Sinodo 2015. Due gesuiti e due domenicani a duello

Ad accendere la disputa è La Civiltà Cattolica, con due eccezioni al divieto della comunione ai divorziati risposati proposte congiuntamente da un seguace di sant’Ignazio e da uno di san Domenico. Con le immediate reazioni critiche di due loro confratelli.

di Sandro Magister (2 giugno 2015)

Sull’ultimo numero de La Civiltà Cattolica, la rivista dei gesuiti di Roma stampata con il previo controllo delle autorità vaticane, in un articolo firmato dal suo direttore, padre Antonio Spadaro, a un certo punto si legge: «La rigidità dottrinale e il rigorismo morale possono portare anche i teologi a posizioni estremiste, che sfidano il sensus fidei dei fedeli e perfino il semplice buon senso. Una recente cronaca giornalistica cita, elogiandola, la lettera di un teologo americano che fa queste affermazioni insensate: “Qual è, in questo caso, il male più grave? È quello di prevenire la concezione – e l’esistenza – di un essere umano dotato di un’anima immortale, voluto da Dio e destinato alla felicità eterna? Oppure interrompere lo sviluppo di un bambino nel ventre di sua madre? Un tale aborto è certamente un male grave ed è qualificato dalla Gaudium et spes come crimine abominevole. Ma esiste comunque un bambino che vivrà eternamente. Mentre, nel primo caso, un bambino che Dio volesse vedere venire al mondo non esisterà mai”. Con questo ragionamento si ritiene, dunque, più accettabile l’aborto che la contraccezione. Incredibile!».

A esprimersi così è un rinomato teologo dell’ordine di san Domenico, il francese Jean-Miguel Garrigues, accompagnato nella redazione de La Civiltà Cattolica dal cardinale di Vienna Christoph Schönborn, anche lui domenicano e suo amico, e lì intervistato da padre Spadaro. Il quale a sua volta dice di concordare pienamente con lui: “Sì, condivido il suo giudizio. Ho letto anch’io quelle parole e sono rimasto sconvolto dalla loro lucida insensatezza”.

Né Garrigues né Spadaro dicono il nome del teologo che mettono sotto accusa. Ma la citazione che fanno è inequivoca. Essa è tratta da una lettera indirizzata lo scorso 29 gennaio a http://www.chiesa dal gesuita americano Joseph Fessio: > La Civiltà Cattolica non ha sempre ragione. Parola di gesuita.

Padre Fessio non è uno sconosciuto. Formatosi alla scuola teologica di Joseph Ratzinger – del cui circolo di discepoli, il Ratzinger Schülerkreis, è membro di spicco –, ha fondato e dirige negli Stati Uniti la casa editrice Ignatius Press, tra le cui recenti pubblicazioni ha fatto rumore il libro Remaining in the Truth of Christ, con gli interventi di cinque cardinali contrari alla comunione ai divorziati risposati.

Nella lettera, padre Fessio criticava ciò che un altro gesuita de La Civiltà Cattolica, Pierre de Charentenay, aveva scritto contro i vescovi delle Filippine, rimproverandoli di essere “arretrati” e “chiusi” rispetto ai lumi della modernità e alle sollecitazioni di papa Francesco a motivo della loro dura opposizione alla legge sulla “salute riproduttiva” voluta e fatta approvare nel loro paese dal presidente di fede cattolica Benigno Aquino. Garrigues e Spadaro però ignorano questo. Essi si avventano su un solo passaggio della lettera di padre Fessio, nel quale egli illustrava un caso specifico. La replica di Fessio è riprodotta più sotto. Ma essa tocca anche altri punti dell’intervista di Garrigues.

Anzitutto là dove questi esamina due casi di seconde nozze dopo un precedente matrimonio in chiesa proponendo in entrambi i casi l’ammissione alla comunione eucaristica.

Il primo caso: «Penso ad una coppia della quale un componente è stato precedentemente sposato, coppia che ha bambini e ha una vita cristiana effettiva e riconosciuta. Immaginiamo che la persona già sposata abbia sottoposto il precedente matrimonio a un tribunale ecclesiastico che ha deciso per l’impossibilità di pronunciare la nullità in mancanza di prove sufficienti, mentre loro stessi sono convinti del contrario, senza avere i mezzi per provarlo. Sulla base delle testimonianze della loro buona fede, della loro vita cristiana e del loro attaccamento sincero alla Chiesa e al sacramento del matrimonio, in particolare da parte di un padre spirituale esperto, il vescovo diocesano potrebbe ammetterli con discrezione alla penitenza e all’eucaristia senza pronunciare una nullità di matrimonio».

Il secondo: «È più delicato. È quello in cui, dopo il divorzio e il matrimonio civile, i congiunti divorziati hanno vissuto una conversione a una vita cristiana effettiva, di cui può essere testimone tra gli altri il padre spirituale. Essi credono comunque che il loro matrimonio sacramentale sia stato veramente tale e, se potessero, cercherebbero di riparare la loro rottura perché vivono un pentimento sincero: ma hanno dei bambini, e d’altronde non hanno la forza di vivere nella continenza. Che cosa fare in questo caso? Si deve esigere da loro una continenza che sarebbe temeraria senza un carisma particolare dello Spirito? Si tratta di domande su cui si dovrà riflettere».

Inoltre, Fessio reagisce al confratello Spadaro là dove questi lo assimila a “coloro che si erano scandalizzati quando alcune missionarie, esposte in certe regioni del mondo in guerra al pericolo di essere violentate, erano state autorizzate a prendere preventivamente la pillola contraccettiva”.

E poi ancora Fessio ribatte a Garrigues là dove questi lo infila nella «stessa corrente che ha criticato l’opinione personale di Benedetto XVI nel suo libro La luce del mondo (2010), perché aveva detto: “In determinati casi, quando l’intenzione è quella di ridurre il rischio di contagio, l’uso del preservativo può essere un primo passo per aprire la strada a una sessualità più umana, vissuta diversamente. Ci possono essere casi individuali, come quando un uomo che si prostituisce usa il preservativo, in cui questo può essere un primo passo verso una moralizzazione, un inizio di responsabilità che permetta di prendere nuovamente coscienza che non tutto è permesso e che non si può fare tutto quello che si vuole”. Per gli oppositori di papa Benedetto XVI il preservativo è intrinsecamente cattivo, indipendentemente da ogni considerazione sulle circostanze del suo uso».

Di questa controversia, coronata da una nota della congregazione per la dottrina della fede, http://www.chiesa aveva dato conto a suo tempo in questi cinque servizi:

> Fuoco amico su Benedetto XVI. Per colpa di un preservativo (1.12.2010)

> Chiesa e profilattico. Il “no” degli intransigenti (4.12.2010)

> Su condom e AIDS il papa è sceso dalla cattedra (11.12.2010)

> Etica sessuale. Sei professori discutono il caso Ratzinger (18.12.2010)

> Il professor Rhonheimer scrive. E il Sant’Uffizio gli dà ragione (22.12.2010)

Va anche notato che il caso aborto/contraccezione sollevato a fine gennaio da padre Fessio è stato ampiamente approfondito in una prolungata discussione tra lui e il teologo canadese Michel Fauteux, del tutto ignorata da La Civiltà Cattolica> Contraccezione e aborto. Qual è il male maggiore? (28.4.2015)

Ma lasciamo la parola a padre Fessio. E subito dopo a un altro teologo, non gesuita ma domenicano, che critica ancor più a fondo le due eccezioni al divieto della comunione ai divorziati risposati proposte dal confratello Garrigues su La Civiltà Cattolica.

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Sandro,

Non sono sicuro che valga la pena di una risposta a La Civiltà Cattolica, perché la critica di padre Garrigues non affronta quello che ho effettivamente detto, ma piuttosto ciò che noi chiamiamo un argomento “fantoccio”. Lui cita infatti una parte di quello che ho scritto, ma non la parte che specifica il caso particolare sul quale fondo la mia conclusione.

Ma per quello che vale:

1. Nel suo insieme, l’intervista è inappuntabile, soprattutto quando padre Garrigues parla in termini generali, cioè per la maggior parte del tempo. Ma quando porta esempi specifici – i due casi alle pagine 507-509 – precipita dalla zona limite del caso 1 nell’abisso del caso 2.

Naturalmente – caso 1 – se vi è la certezza morale che non c’era nessun vero matrimonio in prima battuta, allora una soluzione pastorale di “epieikeia” può essere accettabile; qui non c’è adulterio, perché non c’era in realtà nessun precedente matrimonio.

Ma nel caso 2 – il “più delicato” –, nel quale la nuova coppia riconosce come valido e sacramentale il precedente matrimonio ma “non ha la forza di vivere in una continenza che sarebbe temeraria senza un carisma particolare dello Spirito”, noi abbiamo una situazione di adulterio oggettivo: un rapporto coniugale al di fuori di un matrimonio valido. Così, secondo padre Garrigues, Dio non darà ai due la grazia necessaria per evitare il peccato. Hanno bisogno le persone di un “carisma speciale” per evitare la fornicazione quando la voglia è così forte che non hanno la “forza” di resistervi?

2. A pagina 504, padre Garrigues comincia la sua risposta alla battuta di padre Spadaro secondo cui abbiamo bisogno di essere “attenti a salvare i perduti, e non solamente preoccupati di non perdere i salvati”, dicendo: “La rigidità dottrinale e il rigorismo morale possono portare anche i teologi a posizioni estremiste”. E come esempio di questa rigidità, rigorismo ed estremismo, egli cita una parte dell’argomentazione che ho fatto.

Nel mio argomentare originale, e immediatamente prima delle mie parole che egli cita, ci sono queste altre parole:

“Chiedo: è vero che l’aborto è un male peggiore della contraccezione, e anche ‘decisamente più grave’? Non necessariamente. Prendiamo il caso di coppie sposate che senza grave necessità utilizzano la contraccezione per rinviare la nascita di figli per anni, dopo che si sono sposati. Certamente in alcuni casi la volontà di Dio per loro è che siano aperti a una nuova vita”.

Si noti che ho presentato un caso molto specifico, e l’ho fatto proprio per affermare che l’aborto non è necessariamente in tutti i casi più grave della contraccezione. Ma dopo aver omesso il caso specifico su cui si basa il mio argomento, padre Garrigues cita solo ciò che segue. Eppure anche lui, sebbene introduca questa citazione monca qualificando ciò che dico come “affermazioni insensate”, inizia la citazione monca con “Qual è, in questo caso, il male più grave?” (la sottolineatura è mia). Dopo aver omesso intenzionalmente il “caso” che governa ciò che segue, egli conclude: “Con questo ragionamento si ritiene, dunque, più accettabile l’aborto che la contraccezione. Incredibile!”.

Ciò che è incredibile – o forse no – è che qualcuno che sostiene di essere uno studioso proceda in questo modo. La mia posizione può essere sbagliata. Ma padre Garrigues non l’ha confutata, perché in realtà non ha portato neanche un solo argomento contro di essa. Non ho mai sostenuto che ogni atto di contraccezione sia un male più grave dell’aborto. E neanche il caso specifico che ho fornito esige la conclusione generale che egli ne trae.

Inoltre egli si riferisce al mio “ragionamento” (che non è affatto mio) come “simile a quello di coloro” che si scandalizzarono per il fatto che alcune suore che si trovavano in pericolo di essere violentate in una regione dilaniata dalla guerra avessero preso dei contraccettivi. Questo non ha nulla a che fare con il caso ho presentato. Perciò io rispondo semplicemente: “Non è simile”.

Più avanti egli sostiene che “la stessa corrente” (che non è la stessa, e non è una “corrente” perché io non sono a conoscenza di nessun altro che abbia argomentato così) si oppone a ciò che Benedetto XVI ha scritto in Luce del mondo a proposito dell’uso dei preservativi per prevenire l’AIDS. Ancora una volta, questo non ha nulla a che fare con il caso che ho presentato.

Pax et bonum,

P. Joseph Fessio, S.J.

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La rivista dei gesuiti di Roma che ha pubblicato l’intervista a padre Garrigues: > La Civiltà Cattolica

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E QUESTA È LA REPLICA DI UN ALTRO TEOLOGO, NON GESUITA MA DOMENICANO

Cher Sandro,

Je suis mille fois d’accord avec l’article du frère Jean-Miguel Garrigues O.P. sur “La Civiltà Cattolica”. Sauf lorsqu’il en vient à présenter deux cas “limites” comme deux exceptions.

Là, j’ai cru que c’était… les jésuites qui avaient inséré un passage qui n’était pas de lui. Mais non : c’est bien de lui, il me l’a confirmé lui-même.

*

Dans sa première exception, ça revient à dire que si des hommes du métier, qui y passent beaucoup de temps, n’ont pas pu faire la preuve de la nullité du lien, alors l’évêque, qui n’est pas un spécialiste du mariage, en son âme et conscience, pourra passer par dessus au terme d’un ou deux entretiens, sur la bonne foi des époux et l’attestation de leur accompagnateur spirituel.

On répondra : “Mais leur mariage est nul”. Dans ce cas, s’il est vraiment, pourquoi ne pas les marier? Et pourquoi alors agir en secret, dans la discrétion ? Parce qu’on a des doutes ? Et si on ne les marie pas, en quoi le fait que leur premier mariage soit nul changera le fait qu’ils vivent ensemble sans être mariés légitimement dans un lien sacramentel ? En quoi cela leur ouvre-t-il l’accès à l’absolution et à l’eucharistie?

Quand des époux se présentent finalement à l’officialité (quand ils le font…), c’est qu’ils pensent qu’il y a quelque fondement à la nullité de leur lien, c’est qu’ils sont convaincu en leur âme et conscience que leur mariage est nul. Et si le tribunal ne leur donne pas raison, vont-ils être convaincus pour autant ? C’est donc tous ceux qui se présentent à l’officlalité qui pourront dire qu’en conscience leur mariage est nul, et l’évêque pourra tous les absoudre, et tous les autoriser à communier.

Il n’y a donc plus qu’à fermer les officialités, remplacées par les évêques, et même les églises, puisque un simple mariage civil entraîne les effets d’un mariage sacramentel.

*

Dans sa seconde exception, les époux à l’inverse sont convaincus que leur mariage est sacramentel. Mais ils n’étaient pas convertis, donc la grâce n’a pas produit de fruit. Mais ils se sont convertis depuis : reviviscence de la grâce matrimoniale. Problème : depuis, ils ont divorcé et ils se sont remariés. Comme ils sont convertis, ils voient le problème, et s’ils le pouvaient, ils aimeraient bien “réparer” leur divorce et leur remariage. Mais ils ne le peuvent pas, puisqu’il y a des enfants. Et comme ils n’ont pas reçu une grâce spéciale de l’Esprit saint, ils n’ont pas la force de la continence. Alors, comme ce sont de bons chrétiens, on va les admettre à l’eucharistie.

Dans ce cas, c’est très bien, on va pouvoir la donner à tous les divorcés remariés qui restent pratiquant, parce que sont de bons pratiquants. Ah, c’est vrai, ils sont divorcés remariés, et ils reconnaissent que leur premier mariage était le bon, donc que leur second est illégitime, donc ils sont adultères ? Mais à part ça, ce sont de bons chrétiens, et puisque ce sont de bons chrétiens, on va leur donner accès aux sacrements : la pénitence et l’eucharistie.

On passe donc du “je suis pécheur, donc je dois changer de vie” au “je suis bon chrétien, donc l’Église doit changer la règle”.

On répondra : mais ce sont des exceptions, qui ne concerneraient en réalité que peu de monde. Vraiment ? Ça peut concerner tous les divorcés remariés qui pratiquent encore. Les autres, qui ne pratiquent plus, ils se passent déjà de la reconnaissance de l’Église, à laquelle ils ont cessé de demander des comptes.

*

Avec ces deux exceptions, on finit par couvrir tous les cas : que le mariage sacramentel soit valide ou pas, ce sont de bons chrétiens, donc on leur donne accès à l’eucharistie, sans plus se demander si la situation dans laquelle ils vivent n’entre pas en contradiction avec la parole du Christ qui nous dit que celui qui vit avec une personne qui n’est pas son conjoint légitime est adultère, et que les adultères n’ont pas part au Royaume. Ils n’ont pas part au Royaume, mais on leur donnera part au sacrement du Royaume, ils mangent et ils boivent leur propre condamnation d’après l’Apôtre, mais tout va bien.

On rappelle dans l’article de “La Civiltà Cattolica” que le Saint Office a condamné en 1690 le “tutiorisme”. Mais on oublie de dire que la congrégation pour la doctrine de la foi a condamné ces deux propositions en 1994, avec la “Lettre aux évêques sur l’accès à la communion eucharistique des divorcés remariés”, par le cardinal Ratzinger, et en 1998, “À propos de quelques objections à la doctrine de l’Eglise concernant la réception de la communion eucharistique de la part des fidèles divorcés remariés”, toujours par le cardinal Ratzinger. Sans parler de “Familiaris Consortio” n. 84 du 1981, de “Sacramentum Caritatis” n. 29 du 2007, du Code de droit canonique, du Catéchisme de l’Église catholique, etc…

C’est incroyable que un théologien comme le frère Garrigues ne voie pas que l’exception qu’il propose au titre de l’épikie revient exactement à la pratique des Églises orientales de faire des “exceptions”, qui ouvrent peu à peu la porte à d’autres et ruinent dès le début et toujours plus le principe de l’indissolubilité. C’est exactement la demande d’un autre théologien, Basilio Petrà. C’est mettre fin à deux mille ans de fidèlité, pour se mettre à la traîne des orthodoxes qui n’ont pas été fidèles au Seigneur sur ce point.

Les deux exceptions proposées par “La Civiltà Cattolica” admettent à l’eucharistie sans renonciation à son péché : exactement le contraire de ce que l’Église a toujours demandé.

Au nom de la fermeté des principes et de la souplesse des exceptions, on en revient à abandonner la nécessité de se convertir pour obtenir le pardon, ce qui ne souffre aucune exception, on en vient à entrer en contradiction avec la parole du Christ au nom de la miséricorde, alors que c’est le Christ qui nous fait miséricorde dans la pénitence, qui ne veut pas la mort du pécheur mais qu’il vive, en changeant de vie.

Bonne Fête de la Trinité !

Le 31 mai 2015

(Lettera firmata)

__________

Fonte: chiesa.espresso.repubblica.it

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