Che cosa il papa deciderà dopo il sinodo. Una previsione ragionata

Riceviamo e pubblichiamo. L’autore della lettera è magistrato amministrativo a Roma e studioso di filosofia e di diritto.

di Sandro Magister

Ricevo e pubblico. L’autore della lettera è magistrato amministrativo a Roma e studioso di filosofia e di diritto.

Caro Magister,

l’infittirsi della discussione pubblica sul tema dei divorziati risposati mostra sempre più quanto sia intricata la via che dovrebbe condurre all’auspicata (da alcuni) o temuta (da altri) innovazione della disciplina vigente.

Questa discussione ha fatto emergere la posizione di dissenso di una parte significativa del cattolicesimo.

Il fatto che la suprema autorità ecclesiale si accinga a dire una nuova parola autorevole e vincolante su questo tema comporta che la posizione delle Chiese locali dovrà definitivamente chiarirsi in rapporto alla nuova decisione magisteriale, quale che ne sia il contenuto. E questo sarà comunque un effetto positivo.

È evidente che, se papa Francesco dovesse confermare la posizione tradizionale nel suo contenuto essenziale, verrebbe anche confermata l’inammissibilità delle prassi dissenzienti, con tutte le conseguenze, anche sul piano disciplinare e canonico, in ordine a un malinteso pluralismo ecclesiale.

Non riesco a pensare a quello che accadrebbe invece nel caso di una – assai ipotetica – decisione veramente innovativa nella sostanza. Si tratterebbe in effetti di una situazione inedita, veramente difficile da immaginare nella sua articolazione concreta e addirittura nella sua stesura “tecnica”: anche nella Chiesa esiste, nei momenti più importanti e solenni, un “mettere nero su bianco” che comporta tante esigenze e tante cautele.

Pare che la ricerca di una “soluzione pastorale” non intenda mettere in discussione le stringenti enunciazioni del Concilio di Trento riguardanti sia il sacramento del matrimonio sia quello della penitenza sia quello dell’eucaristia: enunciazioni peraltro dotate di un altissimo rilievo dogmatico e dottrinale (detto in generale e senza entrare nel problema della “nota teologica” propria di ciascuna di esse).

I novatori non intenderebbero, se ho ben capito, contraddire formalmente ed espressamente nessuna delle dottrine classiche: non si vuole considerare ufficialmente sciolto il primo matrimonio; non si vuole revocare la necessità dell’impegno a non più peccare mortalmente per ottenere l’assoluzione; non si vuole negare che per accedere alla comunione occorra non trovarsi in una situazione di peccato mortale, per di più manifesto; non si vuole riconoscere rilevanza di matrimonio alla seconda unione, in costanza di un precedente matrimonio valido e in assenza di una nuova celebrazione nella forma pubblica tridentina; non si vuole intaccare la dottrina classica circa la gravità oggettiva dei peccati contro il sesto comandamento. Tutte queste cose non si vogliono perché – a ben vedere – esse non sono possibili senza intaccare la sostanziale (uso questo termine in senso tecnico) continuità dottrinale nella Chiesa, del resto ben messa in evidenza da Giovanni XXIII nella magnifica allocuzione iniziale del Concilio Vaticano II, non sempre citata a proposito.

Ma allora, cosa possiamo attenderci? Probabilmente qualche novità che ponga in luce maggiormente il nesso dei fratelli penitenti – sicuramente non scomunicati – con la comunità ecclesiale nel periodo in cui essi sono lontani dall’eucarestia ma in cammino verso una piena riconciliazione con Dio e con la Chiesa.

Veramente non riesco a immaginare nulla di più e di diverso.

D’altra parte, ogni soluzione di semplice foro interno non sarebbe generalizzabile per definizione, in quanto destinata a muoversi sul delicatissimo profilo che attiene alla valutazione dell’elemento soggettivo di peccati che pure restano gravi dal punto di vista della materia oggettivamente considerata; e ancorata comunque al criterio di evitare il pubblico scandalo. E del resto si tratta di questioni riservate da sempre ai confessori, ma anche ai competenti organismi (penitenzieria e Sant’Uffizio) per loro stessa natura.

Se si intende invece innovare incisivamente la prassi pubblica senza toccare la dottrina, bisogna intendersi su cosa questo significhi. Vi sono degli spazi per mutamenti (del resto già in gran parte avvenuti) che non intacchino quei capisaldi. Ma le innovazioni più notevoli, quelle di cui si discute oggi, si pongono su un piano diverso, che è quello della “contraddizione performativa”: proclamare una verità a parole affermandone un’altra implicitamente presupposta da un comportamento con essa incompatibile.

Con ciò non si vuole negare il potere dell’autorità della Chiesa nel definire ancora meglio – nei limiti in cui ve ne sia lo spazio – la portata delle dottrine definite. Ma non sembra che la discussione attuale si ponga su questo impegnativo piano dogmatico: il che conferma ancora una volta che sembra fuori luogo riporre aspettative eccessive nell’esito sinodale. Anche perché si ha l’impressione – per incredibile che possa parere – che le proposte dei novatori non siano state preparate da un lavoro storico, teologico e canonistico di sufficiente ampiezza e profondità, e quindi adeguato alla natura del suo oggetto.

Francesco Arzillo

© Settimo Cielo (10/06/2015)

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