”, tale da “consentire alla popolazione di esprimere liberamente le proprie scelte”. Invece uno dei principali partiti all’opposizione, il Medrek, ha detto che quelle appena svolte non si possono neanche definire “elezioni” tanto sono state scorrette, sostenendo che nei mesi prima del voto molti suoi membri e sostenitori sono stati aggrediti, picchiati e arrestati. Il Semayawi, altro partito all’opposizione, le ha definite “la negazione stessa della democrazia”.

Alle elezioni del 2005, le prime veramente multipartitiche, l’opposizione aveva conquistato più di 150 seggi in parlamento e numerose cariche amministrative. La reazione del governo, allora guidato da Melles Zenawi, però era stata spietata: molti candidati dell’opposizione eletti erano stati arrestati, incluso il sindaco della capitale Addis Abeba che non ha mai assunto la carica, altri si erano salvati dandosi alla fuga, le manifestazioni di protesta dei loro sostenitori erano state represse brutalmente dalla polizia, con un bilancio di oltre 190 morti. Gli etiopi evidentemente hanno imparato la lezione.

Anche l’Etiopia registra tassi di crescita del Pil notevoli: 8,8% nel 2012, 9,7% nel 2013, 8,2% nel 2014. Ma anche in Etiopia la povertà è diffusa: un terzo della popolazione vive con meno di 1,25 dollari al giorno, il 73% della popolazione che lavora ha meno di due dollari al giorno a dispozione e il paese è 173° nell’Indice dello sviluppo umano.

Come è possibile? Come mai paesi in forte crescita economica sono così poveri? Le risposte più frequenti dicono che la colpa è delle multinazionali, dei fabbricanti di armi, dello sfruttamento da parte dei paesi ricchi e del loro egoismo che nega una spartizione equa delle risorse mondiali; poi ci sono i danni irreparabili della tratta degli schiavi (quella atlantica, su quella arabo-islamica si sorvola) e della colonizzazione (quella europea, le due precedenti, quella bantu e quella arabo-islamica, non si ammette neanche che siano state delle colonizzazioni). Negli anni 90 si è puntato per un lungo periodo come causa principale di povertà e mancato sviluppo sulla crescita demografica. Da qualche anno il fattore principale è diventato il global warming di origine antropica, che ha riportato la colpa sui paesi ricchi; e, da quando è apparsa sempre più evidente l’inconsistenza scientifica di quella teoria, il problema è il “cambiamento climatico” in generale.

Qualche idea alternativa sul perché il presidente Buhari ha trovato le casse dello stato vuote si ricava dalle indagini che continuano da anni a denunciare pratiche di corruzione e malgoverno sfrenate in quasi tutti gli stati africani e a quantificarne i danni. Dal 1960, anno dell’indipendenza, a oggi i proventi della vendita del petrolio stornati dalle casse dello stato in Nigeria superano i 400 miliardi di dollari. Il molto denaro che comunque è rimasto avrebbe dovuto essere usato per sviluppare settori produttivi moderni e infrastrutture: per lo meno per costruire delle raffinerie e non dover più acquistare all’estero carburanti e combustibili. Così non è stato.

Governi tanto irresponsabili e inaffidabili hanno mano libera dove le istituzioni politiche non sono altro che simulacri di democrazia, a incominciare dalle elezioni che, anche quando sono la “negazione stessa della democrazia”, tuttavia, per il fatto di essersi tenute, li legittimano agli occhi dei loro cittadini e del mondo intero.

© La Nuova BQ (26/06/2015)

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