La questione della prassi penitenziale

In una recente intervista (vedi qui) il domenicano Thomas Michelet, uno degli autori dello studio apparso su Nova et Vetera, che stiamo pubblicando a puntate sul nostro Osservatorio, ha fatto delle importanti affermazioni.

«La vera difficoltà non è la comunione eucaristica, ma l’assoluzione, che presuppone la rinuncia al peccato. E’ questo che spiega l’impossibilità di ammettere alla comunione eucaristica non solo i divorziati-risposati, ma “tutti coloro che persistono con ostinazione nel peccato grave e manifesto” (CIC, can. 915)». Per il domenicano francese è di fondamentale importanza ribadire ciò, per non dare l’idea che si tratti di una problematica legata solo ai divorziati-risposati. Il problema invece è ben più ampio. Pastoralmente occorre porsi la questione di come affrontare l’impenitenza, che abbraccia sempre più persone. L’impenitenza è infatti un ostacolo che impedisce di ricevere l’assoluzione, che richiede – ricorda il teologo francese – «il pentimento (contrizione), a dichiarazione dei propri peccati (confessione) e la riparazione (soddisfazione), con il fermo proposito di distaccarsene, se non è già stato fatto, di non più commetterlo e di fare penitenza».

In verità la penitenza, nell’antichità, era considerata non tanto in vista della riparazione, ma come condizione preliminare, per disporsi alla contrizione. La penitenza antica abbracciava molto più tempo e comprendeva tappe liturgiche. Il teologo francese ripropone questa prassi anche per la categoria degli impenitenti, cioè tutti coloro «che fanno fatica a staccarsi completamente dal loro peccato e perciò necessitano di un percorso più lungo», percorso che nella forma attuale del sacramento della penitenza non trova spazio. La proposta di p. Michelet è perciò quella di arricchire l’attuale Rituale, che prevede tre forme sacramentali per il rito della penitenza (1) , con un’altra forma “straordinaria”, radicata nella tradizione di unordo paenitentium.

La discussione sui divorziati-risposati potrebbe perciò divenire un’occasione per arricchire la prassi penitenziale della Chiesa ed accompagnare tanti fratelli in un cammino che conduca alla vera contrizione, senza la quale la misericordia di Dio non può risanare il cuore dell’uomo.

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(1) Ricordiamo che le tre attuali forme sono: il rito per l’assoluzione dei singoli penitenti (quella più consueta); il rito per la riconciliazione di più penitenti con la confessione e l’assoluzione individuale; il rito per la riconciliazione di più penitenti con la confessione e l’assoluzione generale (possibile solo in caso di imminente pericolo di morte, per cui il sacerdote non avrebbe tempo di ascoltare le singole confessioni o per grave necessità come disposto dal can. 961 § 1)

Fonte: sinodo2015.lanuovabq.it

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