Tra Circe e Penelope. La grande lezione di Omero sulla donna e il matrimonio

La grande epica di Omero sulla famiglia come fulcro di civiltà presenta due differenti tipi donne: donne che sono per il matrimonio e per la famiglia e donne contro il matrimonio e contro la famiglia.

di Mitchell Kalpakgian

La grande epica di Omero sulla famiglia come fulcro di civiltà presenta due differenti tipi donne: donne che sono per il matrimonio e per la famiglia e donne contro il matrimonio e contro la famiglia.

Bekim Fehmiu (Ulisse) e Irene Papas (Penelope) in Odissea – Le avventure di Ulisse, sceneggiato televisivo trasmesso dalla RAI nel 1968.

Penelope, la fedele moglie di Ulisse che aspetta per vent’anni il ritorno del marito dalla guerra e dall’esilio, difende la sua casa dai pretendenti che vogliono sposarla ed ereditare la sua ricchezza. Cresce il figlio Telemaco in assenza del padre, accoglie chi la visita con magnanimità ed è l’anima di una casa che rappresenta un ideale di civiltà: per costumi, etica e cultura. Una casa di cui difende da sola la stabilità. Omero per questo le tributa i più grandi onori: “La fama della sua virtù non morirà mai. Gli dei immortali eleveranno un canto in lode di Penelope e del suo dominio di sé”.

La regina Areta e il re Alcinoo danno il benvenuto a Ulisse nella terra dei Feaci con tutte le attenzioni dell’antica ospitalità. Insieme governano un Paese rinomato per il suo alto livello culturale, un popolo famoso per l’abilità nel costruire navi, nel tessere, nell’arte della danza, nei canti, nell’atletica e nell’agricoltura. Una società produttiva nell’artigianato come nelle belle arti. La loro figlia Nausicaa, il frutto del loro amore per i figli, è un modello di bellezza, grazia, modestia e gentilezza. Quando Ulisse la vede per la prima volta, la omaggia così: “Più felice di tutti sarà l’uomo che un giorno ti porterà nella sua casa, carica di doni di nozze. Non ho mai visto una come te, né fra gli umani né fra gli dei: mentre ti guardo sono stupito e ammirato”.

Penelope, Areta e Nausicaa, in quanto mogli, madri e figlie nutrono vite, creano splendide realtà domestiche, accolgono stanchi viaggiatori e custodiscono matrimoni che civilizzano un mondo barbarico. Calipso, Circe e le Sirene, dall’altro lato, sono il simbolo di una femminilità che disprezza il matrimonio, disonora gli uomini e riduce l’amore al fuoco della lussuria. Queste donne evirano gli uomini che attraggono o catturano, privandoli della loro virilità di padri, mariti e guide.

Per sette anni Ulisse è stato ostaggio sull’isola di Calipso, dea dalla bellezza senza tempo e senza pari. La passione di Calipso per Ulisse è totalmente sterile, lei non culla mai l’idea del matrimonio, piuttosto quello di una convivenza senza fine. Come suo prigioniero Ulisse non può esercitare la propria virilità come leader in patria, custodendo la propria famiglia, crescendo i figli o usando la mente e la forza fisica per lavorare e realizzarsi come uomo.

Anche Circe de-mascolinizza gli uomini che seduce con la sua voce avvolgente e incantatoria. Fingendo ospitalità, versa nelle loro coppe una pozione che li stordisce e sottrae loro motivazioni, determinazione e forza di volontà: “… versò il suo veleno per far svanire dalla loro mente il ricordo della propria casa. Una volta che costoro vuotarono le coppe che lei aveva riempito, improvvisamente con un colpo di bacchetta li tramutò in maiali”. La perdita della mascolinità coincide con la perdita della memoria delle proprie origini e della propria famiglia. Circe attira gli uomini lontano dai loro doveri di mariti e padri, eccitando i loro desideri carnali, la loro sete di piacere che lei soddisfa con una droga, riducendoli da uomini valorosi ad animali sottomessi. Cerca anche di attirare Ulisse nel suo letto e di soggiogarlo con il miraggio del voluttà. Una tentazione a cui Ulisse resiste gridando: “tu mi spoglierai del mio coraggio e del mio essere uomo!”.

Anche le Sirene distolgono gli uomini dai loro doveri di mariti e padri, li rapiscono con la loro voce e li fanno deviare dalla via maestra che conduce verso casa: “Chiunque afferra incautamente i lidi delle Sirene e ne ode il canto, a lui né la sposa fedele né i cari figli verranno incontro, in festa, sulle soglie di casa”. Queste tentatrici usano il potere della propria femminilità per tenere gli uomini in cattività, per rendere ottusa la loro ragione.

Omero dimostra che una civiltà prospera quando le famiglie fioriscono. E i focolari domestici sono resi saldi dalle virtù di donne fedeli e prudenti come Penelope, devote e generose come Areta e di spose come Nausicaa, dedite a continuare la creazione di cultura e l’opera di civilizzazione dei propri avi. Queste donne, per adempiere al proprio ruolo femminile e materno, infondendo bellezza e ordine e dando nutrimento alla vita, hanno bisogno di uomini nobili e virili, che si sacrificano per mogli e figli resistendo alla Sirene del mondo. Perché così come gli uomini possono dimenticare le mogli e degenerare in maiali sotto l’incantesimo di Circe, anche le donne possono dimenticare il proprio ruolo di madri o la propria dignità, preferendo manipolare e sfruttare gli uomini per il proprio uso e piacere.

Le donne sposate e le vergini nell’Odissea elevano la virilità perché suscitano ammirazione e ispirano uomini veri. Le dee dell’amore carnale, le seduttrici e le Sirene fanno sì che gli uomini sprechino la propria virilità e conducano esistenze sterili e infruttuose, che non contribuiscono in nulla alla famiglia, alla civiltà, alla vita stessa.

© Crisis Magazine (15 maggio 2014)

Fonte: iltimone.org

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