José Granados: il matrimonio indissolubile è come vivere il tempo con gli occhi di Gesù

“La nostra cultura dei rapporti liquidi tende a vedere l’indissolubilità del matrimonio come un peso, perché guarda tutto dal punto di vista dell’individuo autonomo e del suo controllo sul tempo. Ma dal punto di vista dell’amore, che è il punto di vista di Gesù, l’indissolubilità è una forza e una capacità nuova”. Una riflessione in vista del Sinodo sulla Famiglia con José Granados, vicepreside dell’Istituto Giovanni Paolo II.

di Lorenzo Bertocchi

L’editore Cantagalli inaugura una collana dal titolo “Famiglia lavori in corso”, una serie di saggi per il cammino sinodale della Chiesa verso l’appuntamento dell’ottobre prossimo. I temi trattati sono quelli caldi, quelli che hanno segnato le accese discussioni tra i padri durante l’assise dello scorso autunno. Divorziati risposati, omosessualità, contraccezione, procreazione assistita, celibato, una serie di questioni che toccano la vita di tutti. Alla base il grande tema del rapporto tra pastorale e dottrina. Sono già in libreria i primi due volumi: Cosa ne pensa Gesù dei divorziati risposati?, di Luis Sanchez Navarro dell’Università San Damaso di Madrid, e Eucaristia e divorzio: cambia la dottrina?, firmato da José Granados, vicepreside dell’Istituto Giovanni Paolo II per studi su matrimonio e famiglia di Roma. La Nuova Bussola Quotidiana ha incontrato il prof. Granados che, tra l’altro, è stato recentemente nominato dal Papa consultore della Segreteria generale della prossima sessione del Sinodo dei vescovi.

Professor Granados il dibattito sui temi del Sinodo sulla famiglia, almeno sui media, ha visto proporsi una strana contrapposizione tra dottrina e pastorale. Ma veramente la dottrina soffoca il cuore dell’uomo?

La parola “dottrina” non ha oggi buona fama. Qualcosa di simile succede con la parola “verità”, poco apprezzata nel nostro tempo postmoderno. Ci sembra che parlare di verità sia parlare d’imposizione, di oppressione sulle nostre storie concrete. E la dottrina sembra anche una rete che imprigiona, che ostacola il movimento buono del cuore, che non apre, ma chiude orizzonti di novità. Tuttavia, per la fede cristiana, la parola dottrina ha un senso molto diverso, molto legato alla vita e all’esperienza concreta dell’incontro con Gesù. La dottrina non è una serie di enunciati astratti. Non è neanche un ideale evangelico, alla cui altezza sarebbe bello vivere, ma che sappiamo irraggiungibile per la maggioranza. La dottrina cristiana è vicina alla nostra vita perché consiste in un racconto: la storia dell’amore di Dio e della sua capacità di salvare l’uomo. La confessione di fede, nell’Antico Testamento, consisteva appunto nel ricordare la salvezza di Dio e ciò che ha promesso per il futuro di Israele. Nel cristianesimo, la dottrina è il racconto di Gesù, come racconto definitivo che illumina l’origine e la fine della storia. Nella dottrina c’è il ricordo e la speranza del suo grande viaggio di amore dal Padre al Padre. È chiaro che questo racconto non soffoca, ma allarga il cuore dell’uomo. Ci ricorda la nostra origine, offre un orizzonte ai nostri passi, ci dice a quale ritmo possiamo camminare… Ecco perché la dottrina è un elemento irrinunciabile per la pastorale, poiché è proprio del Buon Pastore accompagnare le pecore ai buoni pascoli ed evitare che perdano la strada. L’interesse alla dottrina è un interesse pastorale: poter offrire la pastorale del Buon Pastore. E non interessarsi alla dottrina è non interessarsi alla pastorale.

E allora qual’è il rapporto tra dottrina e vita cristiana?

La dottrina cristiana è il racconto di Gesù, il racconto di Dio che percorre la storia degli uomini. Ma questo si deve completare. La misericordia di Dio non si contenta di venire a noi e accompagnare i nostri passi. Essa è molto più grande: ci alza al suo livello, cambia il nostro cuore, ci riafferma nella nostra dignità perché possiamo alzarci e camminare con lui. La dottrina, allora, non è solo il racconto di Gesù, ma anche il nostro racconto; ci dice come noi possiamo camminare secondo i passi di Gesù, secondo il suo amore per sempre e il suo modo radicale di perdonare. Ecco perché la dottrina non ci dona solo il cosiddetto ideale evangelico, un ideale bello ma irraggiungibile. Al contrario, la dottrina nasce dall’incarnazione del Vangelo nella nostra vita: è una dottrina incarnata. Non ci dice: “sarebbe bello vivere così”, ma: “è possibile vivere così”, “ti è dato di vivere così”, d’accordo con il racconto vivo di Gesù. Se la dottrina ha la forma di un racconto, del nostro racconto, allora si rende profondamente interessante e possiede una grande luce pastorale. A quali sposi non interessa conoscere se la loro storia di amore durerà nel tempo, se ha fondamenta salde, se consente una promessa per sempre? A quale genitore non interessa se è possibile trasmettere ai figli un orizzonte perché camminino e crescano? La dottrina contiene questa memoria e questa speranza. In concreto, la dottrina sul matrimonio ci dice il modo in cui l’amore coniugale è accompagnato dal racconto di Gesù.

Il matrimonio e l’eucaristia, sono sacramenti. Qual è il loro rapporto con la dottrina?

I sacramenti, specie la Eucaristia, sono gli ambiti in cui la vita di Cristo ci tocca e ci incorpora a sé. I sacramenti sono la vita di Gesù che ci accompagna e ci comunica il suo ritmo, sono Gesù che ci dice: prendete, questo è il mio corpo, il mio amore, il mio tempo. Ecco allora che nei sacramenti, in tutta la liturgia, ci è consegnato in modo vivo, palpabile, incarnato, quel racconto del cammino di Dio con noi e di noi con Dio, che è la dottrina. Per questo si può dire che la dottrina nasce dai sacramenti. E che i sacramenti sono l’ambito proprio dove la dottrina si confessa. La Chiesa non confessa la sua fede solo con parole, ma con azioni concrete, comunitarie, visibili nel mondo e nella società. Così appare chiaro che la dottrina è dottrina incarnata, legata a un evento, al corpo e al tempo della nostra vita. In questo senso si spiega il famoso adagio “lex orandi, lex credendi”: il modo di celebrare la liturgia sta alla radice del modo di confessare la fede.

Molti, a proposito dell’accesso all’eucaristia delle coppie di divorziati risposati, sottolineano che la dottrina non è in discussione, ma si tratterebbe solo di una prassi pastorale. Altri dicono che in questo caso concedere l’accesso all’eucaristia, sebbene con condizioni, significa comunque modificare ciò che non è possibile modificare. Lei cosa ne pensa?

Appunto poiché la dottrina nasce dall’Eucaristia, poiché è un’irradiazione di ciò che succede nell’incontro eucaristico con Cristo, la questione analizzata dal Sinodo è una questione dottrinale. Come ho detto, la Chiesa confessa la sua fede, anzitutto, nella celebrazione liturgica: modificare la liturgia eucaristica, in un punto così centrale come è la comunione, ha necessariamente conseguenze dottrinali. Toccare l’Eucaristia, possiamo dire, non è solo toccare la dottrina, ma toccare la fonte da dove nasce la dottrina. Ciò che è in gioco in questo caso è la coerenza tra due sacramenti, Eucaristia e Matrimonio. Ricordiamo che la coerenza tra Eucaristia e Matrimonio è essenziale per la vita della Chiesa, perché significa che l’Eucaristia tocca la carne delle persone, i loro concreti rapporti, il loro modo di edificare la vita. La Chiesa non può negare questo vincolo tra l’Eucaristia e la carne, è un vincolo che non è a disposizione della Chiesa, perché esso è un punto sorgivo dove nasce la Chiesa, dove Dio è all’opera per generare la Chiesa. Separare l’Eucaristia dalla carne delle persone sarebbe rendere astratto il messaggio cristiano, inefficace per edificare la società e illuminare la vita.

Allora, quale azione pastorale?

Non poter cambiare questa disciplina non è una limitazione alla pastorale della Chiesa, ma al contrario. Non è un “no”, ma un grande “sì”, perché ci colloca nel luogo dove Dio stesso opera e genera la Chiesa. Infatti, a partire da questa armonia tra l’Eucaristia e la carne si apre una strada di speranza per i divorziati che vivono in nuova unione civile, una strada che il Sinodo può sviluppare come una vera novità: un cammino di riconciliazione per poter vivere d’accordo con il racconto di Gesù, con il suo amore per sempre e il suo perdono “malgrado tutto”. Familiaris Consortio ci ha dato il punto di partenza e il punto di arrivo della strada, ma c’è ancora il compito e la creatività di sviluppare il cammino tra questi due punti. La partenza: questi battezzati appartengono alla Chiesa, devono essere accolti e accompagnati; l’arrivo: vivere d’accordo con il sacramento del matrimonio e con l’Eucaristia – abbandonando un modo di vivere la sessualità che è contrario alle parole di Gesù. Ecco il compito grande da fare: sviluppare il cammino tra questi due punti, un cammino di riconciliazione, con simboli concreti, accompagnato dalla comunità, perché Dio possa rigenerare il cuore delle persone.

Nel suo libro parla di indissolubilità del matrimonio come nuovo modo di vivere il tempo. Cosa significa? In che senso l’indissolubilità è una grazia?

La nostra cultura dei rapporti liquidi tende a vedere l’indissolubilità del matrimonio come un peso, perché guarda tutto dal punto di vista dell’individuo autonomo e del suo controllo sul tempo. Ma dal punto di vista dell’amore, che è il punto di vista di Gesù, l’indissolubilità è una forza e una capacità nuova: la capacità di promettere e la forza per perdonare, che Dio regala ai coniugi. Dire che il matrimonio è indissolubile significa che il nostro racconto, il racconto di ogni famiglia, è capace di vivere secondo il ritmo temporale di Gesù, secondo il suo modo di dire “per sempre” e il suo modo di offrire perdono. Ecco il nuovo tempo, il tempo dell’amore di Cristo, che l’indissolubilità dona alla famiglia.

Il magistero di S. Giovanni Paolo II, il “papa della famiglia”, è una vera e propria miniera a cui attingere per la pastorale famigliare. Oggi, a suo giudizio, quali insegnamenti sono da riscoprire o ancora da approfondire?

Lei parla di miniera, si potrebbe usare anche l’immagine del seme, perché ciò che ci ha lasciato S. Giovanni Paolo II è pieno di potenzialità e di futuro. Egli ha detto, infatti, che il futuro della Chiesa passa per la strada della famiglia. Ricorderei, in primo luogo, la testimonianza di S. Giovanni Paolo II quando, come giovane sacerdote, ha imparato ad amare l’amore umano, e si è dedicato alla grande missione di “insegnare ad amare”. Egli ha seguito così la via dell’uomo moderno, che è la via dell’esperienza, ma non per chiudersi nel soggetto “autoreferenziale”, ma per mostrare che la vera esperienza è l’esperienza dell’amore. L’amore è la via dell’uomo, e la Chiesa può insegnare l’amore perché il suo Maestro è Gesù, l’amore in persona. Così, San Giovanni Paolo II ci insegna un metodo per dialogare con la modernità che non è adattamento al mondo o “mondanizzazione” dell’amore, perché è incentrato sempre in Cristo, che svela all’uomo il mistero dell’uomo. A partire da Gesù si può insegnare la verità dell’amore; si può, come ci insegna Papa Francesco, credere nella capacità dell’amore per sostenere la vita; si può aiutare l’uomo a uscire da tante forme di “amore debole” che lo imprigionano, impedendole di camminare sulla strada. Inoltre Giovanni Paolo II ha voluto creare un ambiente alle famiglie, ricordandoci che non è buono che la famiglia sia sola. Uno dei grandi problemi della famiglia oggi è appunto il suo isolamento; si concepisce la famiglia come realtà privata. Il Papa della famiglia ci ha ricordato che l’uomo si genera nella famiglia, e che nella famiglia si genera anche la società, perché si impara cosa è il bene comune. Nella famiglia, per il sacramento del matrimonio, si edifica anche la Chiesa, che è, nella visione di San Giovanni Paolo II, una grande famiglia. La famiglia appartiene così alla costituzione della Chiesa, ed è una risorsa inesauribile per la missione e la pastorale.

© La Nuova BQ (27/04/2015)

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