Sinodo. Roma ha parlato, ma la causa non è finita

La Civiltà Cattolica ha dettato agenda e conclusioni del prossimo sinodo sulla famiglia. Ma le cose potrebbero andare molto diversamente. Ultimi aggiornamenti da Francia, Germania, Argentina.

di Sandro Magister (08/06/2015)

La in-Civiltà ex-Cattolica
La in-Civiltà ex-Cattolica

L’intervista del gesuita Antonio Spadaro al teologo domenicano Jean-Miguel Garrigues, sull’ultimo numero de La Civiltà Cattolica, continua a far discutere. La Civiltà Cattolica, infatti, non è una rivista qualsiasi. È stampata ogni volta con il previo controllo delle autorità vaticane, in alcuni casi fino al grado più alto. E il suo direttore Spadaro vanta una prossimità molto forte a papa Francesco.

Hanno quindi particolarmente colpito sia la perentorietà con cui Spadaro e Garrigues hanno dettato l’agenda del prossimo sinodo sulla famiglia: “Spetta al sinodo e al Santo Padre dire fino a che punto la Chiesa può spingersi per aiutare casi particolari di naufraghi del matrimonio in una linea di indulgenza e clemenza”. Sia la sbrigatività con cui ne hanno prospettato le possibili conclusioni. In almeno due “casi particolari”, infatti, la rivista ha esplicitamente optato per la comunione ai divorziati risposati.

Suscitando l’immediata reazione di un altro teologo domenicano, che ha smontato su entrambi i punti gli argomenti del confratello Garrigues:
> Sinodo. Due gesuiti e due domenicani a duello

UN CASO DI SCUOLA

Delle due eccezioni al divieto della comunione ai divorziati risposati proposte da La Civiltà Cattolica la più istruttiva è la prima, perché è da tempo anche la più frequentemente adottata nella pratica pastorale.

Padre Garrigues l’ha formulata così: “Penso ad una coppia della quale un componente è stato precedentemente sposato, coppia che ha bambini e ha una vita cristiana effettiva e riconosciuta. Immaginiamo che la persona già sposata abbia sottoposto il precedente matrimonio a un tribunale ecclesiastico che ha deciso per l’impossibilità di pronunciare la nullità in mancanza di prove sufficienti, mentre loro stessi sono convinti del contrario, senza avere i mezzi per provarlo. Sulla base delle testimonianze della loro buona fede, della loro vita cristiana e del loro attaccamento sincero alla Chiesa e al sacramento del matrimonio, in particolare da parte di un padre spirituale esperto, il vescovo diocesano potrebbe ammetterli con discrezione alla penitenza e all’eucaristia senza pronunciare una nullità di matrimonio”.

E così gli ha replicato il confratello teologo: “È come dire che se degli esperti in materia, che vi dedicano molto tempo, non sono riusciti a individuare la prova della nullità del vincolo, allora il vescovo, che non è uno specialista in campo matrimoniale, nella sua anima e in coscienza, potrà far affidamento dopo uno o due colloqui sulla buona fede degli sposi e sull’attestazione della loro guida spirituale.

“Si risponderà: ‘Ma il loro matrimonio è nullo’. In questo caso, se lo è veramente, perché non sposarli? E perché agire in segreto, con riservatezza? Perché si hanno dei dubbi? E se non li si sposa, in che cosa il fatto che il loro primo matrimonio sia nullo cambierà il fatto che essi vivono assieme senza essere legittimamente sposati con un legame sacramentale? In che cosa ciò apre loro l’accesso all’assoluzione a all’eucaristia?

“Quando degli sposi alla fine si rivolgono ai tribunali ecclesiastici (quando lo fanno…) è perché pensano che vi sia un qualche fondamento alla nullità del loro vincolo, è perché sono convinti nella loro anima e coscienza che il loro matrimonio sia nullo. E se il tribunale non dà loro ragione, ne saranno per questo persuasi?  Dunque tutti coloro che si rivolgono ai tribunali ecclesiastici potranno dire che in coscienza il loro matrimonio è nullo, e il vescovo potrà assolverli tutti e autorizzare tutti a comunicarsi.

“Non resterebbe a quel punto che chiudere i tribunali, sostituiti dai vescovi, e persino le chiese, poiché anche un semplice matrimonio civile produrrebbe gli effetti di un matrimonio sacramentale”.

Ciò che è interessante notare è che questo stesso “caso particolare” ora illustrato da La Civiltà Cattolica era già stato fatto oggetto d’esame da parte del magistero della Chiesa – con esito negativo – nella Lettera circa la comunione eucaristica ai fedeli divorziati-risposati pubblicata nel 1994 dalla congregazione per la dottrina della fede.

Nel ripubblicare in forma di libro nel 1998 questa stessa lettera, la congregazione l’aveva corredata di un’introduzione dell’allora suo cardinale prefetto Joseph Ratzinger e dei commenti dei cardinali Dionigi Tettamanzi e Francesco Pompedda.

Pompedda, un illustre canonista che godeva di alta stima anche in quel Gotha del progressismo che è la “scuola di Bologna”, aveva messo in evidenza come il diritto canonico e la prassi giudiziaria della Chiesa non consentano di contrapporre il foro interno al foro esterno, ma nemmeno trascurino le convinzioni di coscienza dei fedeli, tant’è vero che ammettono come prova sufficiente di nullità di un matrimonio anche “le sole dichiarazioni delle parti, naturalmente ove tali dichiarazioni offrano garanzia di piena credibilità”.

E Tettamanzi, specialista in teologia della famiglia, aveva anche lui respinto, facendosi forte dell’enciclica dottrinale di Giovanni Paolo II Veritatis splendor, la “stortura” di attribuire alla sola coscienza “ogni potere di decisione sulla base delle propria convinzione”.

Oggi l’anziano cardinale Tettamanzi ha ritrattato quelle sue posizioni, stando a quanto ha scritto in un suo libretto di quest’anno dal titolo Il Vangelo della misericordia per le famiglie ferite, edito dalla San Paolo, nel quale definisce “plausibile” dare la comunione ai divorziati risposati.

Ma questo è solo un ennesimo segnale di come su questa materia tutto nella Chiesa sia stato rimesso in discussione, anche ciò che sembrava definitivamente stabilito fino all’elezione a papa di Jorge Mario Bergoglio.

LA DISCUSSIONE IN FRANCIA

Particolarmente vivace, in questi giorni, è la discussione che avviene nell’area franco-tedesca, quella dove la corrente innovatrice ha le sue punte più avanzate.

Sull’altra sponda rispetto al summit a porte chiuse convocato il 25 maggio nella Pontificia Università Gregoriana di Roma dai presidenti delle conferenze episcopali di Germania, di Francia e di Svizzera assieme ad alcune decine di esperti, tutti accesi fautori di cambiamenti in materia di divorzio e omosessualità, sono almeno due i vescovi di queste stesse regioni che sono usciti ultimamente allo scoperto in argomentata difesa della dottrina e della prassi tradizionali del matrimonio.

In Francia è intervenuto il vescovo di Ajaccio, Olivier de Germay, sul quotidiano cattolico La Croix:
> Divorcés remariés: la fidélité est-elle possible?

De Germay è stato eletto dalla conferenza episcopale francese come primo uomo di riserva nel caso in cui uno dei suoi quattro delegati al prossimo sinodo debba essere sostituito. Ma non è escluso che a Roma ci vada comunque, poiché tra i quattro eletti ce n’è uno, il cardinale di Parigi André Vingt-Trois, che è già membro di diritto del sinodo, in quanto suo co-presidente.  Nel suo intervento su La Croix De Germay richiama l’attenzione soprattutto sulla generale perdita di significato dell’eucaristia come sacrificio, che sommata alla comunione ormai fatta indiscriminatamente da tutti i fedeli ha reso incomprensibile il partecipare all’eucaristia senza comunicarsi. Quando invece proprio “il desiderio della comunione” consentirebbe ai divorziati risposati di scoprire e testimoniare il senso profondo dell’eucaristia nella vita di ciascuno, così che “lungi dall’essere una punizione, il fatto di non comunicarsi diventi una missione”.

Nell’area francofona un’altra cittadella di resistenza a cambiamenti sostanziali della dottrina e della prassi in materia di matrimonio e omosessualità è costituita dai teologi domenicani della rivista Nova et Vetera stampata a Friburgo, in Svizzera:
> Sinodo. La proposta di una “terza via”

Ma come si è visto nella polemica innescata da La Civiltà Cattolica, tra i seguaci francofoni di san Domenico sono ben presenti e attivi anche i sostenitori del cambiamento.

È domenicano e francese, ad esempio, il vescovo di Algeri, Jean-Paul Vesco, che in un volumetto edito recentemente in Italia da Queriniana, dal titolo Ogni vero amore è indissolubile, teorizza l’esigenza di non mettere in relazione esclusiva l’indissolubilità e il matrimonio sacramentale, consentendo ai divorziati risposati di ottenere perdono e fare la comunione. Vesco rappresenterà i vescovi algerini al sinodo dell’ottobre prossimo. E sarà quindi uno dei pochissimi vescovi africani – forse non più di due: l’altro è Gabriel C. Palmer-Buckle, del Ghana – favorevoli a dei cambiamenti.

IN GERMANIA

Non meno animata è la discussione in corso in Germania, cioè nell’occhio del ciclone. Qui il più battagliero dei vescovi impegnati in difesa della tradizione è il giovane presule di Passau, Stefan Oster.

Il suo ultimo, robusto intervento è uscito inizialmente, in tedesco, sul sito web della diocesi, ma è ora leggibile anche in francese sul numero di giugno del mensile La Nef:
> L’oubli de Dieu et la sexualité

Il nocciolo dell’argomentazione di Oster è espresso fin dal titolo, “perché là dove Dio non esiste più, alla fine tutto è permesso, per riprendere una formula provocatoria di Dostoievski”. Questo è ciò che accade – egli osserva – anche nel campo della sessualità: “là dove Dio è dimenticato non c’è più riferimento ultimo come criterio decisivo di verità”. E quindi, in questi tempi così fortemente marcati dall’eclisse di Dio, prima ancora di enunciare dei principi morali è decisivo ritrovare “un Dio che ci ama e che proprio per questo non è indifferente alla nostra maniera di vivere, particolarmente in quanto esseri sessuati”.

C’è una forte consonanza tra queste riflessioni del vescovo di Passau – come pure del vescovo di Ajaccio – e quelle del cardinale guineano Robert Sarah, prefetto della congregazione per il culto divino, anche lui molto impegnato nel dibattito sinodale e fresco autore di un libro dal titolo emblematico: Dieu ou rien, Dio o niente:
> Un papa dall’Africa nera

Ciò che più distingue questi interventi è il loro andare in profondità, alle radici ultime delle questioni. Ed è ciò che accade, ad opera di alcuni autori, anche nella critica delle tesi di Walter Kasper, cioè del cardinale e teologo che su mandato di papa Francesco ha aperto ufficialmente l’attuale discussione sul matrimonio e la sessualità, con la relazione d’apertura al concistoro cardinalizio del febbraio 2014.

C’è ad esempio, nell’area di lingua tedesca, una critica alle tesi di Kasper che è stata formulata una prima volta il 4 novembre 2014 all’istituto filosofico-teologico Benedikt XVI-Heiligenkreuz di Vienna dal professor Thomas Heinrich Stark, ma che da qualche settimana circola anche tradotta integralmente in inglese, a disposizione di un pubblico più vasto:
> Historizität im Denken Walter Kaspers und der Einfluß des deutschen Idealismus

Al fine di comprendere e valutare le posizioni di Kasper in ordine al sinodo sulla famiglia, Stark ha scelto infatti di andare alle radici filosofiche del pensiero del cardinale, da lui individuate soprattutto nel suo saggio del 1972, Einführung in den Glauben, introduzione alla fede. “L’asse della fondazione filosofica di Kasper – sostiene Stark – è la relazione che egli istituisce tra verità e storicità”, per cui “non è la natura ma la storia la dimensione nella quale come cristiani incontriamo Dio”. Ne discende che “una fondazione della morale sulla legge naturale è impossibile”. Tutto diventa negoziabile, comprese le concezioni del matrimonio e della famiglia. E quindi tutto diventa politico. Nel discorso teologico di Kasper – conclude Stark – “il politico ha preso il posto della filosofia”.

IN ARGENTINA

La discussione, naturalmente, non è in corso solo in Europa ma attraversa tutto il mondo cattolico.

Dall’Argentina, ad esempio, questo sito ha rilanciato il mese scorso una serrata critica alle tesi di Kasper scritta da un giurista cattolico dell’arcidiocesi di Salta, José E. Durand Mendioroz:
> Sinodo. Una voce controcorrente dall’Argentina

Ma sempre in Argentina si levano voci che invece sono risolutamente a favore dei cambiamenti proposti dal cardinale Kasper. Una di queste voci è quella di un parroco di Buenos Aires, Carlos Baccioli, che è nello stesso tempo giudice del tribunale nazionale argentino e docente di medicina legale nella Pontificia Universidad Católica della capitale. Tramite il suo arcivescovo Mario Aurelio Poli, egli ha fatto pervenire a Roma, alla segreteria del sinodo, un’articolata risposta alla domanda numero 38 del questionario preparatorio, quella riguardante la comunione ai divorziati risposati. Ed è una risposta interamente costruita “per auctoritates”, cioè con uno sterminato elenco di cardinali, vescovi, teologi antichi e recenti, tutti favorevoli all’ammissione dei divorziati risposati alla comunione eucaristica, con ampi stralci di loro interventi.

Tra i vescovi, ad esempio, è citato il melchita Elias Zoghby, l’unico che nel Concilio Vaticano II si pronunciò in tal senso. Oppure hanno largo spazio i tre vescovi tedeschi, tra i quali Kasper, che negli anni Novanta proposero tale soluzione ma furono bloccati dalla Santa Sede. Oppure ancora sono in evidenza il cardinale Carlo Maria Martini, l’altro tedesco Robert Zollitsch, il neozelandese John Atcherley Dew, quest’ultimo fatto cardinale da papa Francesco. Tra i numerosi teologi citati è dato rilievo all’italiano Giovanni Cereti, fonte principale della ricostruzione fatta da Kasper della prassi dei primi secoli cristiani, come anche al tedesco Eberhard Schockenhoff, personalità di punta nel summit alla Gregoriana dello scorso 25 maggio. Curiosamente, verso la conclusione del testo, ha un grande spazio anche la “auctoritas” del cardinale e poi papa Joseph Ratzinger, con un collage di sue citazioni tutte presentate come aperte a un cambiamento.

Da tutto ciò, Baccioli ricava questi quattro punti conclusivi, circa l’attitudine che i sacerdoti dovrebbero tenere verso i divorziati risposati:

  • Prima di tutto trattarli bene, come si devono trattare bene tutte le persone, praticanti e non praticanti, che si avvicinano alla Chiesa.
  • Ascoltarli per sapere quali sono stati i motivi del loro divorzio.
  • Se il sacerdote ritiene che vi siano cause di nullità, inviarli alla rispettiva curia diocesana, perché parlino con qualche esperto in diritto canonico che indichi loro dove e come avviare la causa relativa al loro matrimonio.
  • Non negare loro la comunione sacramentale, nei casi esposti dagli autori che abbiamo citato.

Fonte: chiesa.espresso.repubblica.it

 

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