L’abc del cattolico secondo un cardinale americano

La Chiesa come strada per incontrare Cristo oggi, manifestare il Regno di Dio nel mondo, opere di carità con una chiara identità cattolica, riconoscimento dei propri peccati per godere della Misericordia. Così l’arcivescovo di Washington – di orientamento progressista – prova a chiarire le idee.

di Lorenzo Bertocchi

Oggi ci chiediamo spesso cosa significhi essere cattolici. La questione se l’è posta anche il cardinale Donald Wuerl, arcivescovo di Washington. Ne è venuta fuori una lettera pastorale, interessante anche di qua dall’Atlantico. In primis ci ricorda cosa non è la Chiesa. “Non è un negozio, un club, o un gruppo di interesse”, scrive il cardinale, deludendo subito le attese dei tanti che la vedono solo come una lobby qualsiasi. “La Chiesa non è il risultato di persone con idee affini che si uniscono e decidono di formare una organizzazione, né decidono il suo insegnamento per voto popolare o tendenze sociali”.

Il card. Wuerl saluta papa Francesco.
Il card. Wuerl saluta papa Francesco.

“La sua struttura gerarchica”, e qui sfida un pregiudizio duro a morire, “procede da Gesù, quando annunciò “Tu sei Pietro e su questa pietra edificherò la mia Chiesa” (Mt 16, 18). Nell’Una, Santa, Cattolica e Apostolica, c’è il dono inestimabile dei sette sacramenti, canali di grazia troppo spesso dimenticati e sviliti. “Essere cattolici”, si legge nella lettera, “significa riconoscere il ruolo della Chiesa come il vero strumento creato e dato a noi da Gesù perché la sua opera, compiuta con la sua morte e Resurrezione, possa essere riattualizzata oggi e applicata a noi.”

Essere cattolici non è un fatto privato, ma ci chiama ad andare fuori, “verso le periferie” direbbe il Papa. Si tratta di edificare il Regno di Cristo, quella regalità sociale di Nostro Signore che non è appannaggio di qualche etichetta, ma un’esigenza cattolica. “Siamo chiamati a manifestare il Regno di Dio”, scrive Wuerl, “non solo dentro le nostre chiese, ma nel mondo, edificando il bene comune. Quando corrispondiamo alla grazia di Dio, stiamo estendendo il regno, siamo nella condizione di essere immagine di Cristo per tutti quelli che incontriamo”. Tertulliano nella sua opera “Apologeticum” (sec. II) ricorda che i primi cristiani si distinguevano per una carità fuori dal comune: orfani, indigenti, donne, bambini, anziani, malati, tutti erano amati per il semplice fatto di essere persone. Un fuoco che divora, un amore che si mostra nell’azione. Love in action, dicono negli States, e a ben vedere questa è la missione permanente che vuole Papa Francesco per la sua Chiesa in uscita: una carità capace di instaurare il Regno. “La parola di Dio, i sacramenti e le nostre opere di carità”, esorta il cardinale di Washington, “possono trasformare i nostri cuori e ispirarci a cambiare il mondo”.

Tutto questo richiede però che sia custodita una vera identità cattolica, e per questo il cardinale indica la strada. “Quando andiamo nelle istituzioni della chiesa – parrocchie, scuole, università, organizzazioni caritative, centri sanitari e altri – questi dovrebbero riflettere una vera e propria identità cattolica, in comunione visibile con la Chiesa sia universale, che locale, e fedeltà alla dottrina cattolica”. Il problema in effetti c’è, perché capita non di rado che queste istituzioni svolgano la loro azione in aperto contrasto con ciò che la Chiesa propone di credere. A questo si aggiunga il fatto che molte legislazioni nel mondo rendono sempre più difficile poter svolgere un insegnamento e una opera veramente cristiana, soprattutto in materia bioetica. Per questo il cardinale Wuerl ricorda che “chiediamo e insistiamo sulla libertà di presentare e dimostrare pubblicamente la nostra fede nelle nostre scuole cattoliche e istituzioni basate sulla fede”.

Il giovane seminarista Donald Wuerl ritratto mentre stringe la mano a Paolo VI nel 1964.
Il giovane seminarista Donald Wuerl ritratto mentre stringe la mano a Paolo VI nel 1964.

In vista dell’anno giubilare della Misericordia non poteva mancare un riferimento. Innanzitutto ci viene ricordata una verità semplice, semplice. “È inevitabile che pecchiamo”, cioè il fatto che abbiamo bisogno del Medico, che non è venuto per i sani, ma per i malati. “Ma i nostri fallimenti morali”, avverte subito Wuerl, “non devono oscurare la nostra fede nella verità degli insegnamenti di Cristo”.

Poi aggiunge un ricordo personale. “Quando ero un giovane sacerdote nella decade tra il 1960 e il 1970, c’era molta sperimentazione e confusione nella Chiesa. Gli insegnanti e il clero sono stati incoraggiati da alcuni a comunicare l’esperienza dell’amore di Dio, ma senza riferimento al Credo, ai sacramenti, o la tradizione della Chiesa. Non ha funzionato molto bene. I cattolici sono cresciuti con l’impressione che il nostro patrimonio fosse poco più che un sentimento vagamente positivo su Dio”.

“Quegli anni di sperimentazione”, chiude Wuerl, “hanno lasciato molti spiritualmente e intellettualmente deboli, e incapaci di resistere allo tsunami di laicità che si è verificato negli ultimi decenni. Abbiamo perso molte persone, perché non siamo riusciti a insegnare sul bene e il male, il bene comune, la natura della persona umana. Questo ha lasciato molti senza la possibilità di ammettere che siamo peccatori, che abbiamo bisogno di Gesù, perché molti non sanno più che cosa è il peccato”. E non ci può essere misericordia senza riconoscere il proprio peccato.

© La Nuova BQ (01/06/2015)

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